
Quando Marc Jacobs creò una collezione di Louis Vuitton con Yayoi Kusama L’evento che proiettò l’artista giapponese nel mondo della moda
Ieri è stato dato l’annuncio che la celebre artista giapponese Yayoi Kusama è morta, all’età di 97 anni. L’annuncio è arrivato in realtà a qualche settimana dalla scomparsa, essendo l’artista spirata in ospedale lo scorso 14 agosto. Kusama era una delle artiste più apprezzate del mondo e, oltre alla sua lunghissima carriera e ai suoi indubbi meriti, la sua fama presso il grande pubblico è dovuta alla moda e nello specifico a Louis Vuitton. Nel 2012, infatti, Marc Jacobs chiamò l’artista, già famosissima nei circoli dell’arte contemporanea, a creare una collezione per Louis Vuitton, ma la loro conoscenza era iniziata da molto prima. Ma come? E perché quella collezione fu rivoluzionaria?
Yayoi Kusama prima della moda
@nouvelle.vague81 L’artiste japonaise Yayoi Kusama s’est éteinte à l’âge de 97 ans. Figure majeure de l’art contemporain, elle s’était imposée comme une des artistes les plus cotés au monde avec son obsession pour les pois et les citrouilles. Elle avait nottament collaboré avec la maison Louis Vuitton à deux reprises en 2012 et 2023, une collaboration parmi les plus emblématiques de l’histoire des partenariats art-mode. Copyright: Louisiana Channel, Louisiana Museum of Modern Art, 2015
something i never said to you - Subho Beatz
Gli inizi di Yayoi Kusama non furono immediatamente gloriosi, anzi. L’ispirazione per la sua arte arrivò presto. Come scrisse nella sua autobiografia, «un giorno stavo osservando i motivi floreali rossi della tovaglia su un tavolo, e quando ho alzato lo sguardo ho visto lo stesso motivo ricoprire il soffitto, le finestre e le pareti, e infine tutta la stanza, il mio corpo e l’universo. Mi sentivo come se avessi iniziato ad annullarmi, a ruotare nell’infinito del tempo senza fine e nell’assolutezza dello spazio, per poi ridurmi al nulla. Quando mi resi conto che stava realmente accadendo e non era solo frutto della mia immaginazione, mi spaventai. Sapevo che dovevo scappare per non rischiare di essere privato della vita dall’incantesimo dei fiori rossi».
La madre, fisicamente violenta, la mandava a spiare il padre durante i suoi incontri extra-coniugali, ispirandole un’avversione per il sesso durata tutta la vita. L’ossessione per le zucche nacque invece da una visita, da bambina, a un grande terreno di raccolta di semi con il nonno, quella per i puntini derivò invece dalla vista dei ciottoli bianchi nel letto del fiume vicino a casa. Dopo la traumatica fine della guerra in Giappone, nel 1948, si mise a studiare pittura a Kyoto, restando però insoddisfatta dai metodi tradizionali, preferendo l’arte avant-garde occidentale. Iniziò con i pois dipinti su muri e mobili nel 1950 e organizzò la prima mostra nel ’52.
Considerando la società giapponese «troppo piccola, troppo servile, troppo feudale e troppo sprezzante nei confronti delle donne», a ventisette anni lasciò il Paese dopo aver distrutto molte delle prime opere. Nel 1957 si trasferì a Seattle per una mostra, poi, nel 1958, a New York, incoraggiata dalla corrispondenza con Georgia O’Keeffe. Negli anni ‘60, causò scalpore con sculture falliche e con frequenti esibizioni di nudità. Nel 1965 però le sue Infinity Mirror Rooms, stanze in cui specchi e luci generano spazi apparentemente infiniti, attirarono milioni di visitatori.
Kusama soffrì molto quando vide artisti come Andy Warhol, Claes Oldenburg e Lucas Samaras impiegare idee che lei sentiva di aver concepito per prima. Dopo una serie di performance scandalose (una anche con i Fleetwood Mac), insuccessi finanziari e problemi psichiatrici, ottenne un buon riconoscimento partecipando, nel ’66, alla Biennale di Venezia anche se le autorità le impedirono di vendere le sue sfere specchiate ai visitatori per 1200 lire l’una. In Giappone però lo scandalo non venne preso bene e persino il suo vecchio liceo cancello il suo nome dai registri.
Tornò lì negli anni ’70 dove si auto-ricoverò in un istituto psichiatrico che praticava arte-terapia dopo un paio di tentativi di suicidio. Da lì continuò a lavorare costantemente, anche nel ramo della scrittura. Rimase relativamente dimenticata per molti anni, finché Alexandra Munroe non organizzò una retrospettiva sul suo lavoro al Center for International Contemporary Arts di New York nel 1989. Nel 1993 venne invitata nuovamente alla Biennale dove portò una delle sue Infinity Rooms con enorme successo. Nello stesso anno lavorò alla gigantesca zucca gialla che venne poi esposta sul molo di Naoshima in Giappone finchè, qualche anno fa, un tifone non la distrusse. Il revival era iniziato. Nel 2001 ricevette il Premio Asahi, che riconosce contributi culturali, accademici e artistici di rilievo in Giappone. E nel 2006 arrivò il primo incontro con l’uomo che avrebbe portato la sua arte nel mondo della moda, ovvero Marc Jacobs.
