La ricchezza della contraddizione nello show FW26 di Valentino Alessandro Michele, la filosofia del barocco e gli anni ‘80

È stato un Alessandro Michele più disciplinato quello che ha firmato, ieri, la collezione FW26 di Valentino presentata a Palazzo Barberini. Forse era la solennità del luogo, Palazzo Barberini; forse era il senso di importanza dato al momento storico dalla recente scomparsa del fondatore Valentino Garavani; forse una comprensione più vicina che Michele deve aver sentito con il brand che dirige. Fatto sta che lo show Interferenze è riuscito a dimostrare un ulteriore avvicinamento tra l’estetica personale di Michele e quella di Valentino. Il risultato è stato forte, più compatto, il segno più preciso. E, come al solito, il concept dello show è stato quasi più interessante dello show stesso.

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Le interferenze del titolo sono quelle che dominano l’architettura di Palazzo Barberini, dove lo show era ambientato. Il palazzo contiene infatti nella sua struttura razionale e armoniosa tutto il fasto del barocco, un’epoca in cui la ricerca dell’artificio e della meraviglia, la spinta a trovare il punto più lontano dove potesse spingersi l’arte, portavano a creare illusioni di prospettiva, simulazioni della natura, e ritmi architettonici sopra le righe che contraddicono l’impianto classico apparente del palazzo, che è dunque un «campo di interferenze» dove tensioni opposte convivono.

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Secondo Michele la moda fa lo stesso: è sia un linguaggio di conformismo sociale che di espressione personale, una disciplina creativa dove il riconoscibile e l’originale devono trovarsi a convivere. «Come l’architettura, anche la moda stabilizza e destabilizza, orienta e decentra, afferma e mette in crisi», scrive Michele nelle sue note. «La costruzione di un abito, come quella dell’edificio, è sempre l’esito provvisorio di una negoziazione tra codice e invenzione, tra memoria e mutazione. Ogni gesto creativo si misura con una tradizione che lo precede, e proprio in questo confronto trova la possibilità di uno slittamento capace di mettere in crisi una struttura normativa prestabilita».

 

E dunque il palazzo e la collezione si trovano in una sorta di interdipendenza simbolica che «rende visibile la frizione costitutiva tra rigore e sconfinamento che attraversa tanto l’architettura quanto il vestire». Il prato erboso che fungeva da surreale passerella dello show, ad esempio, trovava corrispondenza nel celebre affresco Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona che “trasforma” la volta del salone in un cielo aperto e popolato di figure in volo: è la natura che irrompe nell’architettura creando il senso di qualcosa che supera il reale, il brivido dell’arte.

 

In mezzo a tutte queste figure e architetture trompe-l’oeil, comunque, domina lo stemma dei Barberini, simile al logo di un’azienda moderna. In questo senso, a chi scrive, è venuto anche in mente un ulteriore parallelismo e cioè che tutta la bellezza e il lusso messi in mostra tanto nel palazzo che nella collezione sembrino diversi solo per una prospettiva storica ma in realtà rappresentino lo stesso tipo di eccellenza brandizzata che segnala una gerarchia di potere. La Divina Provvidenza che trionfa nell’affresco, in fondo, è quella che fece di Maffeo Barberini un papa: la dinastia Barberini si autopromuove con il proprio logo esattamente come una moderna azienda fa oggi con le proprie installazioni e anche con le proprie sfilate.

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Quanto alla collezione, ad ogni modo, si può dire che nonostante le molte auto-citazioni di Michele a se stesso (specialmente negli abiti di pizzo, sia con mega donna con vita scesa che con pelliccia) il designer è riuscito a negoziare un equilibrio più saldo tra il proprio gusto spesso troppo eccentrico e la compostezza e grazia tipiche di Valentino. C’erano meno fronzoli, tutto il kitsch è stato eliminato e persino il menswear virava in modo efficace verso una maggiore vestibilità senza rinunciare al classico estro estetizzante di Michele.

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La tensione interna al palazzo Barberini e alla moda, tra rigore e follia, artificio e natura, armonia e imprevisto, sembra venire da uno spunto autobiografico. Sembra cioè che le note di Michele siano da leggere in modo figurato: la tensione tra movimento barocco e architettura classica è quella tra lui e la “casa” di Valentino, il campo di interferenze è in realtà la collezione dove le spinte opposte tra i propri codici e quelli del brand devono convivere. La tesi di Michele è che la vitalità del brand derivi proprio da queste tensioni irrisolte e siano il risultato di questa negoziazione. È un processo ancora in corso, dato che Michele continua a pensarci, ma forse il punto della sua moda è proprio questo: esplorare le connessioni, le possibili ricombinazioni e le infinite allegorie.