
Cioè, in che senso Gen Z non vuole più dire "cioè"? Parlando utilizziamo talmente tante espressioni riempitive che provare a farne a meno è quasi impossibile
Negli ultimi tempi, soprattutto su TikTok, molti giovani statunitensi si mettono alla prova con una challenge piuttosto particolare: consiste nel parlare per un intero minuto senza ricorrere ad alcuna filler word, cioè quei termini o espressioni riempitive che si utilizzano molto spesso e più o meno inconsapevolmente mentre si fa un discorso, come – in inglese – “like”, “so”, “you know”, tra i tanti. Quasi sempre, però, la challenge in questione fallisce dopo poco tempo, a dimostrazione di quanto sia complicato non usare filler word – spesso nei commenti a questi video c’è chi racconta di averci provato a sua volta senza successo.
i was doing the no filler word challenge and God abeg https://t.co/gCUVMi9Nvw pic.twitter.com/BiZiEZSOJp
— Naomi the Art Director and Producer (@uterenaomi) October 17, 2025
Dal punto di vista linguistico, queste espressioni non sono affatto casuali: vengono chiamate marcatori del discorso ed esistono in tutte le lingue – comprese quelle dei segni, come la LIS, e i dialetti. Le filler word servono a chi parla per organizzare le idee, guadagnare qualche istante per pensare e adattare il discorso alla situazione e a chi ascolta. Insomma, più che “vizi del linguaggio”, sono strumenti utili e naturali della comunicazione quotidiana, con una propria storia e funzionalità – che di recente sembra aver affascinato i più giovani.
L'importanza delle filler word nel parlato
@confidentcontentcreation My vocabulary is fighting for its life right now #fillerwords #vocabulary #confidence Carmen Habanera, classical opera(1283412) - perfectpanda
Come spiega il New York Times, le filler word rappresentano una sorta di momento di pausa per il cervello nell’elaborazione di un discorso: aiutano cioè chi parla a guadagnare tempo per organizzare ciò che si vuole dire. In realtà, però, il loro ruolo non si limita solo alla ricerca del termine o del concetto più appropriato. Le filler word, infatti, vengono usate anche per gestire le singole interazioni: per esempio, vi si fa ricorso per segnalare che si sta per prendere la parola, per attirare l’attenzione di chi ascolta o indicare che si è pronti a lasciare il discorso all’altro, tra le altre cose.
Ma non solo chi parla le utilizza. Anche chi ascolta ricorre a questi segnali espressivi, per esempio per intervenire, interrompere o semplicemente far capire all’interlocutore che è coinvolto nella conversazione. Nella maggior parte dei casi, comunque, l’uso delle filler word avviene in modo del tutto automatico. Tali espressioni riempitive, infatti, vengono quasi sempre prodotte senza rendersene conto, proprio come succede per molti aspetti del linguaggio del corpo o dell’intonazione della voce. È per questo che spesso non si fa caso a quanto le si usa, almeno finché non si prova – per gioco – a eliminarle del tutto, come ha scoperto chi ha provato a portare a termine la challenge "No filler word" su TikTok.
Le filler word e la linguistica
La linguistica ha iniziato a studiare in modo sistematico le filler word a partire dagli anni Ottanta. In questi decenni è emerso che le espressioni discorsive non nascono dal nulla, ma si sviluppano quasi sempre da parole già esistenti, che con il tempo assumono nuove funzioni nel parlato. In sostanza, termini come avverbi, congiunzioni o verbi molto comuni vengono “riciclati” e trasformati in segnali utili a gestire la conversazione, più che a trasmettere un contenuto preciso. Tra gli studiosi che si sono occupati di segnali discorsivi ci sono Deborah Schiffrin, che ha contribuito a definirne il ruolo nell’organizzazione del discorso, Bruce Fraser, che li ha analizzati come strumenti pragmatici, e Laurel Brinton, che ne ha studiato l’evoluzione storica nelle lingue.
L’aumento di interesse per le filler word all’interno della linguistica è legato a un cambiamento più ampio avvenuto nell’ambito. Fino a buona parte del secolo scorso, questa disciplina si è concentrata soprattutto sulla lingua scritta e sulle strutture “ideali” della grammatica. A partire dagli anni Ottanta, invece, l’attenzione si è spostata sempre di più sul parlato e sull’uso quotidiano della lingua. È in questo contesto che le filler word hanno iniziato a essere considerate non come eccezioni del discorso, ma come elementi fondamentali della comunicazione. Oggi sappiamo che fanno parte del funzionamento delle lingue e che studiarle aiuta a capire meglio come le persone pensano, interagiscono e costruiscono significati e narrazioni mentre dialogano – cosa per l'appunto ha affascinato i più giovani.














































