
Le Olimpiadi Milano Cortina 2026 rovineranno la montagna per tutti? Intervista a Beatrice Citterio, fondatrice di "Giochi Preziosi"
Venerdì 6 febbraio iniziano i Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026, una manifestazione che, ancor più di Expo 2015, inciderà profondamente sulla vita di tutti gli italiani. Se l'esposizone internazionale aveva preso come sfondo solo il capoluogo lombardo, questa volta la natura di questo evento globale ha richiesto la collaborazione di decine di località montane e non: proprio in questi giorni, la torcia olimpica sta facendo il giro della nostra bella penisola - chi vi scrive ha da poco assistito a una scena degna di 2001:Odissea nello Spazio, con tanto di omini in tuta sull'Etna e colonna sonora lirica - toccando le principali mete turistiche italiane. Nel frattempo, il nord Italia, da Cortina a Livigno, dalla Val di Fiemme a Verona passando per Bolzano, si sta impegnando al massimo per offrire al pubblico delle Olimpiadi memorabili. Ma i cambiamenti, come la nuova pista da bob a Cortina o il villaggio olimpico a Milano, potrebbero diventare indimenticabili per i motivi sbagliati.
Nasce così Giochi Preziosi, un progetto firmato Beatrice Citterio, dottoranda in Paesaggio e patrimonio culturale all'Università di Bolzano, in cui si raccontano le lacune istituzionali e mediatiche nella comunicazione dei Giochi Olimpici 2026. Il progetto affronta tantissimi temi relativi all'organizzazione dell'evento, ma pone anche l'accento sull'impatto sociale, ambientale, culturale ed economico che avrà sulle località coinvolte. «Non ho idea né del perché né del come ospiteremo i Giochi Invernali 2026», ci dice Citterio per raccontare le domande che l'hanno spinta a lavorare a Giochi Preziosi. «Perché, a differenza di molte altre città, noi non abbiamo avuto un referendum popolare?»
Studiando l'evento e in particolare il modo in cui sta venendo pubblicizzato, Citterio ha trovato come le Olimpiadi siano un evento isolato che però nutre problemi onnipresenti, come il «rapporto di subalternità a cui la città ha costretto le proprie montagne». Attraverso la fotografia, Citterio ha documentato «mobilitazioni, manifestazioni, incontri di valle» sia digitalmente che su carta, in un tabloid dal titolo alquanto esplicativo. A poche settimane dalla ristampa di Giochi Preziosi 2, abbiamo incontrato la fondatrice per capire se ci sarà un prima e un dopo Milano Cortina 2026. Scoprendo, infine, che il dopo è già qui.
Quale risposta sta riscontrando il progetto Giochi Preziosi?
Molto buona, almeno dal mio punto di vista. Non portare il discorso solo in città ma anche nei territori alpini interessati per me è fondamentale, sia per capirne la risposta, sia per avviare un confronto che possa continuare anche dopo i Giochi, ma anche per smitizzare un po’ l’aura romantica della montagna.
Per quanto riguarda il progetto in sé, sono state fatte molte presentazioni, in diversi luoghi: Milano, Parma, Bologna, Lago d’Iseo, Valtellina, Dolomiti Venete (in un rifugio) e sono sempre state occasioni ricchissime di discussione e di scambio. Attraverso le conoscenze dal vivo e online si è creata una comunità sensibile al tema, che considero il risultato più importante al di là dell’informazione. Lo ritengo indispensabile perché la grande domanda sarà come continuare dopo i Giochi: sia rispetto alla tanto discussa legacy delle infrastrutture, finite o non finite (più della metà saranno completate anni dopo), sia per provare a ragionare con chi i territori li abita su un’idea di un futuro diverso da quello del cosiddetto «circo bianco», come viene definita da alcuni anni l’industria della neve e che le Olimpiadi continuano invece a rilanciare come modello vincente.
Perché secondo te dovremmo prestare particolare attenzione all’impatto che Milano Cortina avrà sul tessuto urbano/paesaggistico delle Alpi e di Milano?
Il progetto parla di molte cose e su più livelli. In primis, affronta il tema dell’enorme spesa pubblica (oltre 6 miliardi di euro, in costante aumento) nei confronti dell’evento. C’è però un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, in quanto originaria di Milano e frequentatrice di luoghi a quote diverse: il rapporto che si è costruito negli anni tra la città di Milano e la montagna, segnato storicamente da una modalità di imposizione di stampo neocoloniale in cui la risorsa montana viene piegata ad uso delle basse quote. Come siamo arrivati a questa idea di montagna, quotidianamente sfruttata nella sua dimensione romantica, candida, pura, a servizio di una narrazione strumentalizzata come «altra» rispetto alla città?
