
La "walk of shame" è diventata orgoglio Storia e significati della sfilata della vergogna

Se avete passato la notte a ballare in un club, collezionando un drink di troppo e magari un risveglio in un letto che non è il vostro, la luce del mattino sa essere spietata. Mentre uscite in strada lasciandovi alle spalle i ricordi sbiaditi della sera prima, vi ritroverete spettinati, distrutti dal post-sbronza e con la tentazione di darvi malati in ufficio. Eppure, ironia della sorte, in quel preciso momento incarnate senza volerlo l’ultimo fashion trend del momento: "The walk of shame". Ma da quando mostrarsi stanchi e disordinati è diventato così cool?
La "sfilata della vergogna"
Prima di conquistare tiktok e le passerelle, “la sfilata della vergogna” ha origine medievale. Secondo la legge del tempo la condanna per adulterio veniva punita attraverso una vera e propria processione cittadina del colpevole incatenato e deriso dalla folla: la prima walk of shame documentata della storia è stata a tutti gli effetti un'esecuzione pubblica della reputazione. Da quel momento e per lungo tempo nella storia del costume l'atto di mostrarsi in disordine o vulnerabili alla luce del giorno è stato marchiato come un vero e proprio peccato sociale, una colpa che soprattutto le donne hanno ingiustamente espiato sotto il peso dello sguardo maschile.
Con il passare del tempo, però, la walk of shame si è scrollata di dosso quel significato puramente punitivo e umiliante, scivolando nella cultura pop per descrivere un autentico spaccato di vita quotidiana, un'immagine precisa e decisamente più spensierata: una donna che, dopo un party o una notte d'amore, cammina per strada alle prime luci dell'alba indossando ancora gli abiti della sera prima. Questa estetica, ridefinita nel tempo anche attraverso l'espressione the morning after look, ribalta completamente la narrazione moralistica secondo la quale ci si debba vergognare di aver fatto tardi e soprattutto di essersi divertiti.
In tal senso, il grande schermo ha avuto un ruolo principale nel romanticizzare la sfilata della vergogna trasformandola in una passerella dell’orgoglio: basti pensare alla scena iniziale di Colazione da Tiffany, dove Audrey Hepburn scende da un taxi all’alba avvolta in un tubino Givenchy, ai look mattutini di Carrie Bradshaw in Sex and the City, fino alla recente serie Love Story, in cui Sarah Pidgeon interpreta una giovane Carolyn Bessette che, al risveglio, infila in fretta la camicia di JF Kennedy Jr. nella gonna indossata la sera prima.
Nel corso del tempo, però, il baricentro si è spostato di nuovo e la walk of shame è tornata a caricarsi di un pesante significato punitivo e di colpa sociale. Nei primi anni 2000 infatti l’azione persecutoria dei paparazzi e alcuni tabloid spietati hanno costruito un business multimilionario immortalando le celebrity nei loro momenti di massima vulnerabilità quotidiana. I risvegli post-serata di Kate Moss e Pete Doherty e gli scatti rubati all'alba di una tormentata Amy Winehouse sono diventati manifesto di questa estetica, tornando tra i reel del Fashiontok che ha trasformato queste immagini da crude testimonianze di un disagio personale e mediatico a reference estetiche condivise.
In passerella
Quanto alle ultime fashion week, emerge chiaramente come la tendenza della walk of shame si manifesti attraverso un continuo dialogo tra indumenti della sfera privata e di quella pubblica. Sulle recenti passerelle, infatti, si registra un uso frequente dell’intimo a vista, come nei casi di The Attico e N°21, di sottane di pizzo per Saint Laurent e Isabel Marant, fino ai dettagli di lingerie, sapientemente nascosti o esibiti, firmati Valentino e Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood.
In diversi casi questa estetica è diventata una sorta di trama attraverso cui costruire la "sceneggiatura” di una sfilata: nell'ultima collezione di Glenn Martens per Diesel la walk of shame diventa walk of fame in un labirinto camp di oggetti sconnessi, dove sfilano abiti stropicciati, oggetto di una continua e giocosa stratificazione. Anche il brand belga Façon Jacmin ha raccontato nella SS26 “l'estetica del giorno dopo" attraverso tre atti: il risveglio, la preparazione e Il caos. Qui i modelli avanzano a fatica su una rampa di scale, ricreando l'atmosfera tipica di chi si è appena svegliato dopo un after party.
Nicola Brognano invece, nel suo show di debutto per 7 For All Mankind, ha rispolverato la celebrity culture dei primi anni 2000: ispirandosi ai look indie sleaze della mattina dopo di Sienna Miller e delle gemelle Olsen, lo stilista ha ricreato quell'attitudine nonchalant di chi, distrutto dopo una notte in un club, non ha tempo di cambiarsi per andare al lavoro. In questa sfilata lo styling si articola in un processo di estetizzazione del disordine, dove capelli spettinati avvolti in lunghe sciarpe, maxi cardigan abbinati a skinny jeans e décolleté dal doppio plateau si amalgamano caoticamente.
È interessante notare come la walk of shame si traduca spesso in una sequenza di segni e gesti che accompagnano gli abiti. Ad esempio, nella FW26 di Gucci, Demna Gvasalia racconta una donna dalla sguardo infossato in uno smokey eyes che nervosamente sfila con una borsa al braccio mentre da Prada i vestiti della sera prima si nascondono sotto a un cappotto sgualcito che si stringe al petto in un gesto protettivo caro alla Signora. Da Tom Ford invece, Haider Ackermann fa sfilare alcune modelle con le braccia conserte quasi come se volessero celare gelosamente lo sleep dress di pizzo che portano sotto la giacca.
Su questo genere, un'altra declinazione del trend che potremmo definire, citando un famoso film, «Sotto il vestito niente» consiste nell’indossare un cappotto lasciando immaginare una parziale o totale nudità. In tal senso Stella McCartney e Natasha Zinko fanno sfilare delle pellicce dall’animo vintage da cui si intravedono calze velate mentre da Hodakova il medesimo capo viene indossato al contrario e stretto tra le mani della modella quasi come se fosse fuggita improvvisamente dall'appartamento del suo amante.
L’ennesima tendenza performativa?
@timelesswear Kate Moss’ 2000s paparazzi pics are always iconic #katemoss Selenite - Surreal_dvd
L'ascesa di questo trend appare quasi inevitabile se si osserva come, specialmente sui social, le generazioni più giovani stiano riscoprendo estetiche messy come l'indie sleaze e il grunge. In queste subculture che mostrano molte connessioni e affinità con il nostro presente, la walk of shame era un manifesto visivo di un disagio generazionale profondo: il rifiuto dell'ottimismo cieco verso il progresso e il senso di soffocamento dettato dalla velocità del presente o, nel caso delle celebrity, dalle pressioni asfissianti della fama.
Se da un lato questo trend si propone come un elogio dell’imperfezione e della vulnerabilità, dall’altro porta con sé un paradosso intrinseco: il rischio concreto di trasformarsi nell'ennesima tendenza performativa, dove anche l’autenticità del disordine deve apparire forzatamente impeccabile.