
Il silenzio di Melania Trump è politica Cosa non ci dice il documentario sulla First Lady degli Stati Uniti
La rivoluzione delle minigonne nel ’68, le borchie delle subculture punk antisistema negli anni ’80, i durag dei rapper nel passaggio tra un millennio e l’altro, le slogan tee dei giovani queer: la moda è intrinsecamente uno strumento politico e lo è sempre stata. Ciò che decidiamo di indossare ogni mattina è un’indicazione del nostro allineamento politico, conscio o inconscio che esso sia.
Il processo, però, non è univoco. Anzi, i politici hanno da sempre utilizzato la moda per comunicare al popolo. I Kennedy erano esteticamente impeccabili ma mai “forzati”: apparivano sempre in completo e coordinati tra loro, senza però avere paura di mostrare al pubblico americano momenti della loro quotidianità. Lo stesso discorso vale per gli Obama, apparsi sempre raffinati ma chiamati a bilanciare il pendolo dei pregiudizi legati all’essere la prima first couple afroamericana. Michelle Obama aveva ammesso in un’intervista a Revolt TV che nonostante il desiderio di indossare capigliature protettive come locs e treccine, percepiva che il pubblico avrebbe reagito con dissenso: «Siamo stati i primi. E io pensavo: prima di tutto, devono abituarsi a noi».
Vestiti, scarpe e accessori sono strumenti potentissimi di comunicazione di massa. Perché Rama Duwaji ha scelto di indossare un brand libanese-palestinese per l’inaugurazione di suo marito, Zohran Mamdani? Perché lo stesso Mamdani ha indossato una giacca Carhartt per parlare al popolo di New York durante la tempesta di neve che da settimane sta turbando la vita quotidiana di milioni di cittadini? Robin Givhan, scrivendo per The Cut, ha sottolineato come la moda permetta ai politici di avvicinarsi al proprio elettorato, ma anche di prenderne le distanze, come dimostra Melania Trump.
Cosa ci dice il documentario di Melania Trump?
Il recente documentario sulla First Lady degli Stati Uniti, Melania, è un esempio di vanità fine a sé stessa. Non perché sia un one-woman show (tra produzione e protagonismo), ma perché, di fatto, non racconta nulla della storia della modella slovena. Il lungometraggio, che supera abbondantemente le due ore, si concentra esclusivamente sui venti giorni precedenti all’inaugurazione di Donald Trump come 47° Presidente degli Stati Uniti d’America.
E nonostante Melania sia formalmente la protagonista, ogni sua azione iper-orchestrata finisce per confermare una verità più ampia: la sua figura resta un accessorio all’interno della narrativa ultra-conservatrice MAGA. Ci sono intere sequenze di fitting in cui la First Lady si sofferma su dettagli quasi insignificanti dei suoi outfit; eppure non viene mai spiegato perché sia stato scelto Hervé Pierre come designer per l’abito dell’Inauguration Day, né viene proposta un’analisi sull’assenza di colore, né tantomeno un commento sul processo decisionale. Nulla. Solo primi piani sui vertiginosi tacchi a spillo o sulle imponenti montature da sole che spesso coprono interamente il volto di Trump durante le uscite ufficiali, forse usate proprio come scudo.
Lo stile di Melania come specchio della politica MAGA
Il guardaroba di Melania Trump, però, non è sempre stato così cupo e monocromatico. Durante il primo mandato del marito, la First Lady sembrava voler comunicare al pubblico che, nonostante la discrepanza tra la volontà popolare e l’esito delle elezioni, avrebbe svolto il proprio ruolo in modo propositivo: non di mera moglie dell Presidente, ma di prima donna del paese.
Per l’inaugurazione del 2017, Melania scelse Ralph Lauren, il designer americano per antonomasia, optando per un look composto da una giacca strutturata e un abito longuette color baby blue. Alcuni storici hanno ipotizzato che la scelta cromatica fosse ispirata al ritratto ufficiale di Louisa Catherine Adams, moglie del sesto Presidente degli Stati Uniti, prima (e unica fino ad allora) First Lady nata oltre oceano e quindi immigrata, proprio come Melania. Un parallelismo mai confermato, ma che sembra essere più di una semplice coincidenza.
Così come non è casuale che, se tra il 2017 e il 2020 il guardaroba di Melania fosse caratterizzato da colori vivaci e silhouette eterogenee, oggi sia composto quasi esclusivamente da tubini aderenti in tonalità neutre, spesso scure, abbinati ad accessori che coprono sistematicamente lo sguardo, che si tratti di cappelli o occhiali da sole. Un’estetica austera e rigida, che riflette fedelmente le attuali politiche del marito. Del resto, non è un segreto che tra il primo e il secondo mandato Donald Trump abbia progressivamente abbandonato l’immagine dell’ultra-repubblicano per adottarne una sempre più autocratica.
Silenzio, assenso
all maga ladies look the exact same what the fuck
— cipsy (@flabbergeasted) February 4, 2026
Verrebbe da dire che forse, a questo punto, non conta tanto ciò che il documentario racconta, quanto ciò che evita di dire. Il ruolo di Melania Trump come First Lady riflette esattamente il suo rapporto con la moda: un corpo in mostra che non partecipa, un manichino messo in vetrina, impeccabile e distante, che indossa vestiti senza mai farli parlare.
In questo silenzio, che sembra puramente estetico, si riflette una postura politica precisa. Una dinamica che non riguarda solo Melania, ma che sembra attraversare l’intero immaginario trumpiano, popolato da figure femminili iper-visibili e sistematicamente mute. Donne osservate, celebrate, esposte, ma raramente ascoltate, come Lauren Sánchez-Bezos, costantemente sotto i riflettori ma quasi mai autorizzata a occupare uno spazio di parola autonomo. Il documentario, allora, non racconta solo Melania, ma contribuisce a costruire un ideale. Un modello di donna MAGA che esiste soprattutto come immagine, come superficie rassicurante, come presenza decorativa funzionale al potere.














