L’immagine della montagna in città si gioca quindi tra svago, percezione e immaginario, mentre nei casi delle località Olimpiche si traduce in un modello di sviluppo incentrato sul turismo stagionale nella sua forma più verticale ed estrattiva. Le mete più gettonate fungono da modelli da copiare per altri territori in stato di semi-abbandono, anche se inseguire un modello di questo tipo non solo relega i territori alpini a semplice estensione dell’urbano, ma esclude soprattutto una tutela effettiva delle risorse sociali, economiche e ambientali e, di conseguenza, della sussistenza delle comunità che li abitano.
Negli ultimi anni l’Italia ha affrontato gravi pressioni dovute all’overtourism. In che modo, secondo la tua ricerca, questo fenomeno si svilupperà nel corso del 2026 in relazione ai Giochi?
Nel documento di candidatura, i Giochi si propongono come strumento propulsivo per il turismo. Fa specie però collocare questo tipo di operazione proprio nelle località scelte dalle Olimpiadi, che sono tutte aree già ampiamente segnate dall’overtourism: Cortina d’Ampezzo, la Val di Fiemme e l’Alta Valtellina. I territori limitrofi, che forse avrebbero davvero avuto bisogno di investimenti, hanno invece ricevuto poco o nulla, se non infrastrutture pensate per il passaggio e non per la permanenza.
I luoghi dei picchi vengono così pubblicizzati in modo verticale, fossilizzati in cartelli pubblicitari istituzionali (incluso UNESCO) o nelle campagne delle agenzie di comunicazione locale e le immagini diventano simboli di una meta imperdibile. Questa pressione sui territori non tiene però conto di cosa significhi per un paese far fronte a un’impennata di presenze di questo tipo: nel breve termine per la gestione delle risorse (acqua, elettricità, fognature) e della mobilità; nel lungo termine per una struttura economica sempre più dipendente da finanziamenti pubblici e da un clima di cui sappiamo già la direzione.
Puoi spiegare, riassumendo la tua ricerca, in che modo un evento come Milano Cortina potrebbe danneggiare le Alpi italiane e la città di Milano? (anche in risposta a chi invece sostiene che l’evento «porterà tanti soldi e turismo» dunque gioverà alle località coinvolte)
Partiamo dal presupposto che qualsiasi mega-evento (come i Mondiali di calcio, Expo e altri) ha un impatto tutt’altro che neutro sul territorio, sia dal punto di vista ambientale e sociale, sia soprattutto economico. Basta osservare lo storico dei Paesi che hanno ospitato eventi simili per rendersi conto che non è mai accaduto di evitare extracosti, spesso superiori al 150% e a carico delle risorse pubbliche.
Sul piano ambientale, il fatto che i Paesi si presentino come attenti all’ambiente e alle tematiche della sostenibilità in fase di candidatura non deriva tanto dal loro buon animo quanto dal semplice buonsenso: l’Agenda 2020+5 del CIO prevede infatti che tali obiettivi vengano considerati, pena l’esclusione dalla competizione. Esempi significativi sono stati Torino 2006, ma ancor più criticamente Sochi 2014, evento dopo il quale non a caso è stata istituita l’Agenda 2020 del CIO. Il paradosso, tuttavia, è che dallo stesso articolo citato emerge una progressiva diminuzione della sostenibilità dei Giochi nel corso degli anni, nonostante l’incremento delle misure di controllo.
È poi quantomeno curioso collocare un evento di tali dimensioni sulle Alpi italiane, notoriamente colpite dal cambiamento climatico in misura doppia rispetto alle pianure e già segnate da gravi problemi sociali ed economici, in gran parte derivanti da un modello di sviluppo incapace di attrarre e diversificare. Basta confrontare i quasi 7 miliardi di euro complessivi previsti per i Giochi con i 200 milioni di euro annui stanziati fino al 2027 dalla nuova Legge sulla Montagna (settembre 2025): una cifra che, suddivisa tra tutti i comuni montani, equivale a poco più di 80.000 euro per comune, destinati a coprire sanità, istruzione, agricoltura e servizi essenziali.
