Perchè è così difficile trovare lavoro nella moda? Dagli annunci fantasma ai colloqui da incubo, la crisi del lavoro colpisce tutti

Sfondare nella moda è un po’ come fare un buco nell’acqua. Non è più l’industria impermeabile di una volta, ma i suoi gusti cambiano con così tanta velocità che, per lasciare il segno, occorre nuotare a fondo. E se un tempo la sfida principale per un aspirante professionista era infrangere il soffitto di cristallo che separava la moda (quella glamorous ed esclusiva) dalla gente comune, oggi la situazione è cambiata. Per lavorare nella fashion industry, l’ostacolo più insidioso non è l’inaccessibilità, ma la saturazione del mercato. Dall’America al Regno Unito si parla di crisi degli entry level jobs, ossia una diminuzione di offerte di lavoro per chi è all’inizio di carriera. Il problema non riguarda solo la moda e si sta allargando in tutto l’Occidente, portando tantissimi giovani a dover cambiare carriera

I fattori influenti di questa crisi nella moda sono tantissimi e cambiano sia a seconda della regione che della divisione lavorativa. Ma andiamo per gradi.  

Internet e gli annunci fantasma 

I ghost job, chiamati così perché si tratta di annunci di lavoro fasulli, postati da aziende effettive ma mai portati avanti, rappresentano uno dei problemi più difficili da aggirare per chi cerca un primo impiego. Su LinkedIn, le attività con account premium possono mantenere una candidatura sempre disponibile, cosa che spesso fanno per ricevere curriculum da potenziali interessati. Alcuni pensano che si tratti di una tattica, da parte di aziende quotate in borsa, di dimostrare anche solo apparentemente di aver raggiunto un momento particolarmente fiorente dell’attività, anche se a volte un annuncio fantasma non è che un semplice errore di dimenticanza

Gli annunci fantasma non stanno innervosendo solo tantissimi giovani professionisti, stufi di mandare decine di curriculum al giorno senza mai ricevere risposta, ma persino i governi, che in alcuni casi stanno agendo per contrastare il problema. Effettivamente, gli annunci fantasma aumentano di anno in anno: secondo uno studio di StandOut, nel Regno Unito nel 2025 il 34% di oltre 91mila inserzioni era falso. In Canada, a partire dal 1 gennaio 2026, la provincia di Ontario ha istituito Working for Workers, una legislazione che tra le altre cose ha il compito di limitare il numero di ghost job nella regione e migliorare la trasparenza del processo di assunzione.

Negli Stati Uniti, la proposta di legge The Truth in Job Advertising & Accountability Act è volta non solo a fare rimuovere alle aziende le offerte di lavoro appena trovano il giusto candidato, ma anche che documentino tutte le persone che sono state intervistate per il ruolo. In Italia, esistono norme che tutelano i candidati durante il processo di assunzione, garantendo il rispetto della privacy e il divieto di discriminazioni. Per quanto riguarda le offerte di lavoro, invece, hanno l’obbligo di postare annunci reali e veritieri: le inserzioni ingannevoli costituiscono una pratica commerciale scorretta, punibile dalla legge - anche se i ghost job sono comunque presenti. 

La crisi di offerte di lavoro all’estero 

Inghilterra e negli Stati Uniti i tassi di disoccupazione stanno raggiungendo livelli alti soprattutto tra i giovani. Il Guardian riporta che nel Regno Unito la disoccupazione sfiora il 5,2%, un dato che tra gli under-24 arriva al 14%, il più alto negli ultimi cinque anni. In America, il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 23 e i 27 anni lo scorso novembre toccava il 4,6%, il tasso più alto degli ultimi dieci anni tolta la pandemia Covid, scrive BoF. Secondo il US Bureau of Labor Statistics, anche il tasso di sottoccupazione (lavoratori coinvolti in impieghi part-time o al di sotto delle loro competenze) ha raggiunto cifre preoccupanti. 

Nonostante questa situazione, si moltiplicano i casi di aspiranti designer e creativi espulsi dalla fashion industry dopo brevi stage curriculari o a causa di processi di selezione troppo opprimenti. Bof fa l’esempio di un giovane, laureato in fashion design nel 2024, che dopo una breve esperienza nella moda sta pensando di aprire un locale, scoraggiato dalla difficoltà di rimanere nella industry. Il Guardian, invece, riporta diversi colloqui di lavoro allucinanti, spesso neanche finalizzati a posizioni di rilievo in studi di design. L’esempio peggiore riguarda Inditex, scrive il giornale inglese, che ha riunito venti candidati per un'intervista di ben 90 minuti per un ruolo da commesso: tra le prove richieste, esercizi di public speaking, quiz e simulazioni di styling.

