La crisi è finita per la moda italiana? Il peggio sembra passato ma l’anno appena iniziato non sarà sicuramente quello della svolta

La crisi della moda in generale e del Made in Italy in particolare è un argomento che è stato in primissimo piano nelle menti di tutto il settore nel corso del 2025. E qualche settimana fa, l’uscita dei risultati finanziari di LVMH, con un -3% nelle vendite trimestrali del dipartimento Moda & Pelletteria, ha fatto capire che la situazione sembra stabile ma non per questo è pronta a migliorare.

Ma negli ultimi dati discussi da Camera della Moda Italiana nella tradizionale conferenza preparatoria alla prossima Milan Fashion Week femminile le notizie sembrano essere state leggermente più incoraggianti. Come mai?

Meglio lenti che in crisi

@vale_vale_75

Luigi Lardini, Direttore Creativo e Co-fondatore di Lardini, non ha dubbi: questa è la peggior crisi che abbia mai visto nel settore moda. Il mondo del lusso sembra paralizzato. I negozi sono fermi. La Cina rallenta. Le tensioni globali aumentano. Ma il vero problema? Nessuno ha una risposta chiara. E intanto auto da 320k euro si rivendono a 480k in sei mesi. Perché se vuoi il nuovo, devi aspettare anni. Un lusso che si vende... ma non si capisce più.

suono originale - Valentina

Volendo riassumere, si può dire che il 2025 ha visto un lento e discontinuo declino del fatturato complessivo dell’intero settore, che è sceso del 2,6% rispetto all’anno prima per un totale di circa 93 miliardi di euro. Il dato è sì in negativo ma in realtà non terribile, dato che questa perdita sembra essere causata, oltre che dalla turbolenta situazione geopolitica, a un aumento dei dazi sul commercio internazionale che, nel complesso, sono andati dal 5,3% all'8,9%.

In realtà, volendo dividere l’anno passato in trimestri, si nota che quello che va da luglio a settembre (che probabilmente corrisponde anche ai mesi in cui lo shopping turistico è al culmine) ha mostrato una crescita dopo otto mesi di continuo declino. Luglio ha dato il via con un +1,4%, una cifra modesta, che però a settembre è arrivata al al +5,7%, per poi rallentare in autunno, ma senza scendere sotto la media sia dei mesi precedenti che degli stessi mesi dell’anno prima.

Com'è andato il 2025?

I dati ISTAT sulle vendite al dettaglio relativi agli ultimi undici mesi del 2025, poi, danno un quadro leggermente più dettagliato: le vendite si sono effettivamente contratte nel complesso, specialmente per le scarpe che sono scese di un -1,8%. Ma proprio sul finale dell’anno, a novembre, le vendite di abbigliamento sono cresciute del +1,4% e quelle di calzature del +1,3% rispetto a novembre 2024. Interessante è vedere invece che la cosmetica è cresciuta del +3,6% e, pur in assenza di percentuali nette, anche la profumeria artistica sta crescendo a un ritmo insolito.

L’ipotesi che si potrebbe trarne è che, in un panorama dominato da inflazione e costi in salita, i consumi non si sono arrestati ma solo re-diretti verso prodotti lussuosi ma dal prezzo meno impegnativo: è più facile comprare un profumo da 300€ che una maglietta da 1500€ o una borsa da 2600€ e oltre. Un potenziale ostacolo sono dunque sempre i prezzi molti elevati e soprattutto un mix di prodotti di alta gamma e di altri più entry-level o per il segmento aspirazionale che dev’essere ancora bilanciato. Ma ci sono dei prezzi che sono calati: quelli all’ingrosso.

I prezzi scendono ma per chi?

Un dato curioso è stato quello relativo ai prezzi all’ingrosso, che sono scesi nel caso dei prodotti tessili, e dunque le materie prime; e sono aumentati solo di uno +0,2% per l’abbigliamento e di un +0,9% nelle calzature. In pratica, i brand hanno pagato meno per le loro materie prime ma non hanno trasferito quel risparmio ai retailer e dunque ai consumatori finali.

I motivi probabili sono sempre i soliti tre: alzare i margini, mantenere il posizionamento e forse assorbire un aumento dei prezzi nei costi fissi. Forse c’era anche di mezzo la volontà di non scatenare guerre di prezzi. Curiosamente invece i prezzi all’ingrosso per i gioielli e occhiali sono saliti del +10,6% anche se il fatturato è sceso, specialmente per i gioielli.

Guardando i dati sul rapporto tra importazioni ed esportazioni, poi, ciò che salta all’occhio è che le importazioni dall’estero sono aumentate abbastanza, e specialmente quelle dalla Cina, salite del +8,7% sicuramente a causa dei dazi USA che hanno fatto diventare l’Europa una valvola di sfogo per il surplus cinese, anche se andrebbe chiarito di cosa si tratta: molto probabilmente sono capi finiti fast fashion o di fascia media, ma anche tessuti, componenti per pelletteria o i famosi prodotti semilavorati che vengono “finiti” in Italia. Le esportazioni invece non sono affatto delle migliori, la domanda è stata fiacca e fa pensare a un declino del potere di spesa europeo.

E adesso?

C’è dell’ottimismo per l’anno entrante, per così dire. Le previsioni sono di una crescita dell’1% quindi molto ma molto limitata. La cosa buona però è che non si prevedono danni peggiori, anche considerato che si prevede un rallentamento della crescita degli USA e una relativa stabilità in Europa e Cina, dove comunque il miracolo dei primi anni ’10 non dovrebbe ripetersi.

Quindi non siamo propriamente in crisi nera ma più in una sorta di convalescenza. La verità è che, a un generale senso di difficoltà nella spesa che riguarda un po’ tutto il mondo, si va a sommare la generale incertezza della politica internazionale dato che l’andamento del business potrebbe essere influenzato da potenziali cali del dollaro, da inasprimenti della situazione nell’Asia sud-occidentale e dalla ripresa economica cinese, su cui tutti sperano. In breve, dunque, non si può festeggiare ma possiamo consolarci che la situazione avrebbe potuto essere ben peggiore.

Takeaways

- Nel 2025 il settore della moda italiana e del lusso ha registrato un calo moderato del fatturato complessivo (-2,6%, circa 93 miliardi di euro), influenzato da geopolitica e aumento dei dazi, ma la situazione non è drammatica.

- Dopo otto mesi di calo continuo, tra luglio e settembre 2025 si è verificata una ripresa delle vendite (fino a +5,7% a settembre), grazie soprattutto allo shopping turistico, con un miglioramento visibile anche a novembre (+1,4% abbigliamento, +1,3% calzature).

- I consumatori, colpiti da inflazione e prezzi elevati, hanno spostato la spesa verso prodotti di lusso più accessibili (es. profumi) piuttosto che capi e accessori di fascia altissima, mentre la cosmetica e la profumeria artistica mostrano una crescita solida.

- I prezzi all’ingrosso delle materie prime tessili sono diminuiti, ma i brand non hanno trasferito il risparmio a retailer e consumatori, mantenendo prezzi al dettaglio alti per proteggere margini e posizionamento; al contrario, i prezzi all’ingrosso di gioielli e occhiali sono aumentati nettamente.

- Le previsioni per il 2026 indicano una lieve crescita (+1%), senza peggioramenti significativi attesi: il settore non è in crisi nera, ma in una fase di lenta convalescenza, con ottimismo cauto legato a variabili geopolitiche e al potere d’acquisto globale.