La pista da bob da sola è costata 120 milioni, e il suo mantenimento graverà sul territorio per almeno 400 mila euro l’anno con fondi che saranno sottratti ad altre impellenti urgenze. In Lombardia si sono sbloccati investimenti pubblici miliardari per un evento «sportivo, per tutti», quando solamente il 44% delle scuole ha una palestra. Il villaggio olimpico di Milano, investimento privato a partecipazione pubblica per coprirne gli extra-costi, si proporrà dopo i giochi come studentato in risposta alla crescente crisi abitativa di Milano. Peccato che i prezzi tocchino i mille euro a stanza. E così via.
Quali sono le principali preoccupazioni dei residenti delle aree montane? e di Milano?
Milano, la Valtellina, la Val di Fiemme, la Val Pusteria e il Cadore sembrano molto lontane tra loro, ma se guardiamo ai problemi risultano più vicine di quanto sembri. Su geografie profondamente diverse si sovrappongono criticità condivise: prima fra tutte la vivibilità dei luoghi impattati dalle Olimpiadi, dal costo della vita al diritto alla casa, dalla distribuzione e l’accessibilità ai servizi di base alla mobilità pubblica.
Le preoccupazioni riguardano però anche il lato economico dell’evento: da una parte, gli investimenti sono arrivati solo dove si è scelto di farli arrivare, dall’altra, proprio durante l’evento olimpico si profila una diffusa chiusura delle attività commerciali, sia a causa delle cosiddette zone rosse, in cui la circolazione sarà vietata o fortemente contingentata, sia per via dei prezzi esorbitanti che stanno scoraggiando una parte dei visitatori anche nelle aree limitrofe e non centrali rispetto ai Giochi.
Allargando lo sguardo, emergono però questioni ben più complesse dello svolgimento dei Giochi, che proprio dai Giochi vengono amplificate e accelerate. Come scrive Roberta De Zanna in un contributo riportato in Giochi Preziosi 2: «senza proprietà, c’è ancora identità?». Ovvero: in contesti in cui la corsa alla privatizzazione a profitto di pochi è all’ordine del giorno, è ancora possibile parlare di identità delle popolazioni locali, tanto celebrata dalle campagne di marketing territoriali e dalle narrazioni istituzionali, nazionali e governative? Queste criticità non si sovrappongono solo nelle diverse località alpine, ma risuonano in modo sorprendentemente simile anche altrove, sia a Milano che fuori dai confini nazionali.
Fuori confine, per le invernali 2030 Barcellona aveva proposto una candidatura che coinvolgesse i Pirenei Catalani e Aragonesi, ma l’imposizione dall’alto della città sulle zone montane non ha trovato terreno fertile alla luce della crisi climatica e della conseguente crisi socio-economica che stanno attraversando questi territori. Il vasto movimento sociale nato in opposizione alla candidatura ha coinvolto politici, emittenti televisive e cittadinanza, generando un dibattito tale da portare al ritiro della proposta, complici anche i difficili rapporti tra Catalogna, Aragona e governo nazionale spagnolo. Insomma, i Giochi non sono poi così auspicabili.
Parte del tuo progetto osserva in maniera critica anche alcuni degli sponsor che supporteranno i Giochi. Ci sono investimenti che sono stati fatti a scopo di bene, oppure il coinvolgimento di così tante aziende e corporazioni porterà solo implicazioni negative per l’area?
I partner, gli sponsor e i premium partner di un evento come le Olimpiadi penso dicano molto della natura dell’evento stesso. Vorrei specificare che i contributi legati ai partners possono includersi solamente nel miliardo e mezzo di fondi necessari allo svolgimento dei giochi. Il resto, che sta progressivamente superando i 5 miliardi, viene dalle casse pubbliche dello Stato. Degli sponsor dell’evento poi, è difficile distinguere la natura pubblica o privata (Poste italiane, Ferrovie dello Stato). Come sottolineano D. Facchini e L. Casanova in Oro Colato: «(…) L’immagine di un sostegno “privato” risulta quindi sfumata: una parte degli sponsor è pubblica, mentre una parte dei privati trae vantaggi significativi dall’indotto e dalle decisioni politiche attivate dall’evento.» Gli sponsor principali, insomma, siamo noi.
È importante suddividere gli agenti delle olimpiadi in Italia in due: da una parte Fondazione Milano Cortina 2026 e dall’altra SIMICO (Società infrastrutture Milano Cortina 2026). In breve, la prima ha in carico la gestione dell’evento nelle sue componenti burocratiche, logistiche e culturali, mentre la seconda ha il compito di realizzare l’infrastruttura necessaria.
