
La fatidica concisione della SS27 di Prada Miuccia Prada e Raf Simons continuano a restringere la silhouette della maison
Fashion
22 Giugno 2026
22 Giugno 2026
La parola “weird” in inglese viene dall’antica radice “wyrd”, che significa “fato” o “destino”. Potremmo dunque tradurla col termine italiano “fatidico” piuttosto che con il moderno “strano”: ciò che è “weird” lo è perché ci parla di un futuro che ancora non conosciamo, che disorienta. E da qualche stagione la proverbiale stranezza di Prada, che ai tempi della direzione della sola Miuccia era puro capriccio o eccentricità, si è trasformata in qualcosa di, appunto, fatidico, che a prima vista disorienta.
E proprio per questo molti sono apparsi disorientati dal ritorno della silhouette super-skinny nello show SS27 di Prada: richiamo all’affilatissima sartoria di Raf Simons negli anni ’90 o predizione di una futura silhouette ristretta che tra un anno o due tornerà nella moda?
Non sappiamo quale delle due sia vera, o se lo siano tutte e due, ma è vero che nelle ultime stagioni Prada sta scommettendo su una linea sempre più smilza e spigolosa, su design che ricordano certe linee filiformi e appuntite del vintage anni ’70, condendole però con dettagli deliziosamente fuori posto.
Ieri, in Fondazione Prada, si sono visti bottoni a pressione sul collo delle giacche dove il triangolo di Prada può essere attaccato o staccato come fosse un applique (ovviamente la laconicità dei tre bottoni senza applique è quella più elegante, che dice tutto senza esibire nulla) ma anche enormi cinturoni dall’aria quasi medievale a cui erano appese pouch da arrampicata, nuova e disimpegnata proposta per portarsi dietro un accessorio.
Tra contrasti di colore assai netti, specialmente sul bianco, e gli ormai classici effetti d’usura ricreata ad arte, la proposta che colpiva di più era quella di utilizzare le giacche trucker o di pelle come camicie, ovvero come strato fondante del layering, sotto maglioni o altri blazer. E in effetti la struttura di ciò che i mercanti di vintage definiscono Type-3 Jacket, ovvero la classica giacca di denim, è stata replicata sia in versione trasparente di nylon che in ciò che pare essere una lana decorata con un motivo Principe di Galles, apparsa verso la fine dello show e tra i pezzi commerciali decisamente più interessanti.
Ciò che conta, però, è che questa silhouette è stretta, strettissima, quasi meticolosa nel coprire al millimetro i corpi sparuti dei modelli ma che snuda subito, al primo movimento di fianchi, strisce di pelle nuda in una specie di algida provocazione.
L’idea di nudità e di trasparenza ricorreva in una collezione dove ogni potenziale ammiccamento o malizia si surgelava in un’idea molto sintetica, fantascientifica di seduzione. Camicie, pantaloni e anche magliette erano ricreati in un mesh di nylon (i geni del marketing che lo chiamano “seta tecnica” meriterebbero un aumento) che è insieme rivelatore, vagamente erotico, ma anche freddamente clinico, una versione vestimentaria di ciò che Günther von Hagens faceva con la plastinazione dei corpi umani.
A contrasto, come nota di equilibrio più organica, c’erano gli effetti vissuti sui molti capi di pelle, il caos evocato dalle scarpe con le loro strisce di velcro oblunghe, gli occhiali con lenti difformi, le stampe ottiche dal sapore vintage (anche qui molto anni ’70) ma replicate con il gusto straniante di un computer alieno.
Come proposta di guardaroba, quella firmata da Miuccia Prada e Raf Simons questa stagione è senza dubbio audace. il valore su cui si sono concentrati è un nitore, una concisione così messa a fuoco che brucia. Si sbaglierebbe a parlare di minimalismo però, tra questo sovrabbondare di dettagli e finiture; nell’evidente amore verso silhouette vintage modificate però a tal punto da sembrare futuristiche.
La loro è una concisione che asciuga, sintetizza. Una sensibilità che pare l’espansione dell’influenza di Simons nelle collezioni di un brand che continua a prosperare sul mercato e che, dunque, è in grado di osservarlo come da una quarta dimensione invisibile, astratto dalle correnti del tempo, producendo così un senso di novità anormale che, proprio per la sua apparente stranezza, sembra stranamente profetico. Fatidico, appunto.
























































