
Il viaggio e la ribellione degli Antwerp Six in mostra al Momu Una retrospettiva esclusiva racconta la storia del gruppo che ha segnato la storia
Nel racconto della moda contemporanea, pochi capitoli risultano tanto incisivi quanto quello scritto dagli Antwerp Six. A quarant’anni dal loro debutto nel 1986, la mostra organizzata dal MoMu (Mode Museum) di Anversa e curata Romi Romy Cockx e Geert Bruloot ripercorre la traiettoria dei sei designer oggi conosciuti in tutto il mondo: Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee.
La grande esposizione, uno degli eventi tra i più attesi sia da fashion lover, sia da addetti ai lavori, ricostruisce non solo sei carriere individuali, ma soprattutto l’energia collettiva che ha trasformato Anversa in un epicentro globale della moda. Una storia che è stata soprattutto un’amicizia nutrita da ambizioni condivise, viaggi, musica e una visione della moda come linguaggio culturale, ben oltre la semplice produzione di abiti.
All’opening sono intervenuti non solo i designer – da Ann Demeulemeester e suo marito Patrick Robyn, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten – ma anche Raf Simons e Pieter Mulier, fino al set designer Etienne Russo, il fotografo Willy Vanderperre, Linda Loppa che ha dato grande impulso e supporto a queste due generazioni di creativi, fino a giornalisti come Hamish Bowles, Suzy Menkes e Diane Pernet.
Gli inizi da Londra
@gerritandthecity In 1986, six graduates of the Royal Academy of Fine Arts in Antwerp decided to go to London to present their collections to buyers and editors. Faced with their names that were impossible to pronounce, the press called them « The Antwerp Six ». Their names were Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs, Marina Yee and Dries Van Noten. Together with Martin Margiela, this group of designers put Belgium on the fashion map at the end of eighties. #belgianfashion #antwerpfashion #belgiansdoitbetter #fashiontiktoks #fashionreport #antwerpsix #anndemeulemeester #waltervanbeirendonck #dirkvansaene #dirkbikkembergs #marinayee #driesvannoten #martinmargiela #belgiumfashion #belgianstyle original sound - Gerrit
Il punto di partenza è la Royal Academy of Fine Arts di Anversa, dove negli anni '60 prende forma un insegnamento ancora ancorato all’eleganza parigina, ma immerso in un contesto di profonde trasformazioni culturali. Tra proteste studentesche, controculture e nuove libertà espressive, il terreno è pronto per una generazione destinata a scardinare le convenzioni.
Se inizialmente la distanza tra moda e arti visive appare marcata, è proprio in questa frattura che si insinua una tensione fertile: quella tra disciplina accademica e impulso sperimentale. Negli anni '70 e primi '80, Anversa diventa un laboratorio informale dove punk, performance e arti visive si contaminano. Spazi indipendenti, club e iniziative underground costruiscono un ecosistema creativo che influenza profondamente gli studenti dell’Accademia.
È in questo contesto che si consolida il legame tra i futuri Antwerp Six, che si conoscono anche grazie alla comune amicizia con Geert Bruloot, guest curator e co-fondatore di Coccodrillo, e di Louis, primo store di abbigliamento a vendere i design degli stilisti belgi. Ed è grazie al suo intuito che è poi nata l’idea di esportare i sei designer all’estero, presentando le loro collezione a Londra.
A Firenze
Il contesto economico è tutt’altro che favorevole. La crisi del tessile belga spinge il governo a lanciare un piano strategico che, attraverso iniziative di supporto ai creativi come il Golden Spindle, diventa inaspettatamente il trampolino di lancio per questi giovani designer che si collegano con la manifattura made in Belgio. La visibilità internazionale arriva rapidamente, ma è nel 1986, con la partecipazione al British Designer Show di Londra, che avviene la vera svolta. Senza budget, ma con tanta creatività, i sei trasformano un anonimo stand in una dichiarazione di intenti, attirando buyer e stampa internazionale.