L’investimento non è tracciabile, e questo dice molto. Se vogliamo però nominare alcuni sponsor e partner, riprendo in prestito un pezzo di Oro Colato: «Tra i premium partner figurano Enel, Eni, Ferrovie dello Stato, Leonardo e Poste italiane; (…) Accanto a questi, esiste poi un fronte di sponsor pienamente privati che però, grazie alle Olimpiadi, ottengono benefici indiretti significativi. Airbnb opera in un contesto di affitti esplosi nelle città olimpiche». Non penso ci sia spazio per argomentare il danno di ciascuna di queste aziende nel loro operato quotidiano, ma è evidente che il destinatario ultimo di questi investimenti non è il bene della comunità.
È possibile per la montagna e i suoi residenti resistere ai cambiamenti che porterà Milano Cortina 2026? In che modo è possibile proteggere le nostre montagne?
Un buon punto di partenza per la tutela dell’ambiente montano è interrogarsi su chi vogliamo preservare. Nel discorso mainstream, il concetto di ambiente è stato rapidamente ridotto a qualcosa di terzo, separandoci dalla stessa definizione di natura che poi cerchiamo così spasmodicamente nella vita quotidiana. Tutelare l’ambiente significa banalmente tutelare la nostra vita, quindi è importante non etichettare la resistenza locale come una semplice o virtuosa forma di ambientalismo. Proteggere le montagne non è una pratica romantica né esotica: è la conservazione di un ecosistema necessario alla nostra sopravvivenza. Dal micro, come fanno le comunità che si oppongono banalmente a stanziamenti di fondi per opere non necessarie, al macro.
Se banalmente nella fase di candidatura ai Giochi Olimpici si fosse fatta più informazione, con dati e informazioni reali, magari questi giochi non li avremmo avuti, o avremmo almeno avuto la possibilità di incidere in maniera maggiore sulla modalità della loro realizzazione. Manifestare, agire tramite la magistratura o mettere in discussione l’utilità di certe opere diventa quasi un atto di sfida quando la Regione o lo Stato riversano milioni di euro su quei progetti. Opporsi significa sfidare non solo interessi economici potenti, ma anche un apparato politico e istituzionale che da decenni determina quali territori prosperano e quali restano marginali. Forse in questo la città può essere d’aiuto, in una collaborazione che però si svincoli dalle visioni edulcorate che la narrazione degli ultimi due secoli ha inculcato nella testa di chi frequenta la montagna due volte al mese.
Chi e in che modo dovrebbe intervenire, adesso o a Giochi iniziati, per risanare le problematiche che creerà Milano Cortina?
Risanare costa sempre più che realizzare. Troppo spesso le decisioni dall’alto vengono giustificate con un semplice «si è sempre fatto così», mentre le critiche vengono liquidate con un «ce l’avete voi l’alternativa?». In realtà, queste due dimensioni dovrebbero procedere di pari passo: le amministrazioni dovrebbero impegnarsi concretamente a valutare alternative quando un modello di sviluppo genera problemi evidenti, perché non ci si può aspettare che le soluzioni arrivino da singole persone o gruppi. Un problema sistemico richiede soluzioni sistemiche.
Certo, su piccola scala esistono molte realtà che propongono una frequentazione della montagna alternativa a quella dominante, o modelli di vita urbana più giusti, con modalità di confronto e partecipazione efficaci. Tuttavia, è difficile pensare di poter trasferire un modello da una buona pratica e applicarlo indiscriminatamente a tutti i territori. Ciò che invece si può fare è lavorare alla maturazione di un pensiero collettivo che consideri il cambiamento come alternativa concreta, e che le amministrazioni possano accompagnare attraverso lo stanziamento di fondi adeguati.
Sarebbe stato meglio non avere i Giochi? Sicuramente sì. Purtroppo ci saranno, e i danni potranno essere misurati con maggiore precisione solo a posteriori, anche se già oggi possiamo farci un’idea. È importante ricordare che la responsabilità non venga scaricata solo su chi vorrebbe un mondo diverso, perché danni e soluzioni dovrebbero convivere all’interno di una gestione territoriale realmente costruttiva dove opinioni diverse si contaminano. Se però nel contesto in cui viviamo ci rendiamo conto che come piccoli o grandi gruppi possiamo fare la differenza, facciamolo.















































































