La sacralità dell’immagine nella collezione Haute Couture SS26 di Valentino Alessandro Michele e la sua protesta poetica contro la velocità dei tempi moderni

Se la moda rimane sempre moda, è il modo di presentarla che può parlare di una filosofia. Lo show Haute Couture SS26 di Valentino appena andato in scena a Parigi ha rappresentato, nelle sue modalità di svolgimento, il tentativo di recuperare la sacralità di un’immagine contemplata e il suo rapporto univoco e sempre diverso con ciascuno degli spettatori. Per farlo, Alessandro Michele ha recuperato un artificio visivo del primo Novecento citato da Walter Benjamin, una cui citazione apre le show notes della collezione.

Osservare lentamente in un mondo veloce

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L’artificio visivo in questione si chiama Kaiserpanorama ed è una forma di intrattenimento nato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e consisteva in una cabina rotonda con diverse finestre. Affacciandosi alle finestre, gli osservatori potevano osservare un’immagine che, grazie alla stereoscopia, appariva rotante e in movimento. Grazie a questo dispositivo ottico, fino a venti osservatori potevano osservare una singola immagine (spesso di animali o paesaggi esotici) che ciascuno vedeva frontalmente in base a dove erano posizionati. Si trattava di uno di quei macchinari che anticipavano il cinema giocando sulla distorsione visiva.

Nello show, al posto dell’immagine rotante, c’erano le modelle che entravano e uscivano dalle varie cabine ruotando su se stesse e permettendo ai vari spettatori di osservare dal proprio punto di vista ogni look. Tutti i look poi sono usciti insieme per il finale. L’idea era di recuperare la modalità di osservazione del Kaiserpanorama, e dunque creare un’esperienza che fosse sì di gruppo ma in cui l’atto di osservare (forse contemplare sarebbe il verbo adatto) si svolgeva singolarmente e dunque in modo personale.

Il fatto però è che l’immagine vista nel Kaiserpanorama non era narrativa, come al cinema, ma statica. La si osservava come isolata dalla realtà e dunque, più che coinvolgere chi guarda, per citare le stesse note, educava lo sguardo, che doveva concentrarsi su un soggetto alla volta. Proprio questa concentrazione su una singola immagine è sorta di evasione «dalla simultaneità dello sguardo, dalla sovraesposizione mediatica e dalla fruizione rapida» divenuta una regola dei tempi moderni.

Hollywood, Valentino e la costruzione di nuovi miti

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Il punto di connessione tra tutto questo ragionamento e il mito (anch’esso laicamente sacro) del fondatore da poco scomparso, il leggendario Valentino Garavani, sta proprio nel richiamo alle dive di Hollywood. Garavani infatti, come dice la sua stessa voce registrata prima dello show, aveva iniziato a disegnare abiti ispirandosi proprio al glamour delle dive di Hollywood degli anni ’40 e ’50.

Questo richiamo era particolarmente interessante in quanto, al di là del messaggio insito nella presentazione, l’intera collezione metteva perfettamente in scena il nesso spesso poco esplorato tra gli abiti di Hollywood e gli immaginari paramenti sacri di una qualche sacerdotessa alla maniera di eroine letterarie come Salambò o Salomè, della Norma di Bellini o del personaggio di Maria nel Metropolis di Fritz Lang. Tutte donne sacre, ieratiche dove l’abito non è solo abbigliamento ma anche sublimazione di una dimensione estetica più elevata.

Dunque Michele ha portato in passerella sirene e sacerdotesse, dive hollywoodiane e principesse barbare. E questa è stata senza dubbio la sua migliore collezione per il brand finora, la più perfettamente misurata oltre che quella che meglio bilancia il romanticismo “storico” di Valentino con i gusti personali di Michele, che in questa collezione trovano un’ottima alchimia che forse il punto di arrivo di un percorso che si è snodato attraverso le ultime otto collezioni che il designer romano ha firmato per il brand dal giugno 2024 a oggi.

Abiti degni di contemplazione

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Nel Kaiserpanorama ciò che appare «viene separato dall’uso comune, isolato, messo in evidenza, reso degno di contemplazione». Ed è proprio questa contemplazione che va tributata agli abiti messi in mostra nella collezione, che esplora il parallelismo tra la venerazione suscitata dal cinema hollywoodiano e l’esperienza religiosa. Proprio come le immagini del cinema Hollywoodiano e le sue leggendarie dive, a cui il pubblico tributa un «culto laico», gli abiti dell’Haute Couture trascendono l’ordinario e il quotidiano e rappresentano apparizioni. La loro sacralità risiede tanto nella magnificenza materiale quanto nel loro portato culturale.

Insomma, gli abiti non sono cose da consumare in fretta ma vere apparizioni divine, che si ricollegano al rituale di osservare in rottura con la disattenzione e sovrastimolazione dei tempi moderni. Il loro isolamento nel “macchinario” ottico le oppone ai prodotti di consumo veloce e le isola in una dimensione estetica separata di «altare contemporaneo». Bisogna insomma soffermarsi e osservarli con un’ammirazione che non è troppo distante da una preghiera. Contemplare la bellezza è un rito e il rito stesso è una bellezza in sé.