Yayoi Kusama e la moda
Louis Vuitton non fu la prima avventura di Kusama nella moda. «Nel 1968, a New York. Stavo guardando le vetrine e ho trovato alcuni abiti che sembravano le mie creazioni. Così sono andata presso l’azienda che produceva quegli abiti per mostrare loro il mio lavoro. Ho detto: “Sto realizzando questi abiti che sono identici ai vostri”. Allafine ho fondato un’azienda insieme a loro», raccontò in un’intervista qualche anno fa. L’artista aveva addirittura un suo angolino da Bloomingdale’s. Non abbiamo a disposizione immagini di quegli abiti ma l’artista disse che includevano dei completi più classici e dei vestiti ricoperti di buchi, specialmente sul sedere.
«I miei abiti da figlia dei fiori non andavano per niente bene. I completi classici, invece, andavano a ruba. Era davvero difficile vendere abiti d’avanguardia con dei buchi», spiegò Kusama, i cui vestiti bucati precorrevano quelli di Rei Kawakubo di un decennio abbondante. Ma gli abiti facevano parte della sua arte. Kusama creò «un vestito per due, cioè un vestito che due persone potrebbero indossare insieme» per il primo matrimonio gay in America.
Nello stesso periodo creò «un unico grande vestito per quattro persone, con dei fori ritagliati per far spuntare la testa e le braccia» per una serie di proteste anti-Guerra in Vietnam nello stesso periodo che l’artista definì Love Orgy. «Io, personalmente, non ho mai partecipato a un’orgia sessuale», puntualizzò lei. «Avevo paura delle malattie veneree». Nel 2009, invece, creò una serie limitata di tremila pezzi che includeva un cellulare a forma di borsetta e dei telefoni ricoperti di pois, per il colosso giapponese della telefonia KDDI Corporation.
La collaborazione con Louis Vuitton
Marc Jacobs è stato il pioniere definitivo delle collaborazioni tra moda e arte contemporanea durante la sua lunga direzione creativa da Louis Vuitton. La prima fu con Stephen Sprouse, poi ci fu quella con Takashi Murakami e un’altra, famosa, con Olafur Eliasson nel 2006. Proprio in quell’anno Jacobs, che si trovava a Tokyo, venne ricevuto da Kusama nel suo studio. L’artista gli mostrò una borsa Ellipse di Louis Vuitton sul cui monogramma l’artista aveva dipinto i suoi celebri pois. L’incontro è stato immortalato da Loïc Prigent nel documentario Marc Jacobs & Louis Vuitton uscito l’anno successivo.
Jacobs è da sempre un collezionista d’arte ed era fan di Kusama. «Il carattere ossessivo e l’innocenza delle sue opere d’arte mi commuovono», disse una volta. E sei anni dopo la visita arrivò la collaborazione con Louis Vuitton, pochi giorni prima di una grande mostra dedicata a lei al Whitney Museum di New York. Due giorni prima dell’inaugurazione, in luglio, la maison presentò una collezione di abiti e accessori. A ottobre seguì una seconda ondata di articoli in pelle monogramma decorati con il motivo dei tentacoli. Come mossa di marketing, le vetrine di Louis Vuitton anticiparono il lancio senza mostrare merce.
Yves Carcelle, allora presidente e amministratore delegato, paragonò il monogramma della maison con le iniziali LV e fiori stilizzati all’ossessione dei pois, definendolo altrettanto ossessivo, e dichiarò che il progetto era più un progetto culturale volto ad animare le boutique che una mossa commerciale, anche se riconobbe che queste partnership tendono a funzionare (la collaborazione con Murakami del 2003 aveva fatto circa 350 milioni di dollari, pari a circa il 10 % del fatturato annuale) e il fatto che Kusama fosse protagonista di una serie di mostre di altissimo profilo in tutto il mondo quell’anno rese il 2012 il “suo” anno. Oltre al Whitney, infatti, Kusama aveva esposto al Pompidou di Parigi e alla Tate Modern di Londra.
I pezzi furono prodotti in quantità limitate, con l’intento di farli diventare oggetti da collezione. Il lancio fu sostenuto da un’app per iPhone dedicata all’universo di Kusama (senza prodotti in vendita, ma con la possibilità di personalizzare foto con i suoi motivi) e da pop-up store con installazioni che ricordavano quelle museali, come stanze a specchio illuminate all’infinito. Fu un momento che molti ricordano per la fusione di arte e commercio, allora insolita, e per come trasformò in modo radicale le boutique del brand portandole vicino all’installazione artistica vera e propria.






















































