
"La sposa!" non è perfetto e va bene così Maggie Gyllenhaal scrive e dirige la sua seconda opera con protagonista Jessie Buckley

Il dottor Frankenstein ha la sua creatura. Creatura che ha smesso presto di essere di Mary Shelley. Frankenstein si è distaccato sempre di più dalla sua genitrice principale, come ha dimostrato l’ultimo adattamento del romanzo pubblicato per la prima volta nel 1818, dove il nome iconico non si riferisce più solo alla storia della scrittrice, ma alla versione personale che ne ha restituito il regista e sceneggiatore Guillermo Del Toro. Se a Mary Shelley, dunque, è stata più o meno sottratta la sua invenzione, in tutto e per tutto affidata a Victor Frankenstein e a tutti coloro che l’hanno nel tempo rivisitata, allora è giusto che le venga restituito qualcosa. È da qui che nasce La sposa!.
La "nuova" moglie di Frankenstein
Scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, alla seconda opera dopo il debutto nel 2021 con La figlia oscura, l’attrice passata alla regia rivede il personaggio ideato nel 1935 per La moglie di Frankenstein in cui, nonostante fosse nel titolo del lungometraggio, il personaggio compare solamente nell’ultima sequenza dell’opera di James Whale.
Un paradosso, non così improbabile in un cinema dominato dallo sguardo maschile, che si fa da parte in questa riappropriazione dei riflettori da parte del femminile in una chiave gotica e vendicativa in cui la protagonista interpretata da Jessie Buckley diventa quasi una giustiziera. Se nel Frankenstein di Del Toro l’autore aveva fatto della creatura l’insieme delle parti del corpo dei soldati caduti in guerra, rinforzando temi (soprattutto storici e politici) sempre cari e presenti nella sua filmografia, Gyllenhaal inserisce nella protagonista le anime di tante donne vittime che sono state uccise e silenziate.
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Non è un caso che l’ambientazione per La sposa! sia la Chicago del 1936 con sullo sfondo la malavita dei gangster che usavano tagliare la lingua a coloro che “cantavano troppo”. Un universo, creato dalla sceneggiatrice e regista, in cui la violenza è all’ordine del giorno, in cui i costumi sono languidi e lascivi, e dove la protagonista diventa ricettacolo delle ingiustizie e dei soprusi subiti da coloro che volevano provare a ribellarsi ma a cui era vietato poter dire quattro semplici parole: “Io preferirei di no”.
È su questo inseguimento dell’indipendenza e dell’auto-determinazione che si fonda La sposa!. Il motivo per cui la personaggia cerca per l’intero film il suo vero nome, lei che è stata uccisa e fatta rivivere da una scienziata pazza (Annette Bening), scelta come dolce metà di un Frankenstein (il Frank di Christian Bale) per troppo tempo solo al mondo.
Tra cinema e teatro
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La sposa! è una storia d’amore, ma lo è su più livelli. Lo è per quel mostro che cerca una compagna (e non solo sesso), lo è per se stessi imparando a reclamare il proprio diritto ad alzare la voce, e lo è per una collettività fatta di sostegno e sorellanza, che nel film arriva alla più estrema delle sue conseguenze, segno ed effetto di una prigione vissuta dalle donne ogni giorno a cielo aperto. Per questo anche il corpo di Buckley, la sposa, così come la ricerca del nome, è simulacro che riverbera facendo salti avanti e indietro nel tempo. Indietro fino alla scrittrice Mary Shelley, agli anni ’30 del film, e avanti nel presente dove il tema risuona come un megafono oramai impossibile da poter ignorare.
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Nel farlo Gyllenhaal annette cinema e teatro in una versione caotica di un rocambolesco e mostruoso Bonnie e Clyde. L’enfasi di Jessie Buckely è caricata ad ogni gesto della testa, del collo, ad ogni parola detta, ripetuta all’infinito coi suoi sinonimi; un grido disperato non dissimile a quello improvvisato per Hamnet, anche se qui più costante e reiterato. Una possessione (tra Mary Shelley, Ida, Penelope, la sposa, le vittime, tutte racchiuse dentro di lei) di cui regia e scrittura non sottolineano i meccanismi, la fanno esprimere e basta. Lasciando libertà di movimento all’interprete - che sia di fisico o di parola - meravigliosa in preda ai fumi della sua follia.
Di cui a restarne inebriato è un Frankenstein amante della Hollywood classica, dei sogni in bianco e nero danzati sulle note di musiche rassicuranti, di tip tap intrepidi. Un Christian Bale commovente sotto le cicatrici e i punti di sutura del suo personaggio, più umano dei mostri (umani) che lo circondano. Una creatura che ha imparato a camminare nel mondo, ma non per questo a difendersi dalle cattiverie intorno. Che della sua sposa ama l’essenza, non il resto (seppur la trova troppo bella per lui). A cui non può che chiedere “Chi sei?” mentre lei stessa si sta cercando, nascosta sotto un macigno di bugie e soprusi che non finiranno per schiacciarla.
Maggie Gyllenhaal ce l'ha fatta
Ciò che non era riuscito a fare Joker: Folie à Deux, in riferimento all’immaginario, prova a riproporlo il film di Maggie Gyllenhaal, riuscendoci pur presentando storture e incrinature di troppo, eccessi che escono da ogni controllo e difetti simili alle brutture del suo Frankenstein. Ma, come il sangue-inchiostro della protagonista, qualcosa resta attaccato ed è impossibile ignorarlo. Come è impossibile ignorare la pazzia incandescente de La sposa!.











































