
Perché la Gen Z ha iniziato a raccogliere erbe nei parchi? Il foraging spopola sui social e trasforma la raccolta selvatica in un'occasione di conoscenza e spesa a costo zero
Lifestyle
26 Agosto 2026
26 Agosto 2026
Raccogliere piante, bacche, funghi e fiori che crescono spontaneamente, senza che nessuno li abbia coltivati. È il foraging, la raccolta di cibo selvatico e da qualche mese è il passatempo della Gen Z nelle grandi città europee. Il fenomeno è esploso inizialmente nel Regno Unito, con Tiktok che mostra oltre tremila video di persone che cucinano quello che hanno trovato nei parchi e creator come @fernfreud, 185mila follower e @theforagerscottage che mostrano consigli per riconoscere le piante selvatiche e preparazioni, tra cui biscotti ai rametti di betulla. Un menù che sembra essere uscito da una fiaba nordica, ma che nasce da bisogni concreti. Cosa spinge una generazione cresciuta tra gli scaffali della grande distribuzione a cercarsi da mangiare nella natura?
Il desiderio di una vita lenta
@foragedbyfern Here’s the recipe for you! Leave a comment if you think you might give it a go! - Preheat the oven to 170 degrees C (Gas Mark 4) and line and grease a 4.5 x 8.5 loaf tin - Forage 100g nettle tops (only pick the top 6-8 leaves). I use the whole nettle top because I have a good blender BUT if yours isn't very good, cut the leaves away from the stems and use the leaves only - Give them a good wash and then steam for 4 minutes. Transfer them to cold water. Strain and squeeze out excess moisture. -Blend with 200g plant milk and 1 TBSP lemon juice until you have a smooth purée - Place in a bowl with 75ml veg oil and stir well. Add 200g caster sugar, 250g plain flour, 1 TSP bicarbonate of soda, zest of 1 lemon and pinch of salt. - Pour into your cake tin and bake for 45-55 minutes or until a wooden skewer comes out clean. - Remove from the cake tin and allow to cool while you make a drizzle by mixing 50g caster sugar with the juice of 1 lemon (approx 1 TBSP). - Return the cake to the tin and slowly pour over the drizzle. ENJOY! #fyp #foraging #nettle the fairy - Ophelia Wilde
In primis, il foraging non costituisce un fenomeno isolato. Negli ultimi anni sono tornati alla popolarità tutti gli hobby che appartengono all’ idea di una vita lenta, come knitting, ceramica, conserve e orti domestici. La Gen Z trascorre la maggior parte del proprio tempo davanti uno schermo, che sia per studiare o per lavorare, o i social nel tempo libero. Oltretutto la maggior parte delle attività quotidiane sono diventate più veloci e meno fisiche: non c’è più bisogno di uscire a fare la spesa, se può arrivare direttamente a casa con un solo tocco.
Ma più la quotidianità diventa digitale, più la Gen Z sente il bisogno di riavvicinarsi ad attività fisiche, che la mettano in relazione diretta con il proprio ambiente di vita o semplicemente la vita reale. Il foraging ha anche un elemento in più: prima di cucinare un ingrediente, bisogna essere in grado di trovarlo.
È quasi una pratica di consapevolezza, ed è un’attività che spinge alla ricerca e allo studio. Bisogna documentarsi per conoscere le stagioni di crescita delle specie, le zone in cu attecchiscono e, naturalmente, a distinguere una pianta commestibile da una potenzialmente tossica. Ciò aumenta la conoscenza di ciò che si ha intorno e, insieme, porta a rallentare per dedicarvisi con concentrazione e dedizione.
E se i supermercati non bastassero più?
Backyard foraging but all I got today was was some apples pic.twitter.com/EvJTefsFtJ
— Noel (@lntostrings) August 24, 2026
Un altro motivo ci viene suggerito dal nome italiano della pratica, cioè alimurgia. Il termine è stato coniato nel Settecento dal naturalista fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti dal latino alimenta urgentia: la necessità di trovare del cibo. La grande distribuzione, il frigorifero e il commercio internazionale hanno costituito il sistema in cui viviamo, dove quasi tutto ciò che consumiamo arriva da catene e agricoltura industriale. La ricerca del cibo oggi non è prioritaria: ci viene direttamente consegnato pronto e confezionato.
Questo sistema sembrava quasi infallibile, poi è arrivato il 2020. La pandemia, e in seguito le guerre e gli eventi climatici estremi degli ultimi anni, hanno mostrato la fragilità effettiva delle catene di approvvigionamento. Prodotti che spariscono per settimane, prezzi che raddoppiano da un mese all’altro, hanno fatto sì che sorgesse un dubbio legittimo. E se il supermercato non bastasse più?
Senza contare che la sfiducia da parte nei confronti della grande distribuzione, e il 45% della Gen Z individua nell'autenticità e origine degli ingredienti il principale criterio di scelta per i propri acquisti alimentari. Ed è in questo contesto che il foraging fornisce la risposta e fa esattamente quello che premette la sua origine latina: con ciò che è fornito dalla natura, si può mettere insieme un pasto, a costo zero.
Rischi, regole ed opportunità
Ma anche qui, la viralità porta con sé un rischio ben preciso: molte persone che replicano la stessa cosa nello stesso parco sono esattamente ciò che una pianta selvatica potrebbe non reggere. In Inghilterra, il National trust, l’ente che gestisce gran parte del patrimonio naturale britannico, ha già imposto un codice di condotta per evitare che la raccolta eccessiva tolga cibo e riparo ad insetti ed uccelli e distrugga gli ecosistemi.
Il diktat è “non prendere mai più di ciò che serve” e se questa regola regge, il foraging potrebbe diventare ben più di una tendenza estiva per la Gen Z. Soprattutto perché non è un’effettiva e immediata necessità, non per chi vive nelle grandi città, dove il supermercato è ancora lì, a pochi metri di distanza da casa. Rappresenterebbe piuttosto quindi piuttosto una scelta e una competenza distintiva che l’umanità aveva un po’ perso nei secoli, quella di sapere cosa cresce e cosa si mangia nel raggio di un chilometro da casa.