
Tra moda e arte, la rivoluzione silenziosa di Marina Yee La creatività della designer esplorata nella mostra alla Gallery Sofie Van De Velde
È stata la figura più enigmatica e meno conosciuta dei famosi Antwerp Six, che ora sono protagonisti della grande mostra organizzata dal MoMu di Anversa. Marina Yee ha da sempre vissuto la moda come un linguaggio da attraversare e il suo percorso è stato uno dei più radicali e difficili da incasellare tra quelli dei Sei
Fin dall’infanzia, Yee si lascia guidare dall’intuizione più che dal disegno. Nonostante il talento per l’illustrazione, preferisce lavorare direttamente sul manichino: è il contatto con il tessuto, il volume di un capo esistente a determinare la forma finale. Le sue mani “pensano” prima della mente. Spilli, pieghe, stratificazioni diventano strumenti per fissare un’idea che emerge in tempo reale. Un metodo che negli ultimi anni appare naturale e compiuto, ma che è il risultato di una ricerca durata decenni.
La formazione e gli esordi
Dopo la formazione alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, il suo ingresso nel sistema moda è tutt’altro che marginale. Dal 1983 lavora per il produttore belga Bassetti, prima insieme a Dirk Bikkembergs e poi in autonomia, collaborando anche con il marchio di pelletteria Gruno & Chardin. Nel 1986 lancia il brand Marie con Miyoshi Hobo, presentando le collezioni a Londra durante il British Designer Show. È il momento in cui Anversa si impone sulla scena internazionale, ma già allora Yee si muove con una traiettoria propria.
Il passaggio a Parigi nel 1988, al fianco di Martin Margiela dopo il suo debutto, segna un ulteriore punto di svolta. Ma è anche l’inizio di una distanza: nel 1990 torna in Belgio e si ritrae volontariamente dal sistema. Disegna costumi teatrali, apre un caffè a Bruxelles, trasforma anche gli interni in uno spazio di espressione. È un primo, consapevole scarto rispetto alla moda come industria. Quando ritorna, lo fa alle sue condizioni. Dalla fine degli anni ’90 lavora per Lena Lena, brand belga dedicato al womenswear plus-size, sviluppando silhouette allungate e stratificate, spalle strette e scolli a V, in una palette essenziale di bianchi, off-white e indigo. Una femminilità sospesa tra seduzione e rigore, sempre attraversata da una tensione materica. Parallelamente firma anche la linea donna di Bikkembergs, ma poi ne prende le distanze riconoscendosi nei ritmi e nelle logiche commerciali del settore.
“Non le piaceva quanto la moda fosse veloce”, racconta Rafael Adriaensens, suo socio e amico che ne ha organizzato l’archivio. “Lei creava, creava, creava. Sia capi che opere d’arte.” Una pratica continua ma svincolata dal calendario, che la porta ancora una volta ad allontanarsi per esplorare altri linguaggi: pittura, collage, oggetti, grafica. Il tessile resta centrale, ma come materia da salvare, recuperare, trasformare. Nel 2005 inizia anche l’attività didattica tra Tournai, Gand e L’Aia, mantenendo un approccio non convenzionale: spinge gli studenti fuori dalla comfort zone, privilegiando gioco, errore e intuizione. Il ritorno alla moda avviene solo molto più tardi, quasi in punta di piedi.
Nel 2017 realizza una capsule per il mercato asiatico, mentre nel 2021 fonda M.Y. Collection insieme allo stesso Adriaensens. Qui la sua visione trova finalmente una forma stabile: upcycling radicale, capi esistenti trasformati in pezzi unici, dettagli concettuali nascosti nella costruzione di colletti, revers, polsini. Il processo creativo diventa un gesto di riduzione, un lavoro per sottrazione più che per accumulo. Yee anticipa di decenni molte delle riflessioni contemporanee sulla circolarità e sul valore dell’imperfezione. Ma ridurre il suo lavoro a una pratica sostenibile sarebbe limitante: il suo è piuttosto un gesto critico verso l’idea stessa di novità nella moda. Ogni capo porta con sé una memoria, un passato che non viene cancellato ma reso visibile.
La mostra alla Gallery Sofie Van De Velde
“Era una designer, ma anche un’artista. Quando entravo nell’atelier vedevo assemblage e dipinti straordinari… ma lei non osava mostrarli”, ricorda Adriaensens. Una riservatezza che ha tenuto a lungo nell’ombra la sua produzione visiva, oggi finalmente rivelata nella mostra alla Gallery Sofie Van de Velde (fino al 10 maggio), che dialoga in modo naturale con l’installazione al ModeMuseum. Questa tensione tra moda e arte attraversa tutta la sua carriera. Parallelamente al lavoro sugli abiti, Yee sviluppa infatti una pratica visiva altrettanto intensa ma rimasta a lungo invisibile. È proprio questa dimensione che oggi emerge nella mostra alla Gallery Sofie Van de Velde, dove si entra nel suo mondo tra disegni, collage, appunti personali, oggetti recuperati che tornano a una nuova vita.
Frammenti di giornale, fotografie lacerate, spilli, materiali trovati: elementi minimi che diventano visioni di una bellezza fragile, mai definitiva. Nelle opere esposte, come nella sua interpretazione della Ragazza col turbante di Vermeer velata da pennellate di bianco, emerge il rifiuto di Yee per la perfezione levigata. I suoi lavori appaiono spesso incompiuti, aperti, quasi stessero ancora respirando. Sono "pezzi di ispirazione" che dialogano costantemente con la sua moda: mobili realizzati con grucce metalliche e piume, o capi unici talmente densi di spilli e post-it da essere considerati "arte indossabile". L’esposizione non è solo un omaggio a una protagonista della moda belga, ma l'invito a entrare in un mondo dove il processo conta più del risultato.
Un mondo fatto di appunti scritti a mano e una coerenza estetica che sfida ogni tendenza passeggera. "Marina sapeva creare qualcosa di meraviglioso dal caos assoluto", racconta Rafael Adriaensens, suo socio e custode di un archivio che si è rivelato molto più vasto del previsto: un tesoro di disegni, installazioni e assemblage rinvenuti nel suo appartamento di Anversa che saranno raccolti prossimamente nel primo libro dedicato a questa straordinaria artista. Questa monografia attraversa oltre quarant’anni di lavoro tra moda e arte, tra disegni, collage e silhouette, per restituire la visione di una designer che ha sempre resistito alle categorie. La morte, il 1° novembre 2025, ha interrotto bruscamente il suo percorso. Ma più che una fine, quello che emerge oggi è la continuità di una pratica: libera, coerente, ostinatamente indipendente. Una traiettoria che, riletta oggi, appare non solo anticipatrice, ma necessaria e ricca di ispirazioni.




































