E in Italia

Entrare nel mondo della moda è sempre stato difficile in Italia, dove la industry è tendenzialmente concentrata a Milano malgrado ormai ci siano valide alternative. Basta scambiare poche parole con un neolaureato in fashion design o comunicazione per capire che alle solite preoccupazioni, legate principalmente all'accessibilità del sistema, oggi si aggiungono altre questioni. Calibre Careers, agenzia che informa i nuovi talenti su tutto ciò che chiede oggi il mercato creativo, ci ha spiegato meglio le tensioni che stanno complicando la faccenda: innanzitutto, e questo riguarda l’Italia ma anche l’estero, «per fare esperienza ci vuole esperienza». Spesso anche nel caso degli entry level job, cioè posizioni che dovrebbero richiedere solo competenze di base, i datori di lavoro richiedono prima un periodo di tirocinio. Questo finisce per trasformare il mercato del lavoro in un circolo vizioso, in cui è difficile maturare abbastanza esperienza non solo per poter crescere, ma anche semplicemente per iniziare. 

Un altro punto riguarda l’offerta: solo a Milano sono attive più di venti scuole di moda, che ogni anno formano centinaia di designer, fotografi, stylist e altri creativi. «Le scuole stanno formando più talenti di quanti il settore riesca ad assorbire», sostiene la ricerca di Calibre Careers. Il team aggiunge che tra le complicazioni c’è anche la globalità del settore, che da un lato può avere dei lati positivi, ma dall’altro rende l’offerta milanese sempre più diversificata e per questo competitiva. «Le candidature provengono da tutto il mondo e spesso i curriculum vengono scartati prima ancora di essere letti». 

Cosa possono fare le scuole? 

Anche se ormai sembra semplice etichettare ogni organo della fashion industry come ostile, dai brand che sfruttano gli intern alle scuole che, malgrado i costi, non supportano gli studenti come dovrebbero, ci sono casi isolati che offrono un po’ di speranza. Con un approccio alternativo, alcuni istituti riescono a fornire ai nuovi talenti le basi necessarie su cui costruire una carriera nella moda. Un esempio arriva proprio dall’Italia, con l’Accademia Costume & Moda che ha istituito un vero e proprio ufficio interno dedicato al collocamento degli studenti, e che finora si sta dimostrando efficace. «Essendo un'accademia indipendente non possiamo fare altro che contare sulla qualità dell’esperienza», racconta il Presidente dell’Accademia Lupo Lanzara.

Malgrado la crisi abbia avviato una diminuzione generale delle opportunità lavorative, aggiunge Lanzara, le aziende continuano ad attivare stage con laureati e laureandi. La conferma arriva dal tasso di collocamento dell’istituto, che al momento tocca una media del l’85% con picchi specifici del 100% per i diplomati in Fashion Business, i master in Fashion Communication & Art Direction e in Fashion Sustainability & Industry Evolution. Certo, i dati si riferiscono agli stage attivati, ma l’accademia conferma che il Career Service segue gli studenti finché non trovano una collocazione, «attraverso orientamento, networking con le aziende e supporto nella ricerca delle opportunità più adatte». 

Ciò che sta influendo sul mercato del lavoro nella moda, osserva Lanzara, non sono solo il divario tra domanda e offerta o gli effetti che la crisi sta producendo sull’industria: l'atteggiamento delle nuove generazioni nei confronti del lavoro è diverso rispetto ad anni fa. Anche tra i giovani, si è sviluppata ormai una profondità di analisi dei brand e delle attività con cui interagiscono che li rende sempre più consapevoli delle loro scelte. «Questo lo riscontro anche nei giovani con cui lavoriamo», aggiunge. «Questa capacità di mettere in discussione le dinamiche esistenti rappresenta un elemento estremamente virtuoso e positivo in prospettiva futura per il settore». 

E i creativi? 

Una delle battute più frequenti rivolte alle nuove generazioni riguarda la loro fluidità, sia essa sessuale, identitaria o lavorativa. In inglese, il termine utilizzato per definire una persona che svolge mille lavori diversi è multi-hyphenate: un professionista poliedrico, spesso appartenente all’industria creativa, che non si accontenta di un solo titolo. Ciò che confermano, però, i meme che punzecchiano lo stereotipo del direttore artistico su Instagram, è la necessità sempre più diffusa per i creativi di differenziare le loro entrate, per rimanere a galla, in un settore in cui interessi e richieste cambiano di giorno in giorno.

Sono forse le collaborazioni, allora, il segreto per riuscire a sopravvivere nella fashion industry, il freelancing e il part time associato ad altri mini-lavoretti? Non esiste un’unica risposta, come ormai sappiamo, la strada per il successo nella moda non è mai una sola. Anzi: spesso sono proprio i percorsi più complessi, con detour e reindirizzamenti, a portare maggiori soddisfazione.