
Essere woke è tornato di moda? Dopo anni di latitanza, la politica riappare in passerella e sui red carpet
Anche il silenzio è una presa politica, oggi come non mai. Dopo anni dominati dal quiet luxury (letteralmente, lusso silenzioso), alle ultime Fashion Week brand indipendenti e Maison di lusso hanno ricominciato a esercitare la propria voce in difesa di valori sociopolitici. Potrebbe essere un rischio, a giudicare dal clima di tensioni che sta affliggendo l'Occidente e dal coinvolgimento sempre più insistente di magnati come Jeff Bezos nella industry, eppure il momento non è mai stato più propizio.
ICE OUT ai Grammy
La wokeness, una generale attenzione e preoccupazione per le ingiustizie sociali e la discriminazione, sembrerebbe così stare ritrovando la strada verso la Fashion Week e il Celebrity Dressing dopo un lungo periodo di allontanamento. La massima espressione di questo cambiamento è apparsa ai Grammy della scorsa domenica, dove abiti firmati Balenciaga, Alaïa e Hodakova sono stati adornati da spille ICE OUT in protesta contro la repressione esercitata dalle forze militare americane nel Paese. Al contrario di Justin, Hailey Bieber e Billie Eilish, che hanno indossato i brand sopracitati, i vincitori del premio Miglior Album dell'Anno e Miglior Artista Emergente non avevano spille sui loro abiti Schiaparelli e Chanel. Sul palco, Bad Bunny e Olivia Dean hanno scelto di usare la voce per contestare le violenze e le ingiustizie che stanno subendo le vittime dell'ICE. Ma il primo segnale di quanto la moda e chi la indossa siano davvero tornati a farsi sentire è arrivato ben prima.
La moda politica di Willy Chavarria, Conner Ives e Wales Bonner
Sono sempre di più i direttori creativi che portano discorsi politici al centro delle loro collezioni. Primo tra tutti Willy Chavarria, stilista americano che alle ultime Paris Fashion Week ha lasciato il segno per i suoi show-denuncia. Influenzate da un'estetica americana che non si limita allo stile western, ma che esplora anche la tradizione messicana (Chavarria stesso ha origini sudamericane), le sue collezioni raccontano i mille volti degli Stati Uniti, una nazione fondata sul multiculturalismo che però, adesso, sta cercando di annientarlo. Non solo: oltre ad aver più volte reso omaggio alle vittime dell'ICE, le scorse stagioni Chavarria ha anche alzato la voce in difesa dei diritti LGBTQIA+ con una collaborazione di lunga data con Tinder e Human rights campaigna.
Così come la maglietta prodotta da Chavarria e Tinder lo scorso anno How We Love Is Who We Are, anche Conner Ives ha scelto di protestare con una stampa. La scorsa primavera, alla London Fashion Week, il designer americano è apparso per il saluto finale con la tee Protect the Dolls, in risposta alle leggi che il governo Trump (e altri governi di tutto il mondo) stava istituendo contro le persone trans. L'uscita di Conner Ives con la maglietta ha creato un effetto domino, con un'infinità di celebrity (Troye Sivan, Tilda Swinton, Addison Rae, Pedro Pascal), musicisti e designer (Hunter Ackerman in particolare) che hanno scelto di indossarla durante red carpet, concerti, festival e interviste stampa.
Oltreoceano, portabandiera di una moda più sociale, in diretto dialogo con la community che la indossa è Martine Rose. La designer ha realizzato la t-shirt con la scritta Aid For Palestine, Aid For Sudan per Artists for Aid, un concerto benefico organizzato a Los Angeles il 10 gennaio, mentre per la SS26 ha portato il suo show in uno degli spazi culturali più a rischio di Londra. Al Job Centre di Lisson Grove, ha riunito per un intero fine settimana artisti e designer emergenti per un mercato artistico aperto al pubblico. Con riferimenti diretti alla comunità queer e creativa inglese, la collezione e la stessa scelta della location erano una vera e propria lettera d'amore a Londra e ai suoi abitanti, nonché un manifesto per la protezione degli spazi che li ospitano.
Il Dior di Jonathan Anderson è politico?
Se pensavamo che il lusso avesse definitivamente voltato le spalle alla wokeness e alle prese di posizione, la nuova guardia sembrerebbe avere qualcosa da ridire. Per Dior Homme, Jonathan Anderson non sta sicuramente realizzando t-shirt con statement in difesa delle comunità tradite dai propri governi, eppure lo stile che il designer nordirlandese sta adottando per il brand ammicca a una moda maschile più libera (o libertina) dagli schemi conservazionisti del quiet luxury. Il lusso di Jonathan Anderson da Dior non è silenzioso, anzi: top di paillettes scollati infilati in jeans attillati, blazer croppati e ballerine da uomo (vedi Harry Styles sempre ai Grammy) riportano in passerella un'identità meno virile e più fluida, meno sottile e più accecante. Uno stile che farebbe sollevare un sopracciglio a Trump o a Bezos (che per altro era presente in front row non allo show di Dior Homme, ma a quello di Couture della maison). Sarà forse finalmente arrivato il momento in cui alla moda non importa più il parere degli investitori, e comincia a fare sul serio in fatto di creatività?
























































