
L’Italia sta dimenticando i dialetti? L’ultima indagine Istat indica una progressiva riduzione dell’uso del dialetto nella vita quotidiana
Nel 2026 gli italiani parleranno sempre più italiano. Sembra una frase scontata e ovvia, ma chi conosce la situazione sociolinguistica dell’Italia sa che non è così. Infatti nel Bel Paese vengono parlate più di 30 lingue dialettali racchiuse in macroaree con differenze e sfumature da paese a paese. Il dato significativo è che con la scolarizzazione e l’italianizzazione queste lingue hanno ridotto il loro ruolo sociale e negli ultimi anni stanno progressivamente scomparendo.
Secondo l’ultima indagine Istat sull’uso della lingua italiana, riferita al 2024, l’italiano standard ha consolidato la sua posizione come lingua preponderante in quasi tutti i contesti sociali, mentre i dialetti tradizionali continuano a perdere terreno, soprattutto fra le nuove generazioni. Il quadro che emerge dai numeri è chiaro: in quasi quarant’anni, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è passato da circa un italiano su tre nel 1988 a meno del 10% nel 2024. Nel complesso dei contesti relazionali come in famiglia, tra gli amici e persino tra sconosciuti, quasi una persona su due (48,4 %) parla ormai solo o prevalentemente italiano.
I dialetti si stanno estinguendo?
E voi,a quale gruppo dialettale appartenete?#Dialetto pic.twitter.com/1fViyb7jIm
— Gattorosso (@CRINICO72) February 25, 2024
Però questi numeri non stanno a significare la definitiva e progressiva scomparsa dei dialetti, quanto più un cambio radicale della loro funzione. Circa il 42% degli italiani li utilizza ancora, spesso alternandoli all’italiano, soprattutto in contesti informali e affettivi. Tuttavia, l’uso esclusivo del dialetto è diventato raro e circoscritto. Con gli estranei, oltre l’80% della popolazione sceglie l’italiano, segno che la lingua standard è percepita come il codice neutro, istituzionale e condiviso della comunicazione pubblica.
Le differenze territoriali resistono, ma si assottigliano. A guidare la classifica delle regioni più “italianizzate” c’è la Toscana (75,6%) seguita dalla Liguria (75,5%) in cui si registra l’uso prevalente dell’italiano anche in famiglia, mentre nel Sud e nelle Isole (in testa Calabria 31,1%, a seguire Sicilia, Campania), ma anche in Trentino Alto-Adige (31,6%) il dialetto resta più presente, seppur in costante calo rispetto agli anni precedenti. Anche qui, però, la tendenza è la stessa: il dialetto sopravvive più come segno identitario che come lingua d’uso quotidiano.
Che ruolo ha la Generazione Z?
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In questo scenario si inserisce il ruolo della Generazione Z, che sta ridefinendo non solo il rapporto con il dialetto, ma anche con l’italiano parlato. I nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci sono la prima generazione completamente cresciuta tra social network e comunicazione digitale continua. Per molti di loro il dialetto non è una lingua viva, ma un patrimonio ascoltato dai nonni o evocato in modo ironico e simbolico. Al suo posto emerge un italiano fortemente ibridato, attraversato da inglesismi, slang di internet e neologismi nati online.
Secondo l’Accademia della Crusca, il linguaggio giovanile contemporaneo è caratterizzato da una forte influenza dell’inglese e dei media digitali con calchi e prestiti linguistici entrati stabilmente nel parlato quotidiano dei giovani italiani, spesso senza essere percepiti come stranieri. TikTok e Instagram, in questo contesto, funzionano come veri e propri laboratori linguistici: qui nascono e si diffondono parole, abbreviazioni e formule espressive, che poi vengono riutilizzate offline, creando un linguaggio rapido, performativo e altamente identitario. Non si tratta solo di moda linguistica, ma di un cambiamento strutturale: l’italiano della Gen Z tende a essere più fluido, meno normativo, spesso lontano sia dallo standard scolastico sia dalle tradizioni dialettali locali.
Questo processo contribuisce indirettamente all’ulteriore marginalizzazione dei dialetti. In una comunicazione sempre più globale e digitale, una lingua legata a una piccola area specifica perde centralità a favore di codici condivisi su scala nazionale o, addirittura, internazionale. Il risultato è un’Italia che parla sempre più italiano, ma un italiano in evoluzione, diverso da quello delle generazioni precedenti. Il futuro invece è incerto. Se le tendenze attuali dovessero continuare, i dialetti rischiano di trasformarsi definitivamente da lingue d’uso quotidiano ad archivi culturali, evocati solo per appartenenza, memoria, storytelling identitario o affetto. Non una scomparsa improvvisa, ma una lenta trasformazione in cui avremo meno dialetto parlato e più dialetto ricordato.
Takeaways
- - Nel 2024 l’italiano è la lingua predominante in quasi tutti i contesti (48,4% lo usa solo o prevalentemente), mentre l’uso esclusivo/prevalente del dialetto in famiglia è crollato dal 32% (1988) al 9,6%.
- - I dialetti non spariscono, ma cambiano funzione: usati dal 42% degli italiani (spesso alternati all’italiano) in ambiti affettivi/informali, diventano sempre più un segno identitario e di memoria piuttosto che lingua quotidiana.
- - Le differenze regionali si attenuano: Toscana e Liguria le più “italianizzate”, Sud, Isole e Trentino-Alto Adige ancora più legate al dialetto, ma in calo ovunque.
- - La Generazione Z accelera il processo con un italiano ibrido (inglesismi, slang digitali da TikTok/Instagram), marginalizzando i dialetti, ridotti a patrimonio simbolico o ironico dei nonni.













