Un passaggio spesso meno celebrato, ma fondamentale, è quello italiano: sempre nel 1986, il gruppo approda a Firenze, invitato da Pitti Immagine a presentare le collezioni durante Pitti Trend Fair. Arrivati in camper a Firenze, gli Antwerp Six entrano in contatto con una filiera produttiva d’eccellenza e con un sistema moda già strutturato. Questa tappa segna un momento chiave: il confronto tra la loro radicalità creativa e la tradizione manifatturiera italiana contribuisce a definire un equilibrio che sarà centrale nelle loro carriere, tra sperimentazione e costruzione.
Il percorso della mostra
In pochi anni, pur senza mai costituirsi come collettivo formale, gli Antwerp Six diventano un fenomeno globale. La loro forza risiede proprio in questa apparente contraddizione: identità radicalmente diverse che convivono sotto una stessa attitudine. Dall’estetica sportiva di Dirk Bikkembergs alla poetica dark e stratificata di Ann Demeulemeester; dall’universo pop e politico di Walter Van Beirendonck alla ricerca tessile e narrativa di Dries Van Noten; fino all’approccio artistico e intuitivo di Marina Yee e al gioco concettuale di Dirk Van Saene.
Kaat Debo, direttore del MoMu, ha raccontato:
«Gli Antwerp Six sono spesso raccontati come un mito o un’etichetta, ma raramente analizzati nella loro piena complessità. [...] Non sono stati soltanto sei talenti straordinari, sono stati anche il prodotto di un ambiente. È una dimensione che oggi rischiamo di dimenticare, perché la moda contemporanea tende a personalizzare tutto, a trasformare ogni vicenda in una biografia individuale. [...] Ed è un punto che riguarda anche il presente, perché le nuove generazioni hanno ancora bisogno di contesti fertili in cui crescere e sviluppare le loro potenzialità».
La mostra insiste su un punto cruciale: gli Antwerp Six non hanno semplicemente ridefinito uno stile, ma un metodo. Hanno anticipato temi oggi centrali nel dibattito moda - dall’autonomia creativa alla costruzione di ecosistemi culturali, fino alla relazione tra industria, ricerca e artigianalità - interpretando la moda come medium critico capace di raccontare il proprio tempo.
L’esposizione inizia con una prima sala dedicata alla loro formazione in Accademia fino al debutto a Londra come collettivo, per continuare con sei stanze, ciascuna con forte identità, dedicata ai singoli stilisti. Si inizia con l’universo sportivo di Dirk Bikkembergs, dove a sorpresa non ci sono abiti o calzature, ma un campo dominato da grandi foto, poiché i suoi vestiti erano pensati e disegnati su persone reali, sportivi con un’identità̀ precisa.
Segue la stanza iper-pop e colorata di Walter Van Beirendonck, dove un grande robot costruito con video dialoga con lo stesso designer, che racconta la sua estetica e moda intesa come attivismo sociale. La mostra continua con l’installazione dinamica della sfilata AI 1997-98 di Dirk Van Saene, animata da un surreale front row di personaggi e quella di uno show collettivo di Dries van Noten, che punta proprio sul finale come momento chiave nella comunicazione del suo immaginario.
Poi la stanza intima di Marina Yee, in cui è stato ricostruito il suo archivio, cominica il racconto direttamente dal suo spazio di lavoro. Infine, con Ann Demeulemeester, ci si immerge in un ambiente essenziale, nero, coerente con il suo universo. Chiude il percorso una stanza dedicata a tutti i sei designer con gli inviti più artistici ai loro show e un documentario con interviste a professionisti del settore, per capire perché́ questi Antwerp Six abbiano avuto un impatto così forte e duraturo.
Attraverso installazioni, archivi e materiali effimeri emerge una consapevolezza precoce della moda come storytelling come parte integrante del progetto creativo. In questo senso, la loro eredità appare oggi più attuale che mai: in un sistema dominato da velocità e consumo, il loro lavoro continua a indicare una via alternativa, dove la moda torna a essere un atto consapevole e centrato. Più che una retrospettiva, questa mostra funziona come una lente sul presente: anche a distanza di quattro decenni, la lezione degli Antwerp Six è ancora radicalmente contemporanea.















































