Harry Potter è davvero così politico? Quando una saga educa un'intera generazione

Poche opere culturali hanno lasciato tracce indelebili nella formazione di una generazione come Harry Potter ha fatto con i Millennial. L’opera di J.K. Rowling ha funzionato come strumento di educazione per milioni di persone, con effetti verificabili nel comportamento civico e nella partecipazione politica di un’intera generazione. Sembrerebbe che i giovani cresciuti con questi libri abbiano interiorizzato un vocabolario morale e politico condiviso, un modo di pensare al bene e al male, alla giustizia, all’oppressione, alle istituzioni e alla non-violenza.

Secondo una recente analisi del New York Times, i Millennial «interpretano la politica attraverso le lenti del mondo dei maghi, paragonando coloro con cui non sono d’accordo al cattivo principale dei libri, Lord Voldemort». Non si tratta solo di un fenomeno culturale: studi accademici hanno documentato correlazioni dirette tra la lettura dei libri di J.K.Rowling e specifici orientamenti politici tipici dei millennial, tendenzialmente liberal-progressisti.

Gli studi che dimostrano l’influenza politica di Harry Potter sui Millennial

Nel 2013, Anthony Gierzynski, professore di scienze politiche, condusse un’indagine su oltre 1.100 studenti universitari statunitensi. I risultati, pubblicati dalla Johns Hopkins University Press, evidenziavano «che i fan di Harry Potter tendono ad essere più inclusivi nei confronti di chi è diverso, più tolleranti politicamente, più favorevoli all’uguaglianza, meno autoritari, più contrari all’uso della violenza, meno cinici e a mostrare un livello più alto di efficacia politica». Un esempio? Il 60% degli elettori di Barack Obama nel 2008 aveva letto la saga di J.K. Rowling, mentre l’83% dei fan esprimeva un giudizio negativo su George W. Bush.

Un altro studio, questa volta italiano, apparso nel 2014 sul Journal of Applied Social Psychology e addirittura citato da Hillary Clinton in un intervento pubblico sull’importanza delle biblioteche, studiava l’impatto della saga sulla riduzione del pregiudizio. Il team dell’Università di Modena e Reggio Emilia lavorò con tre coorti: studenti di quinta elementare, liceali e universitari, facendo analizzare ad alcuni gruppi passaggi de La Camera dei Segreti che affrontavano tematiche di discriminazione.

I risultati hanno mostrato che i bambini esposti ai temi del pregiudizio sviluppavano atteggiamenti significativamente più positivi verso gli immigrati; gli adolescenti che si identificavano con il protagonista manifestavano maggiore apertura verso le persone LGBTQIA+; gli universitari che rifiutavano l’identificazione con Voldemort dimostravano più empatia verso i rifugiati. Il meccanismo psicologico è quello del contatto esteso: l’identificazione con personaggi che interagiscono positivamente con gruppi discriminati favorisce il trasferimento di dinamiche empatiche alla realtà concreta.

Il mondo magico come manifesto liberale

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Nel mondo magico, secondo il New York Times, «le persone buone sono facili da individuare perché sono dedite a virtù liberali come la tolleranza, la libertà di parola e la non violenza». Rowling, che continua a definirsi una liberale di sinistra, ha costruito un universo in cui le minoranze etniche vengono assorbite in una società sostanzialmente colorblind. Il conflitto morale centrale ruota attorno a una grande metafora del razzismo: l’ossessione per la purezza del sangue magico contro chi ha origini babbane.

Voldemort e i Mangiamorte rappresenterebbero dunque un progetto politico esplicitamente nazifascista basato sulla supremazia genetica. I protagonisti, invece, adottano il rifiuto della violenza letale come principio etico fondamentale. Harry Potter, Hermione e Ron stordiscono e disarmano, ma non uccidono mai e questa posizione riflette un impegno liberale alla nonviolenza. Per chi legge questi testi tra gli 11 e i 18 anni, un periodo cruciale per la formazione dell’identità politica, questi messaggi diventano componenti strutturali del loro sistema valoriale.   

Perché la Gen Z non si riconosce più in Harry Potter

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In questo quadro emerge però una discontinuità significativa. I valori liberali identificati da Gierzynski quali tolleranza politica, opposizione all’autoritarismo e alla violenza, fiducia nel sistema democratico stanno perdendo sempre più consenso proprio tra le generazioni più giovani, sia di destra che di sinistra. 

La Gen Z si è formata infatti in un contesto radicalmente differente da quello dei Millennial. È una generazione diventata maggiorenne dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e che, da allora, ha assistito a lunghi periodi di stagnazione economica e declino della stabilità statale, non solo negli Stati Uniti ma in gran parte del mondo occidentale. È una generazione che ha conosciuto a malapena un periodo ottimista di politica e che è più incline dei predecessori a vedere la propria vita come controllata da forze esterne, piuttosto che dalle proprie scelte e volontà.

Questo spiegherebbe perché l’ottimismo intrinseco dell’universo Potter, in cui le decisioni personali svolgono un ruolo determinante, non ha la stessa attrattiva tra le nuove generazioni. Harry Potter rappresenta un mondo in cui le scelte individuali contano, le istituzioni possono essere riformate dall’interno e la violenza non è mai la risposta: il contrario di quello in cui crede la Gen Z, che percepisce il liberalismo della saga di J.K. Rowling come ingenuo. Questo non vuol dire che i giovani di adesso non abbiano valori, anzi sembrerebbe essere una delle generazioni più socialmente attive degli ultimi tempi. Una caratteristica che, forse, è dovuta a saghe e serie arrivate dopo Harry Potter, come Hunger Games o Stranger Things