
La moda è sempre stata ossessionata dagli ospedali Storia dell’estetica clinica in passerella e sul palco
Nella storia della moda e della musica l'immaginario clinico è stato spesso al centro di potenti narrazioni estetiche, raccontato come uno spazio sospeso tra cura e dolore, trauma e purezza, desiderio erotico e controllo. Nel pop, l’ultima a cedere al fascino disturbante della clinica è stata Olivia Rodrigo, artista americana che nel videoclip del suo nuovo brano The Cure ha indossato l’uniforme di un’infermiera d’altri tempi in un reparto di traumatologia amorosa fatto letteralmente di cartone.
Ma vediamo insieme quali altri artisti e designer hanno trovato ispirazione nell'immaginario ospedaliero.
Gli ospedali sono sempre piaciuti alle pop star
Il feticcio per la sala operatoria in realtà non è un caso isolato nella storia della musica, soprattutto per quanto riguarda il pop femminile: due anni fa, Ariana Grande aveva costruito una clinica psichiatrica immaginaria in We Can’t be friends per raccontare la propria guarigione emotiva; nel 2017, Melanie Martinez utilizzò la stessa estetica ospedaliera anni ‘50 per i suoi album. Nel video di Nurse’s Office e Mrs. Potato Head, l'artista trasformò la sala operatoria in una potente metafora delle costrizioni e delle pressioni estetiche a cui sono sottoposti i corpi femminili.
Scavando nella cultura dei videoclip pop, non possono non essere citati i visual di Alejandro e Marry the Night, in cui Lady Gaga si appropriava dell’estetica ospedaliera per mettere in scena traumi e sogni erotici. In altri casi la corsia d’ospedale smette di essere una finzione scenica e diventa uno specchio crudo della realtà, come accade in Everytime di Britney Spears e in Dancing with the Devil di Demi Lovato, in cui le artiste raccontavano la loro vita da popstar intrappolata tra le macerie del successo, il peso del giudizio del pubblico e la lotta contro le dipendenze.
E ai designer sperimentali
Per il duo di designer belga An Vandevorst e Filip Arickx, l’ospedale è la pietra angolare dell'intera identità visiva di A.F. Vandevorst - non a caso, il logo ufficiale del brand è una croce rossa. Folgorati dalle opere dell'artista tedesco Joseph Beuys, i designer realizzarono nel 1999 un fashion show dal titolo Sleeping beauties nel quale le modelle erano addormentate su una distesa di letti ospedalieri: un reparto di degenza nel quale ognuna di loro si svegliava e iniziava a sfilare (tranne una di loro, che prese sonno davvero). Anche nelle collezioni successive, i due designer non hanno smesso di citare l’estetica clinica attraverso riferimenti alle uniformi storiche dei medici-soldati e agli abiti bianchi delle suore crocerossine.
Anche Alexander Mcqueen ricreò atmosfere ospedaliere nei suoi indimenticabili fashion show. In modo particolare, nella sfilata VOSS, SS01, la clinica perdeva qualsiasi funzione di cura per rivelarsi nella sua natura più oscura e drammatica: il pubblico seduto attorno a un enorme cubo di specchi bidirezionali, proprio come in una sala d'osservazione psichiatrica, guardava le modelle-pazienti col volto fasciato da bende che a fatica camminavano lungo il perimetro di questo spazio claustrofobico.
La patologizzazione del corpo e la spersonalizzazione del paziente-persona sono spesso stati al centro delle collezioni di Alessandro Michele alla guida di Gucci. Nella FW18, sfilata in seguito conosciuta come «delle teste mozzate», il designer aveva trasformato la passerella in una sala operatoria iperrealistica, completa di lettini chirurgici, luci scialitiche e pareti color verde ospedale. Ispirandosi al manifesto del Cyborg di Donna Haraway, lo stilista paragonava il lavoro del designer a quello di un chirurgo che taglia, cuce e assembla identità in un laboratorio: l'atelier.
Qualche anno dopo, per la SS20, Michele ritornò a citare l'estetica clinica facendo sfilare su un tappeto mobile delle camicie di forza con lacci e cinghie. Si trattava di una vera e propria dichiarazione antisistema nella quale lo sguardo clinico viene paragonato al potere esercitato dal fashion system che categorizza, seziona, seleziona ed esclude i corpi. Una delle modelle, infatti, aveva scritto sulle sue mani «La salute mentale non è la moda».
Le uniformi sanitarie nella moda
Per comprendere la genealogia del legame tra moda e divise sanitarie, il punto di partenza non può che essere Martin Margiela: la blouse blanche indossata ancora oggi dai dipendenti del brand non parla di malattia o sofferenza, bensì azzera le gerarchie interne per uniformare il collettivo sotto un'unica identità operaia.
Molto prima che Margiela trasformasse il camice dei medici nella divisa dei suoi artigiani tessili, la scuola giapponese aveva già attinto all’universo clinico attraverso l’uso di bende, garze e del bianco grezzo. Nello specifico, le prime sfilate di Rei Kawakubo per Comme des Garçons videro protagoniste camicie decostruite che guardavano alle vesti dei pazienti dei vecchi manicomi. Eppure, dietro quella parvenza di costrizione e vulnerabilità, quei capi nascevano con un intento quasi terapeutico: proteggere il corpo dal dolore del mondo.
Spostandoci invece sul versante più erotico e provocatorio dell’unforme sanitaria, diversi stilisti hanno esplorato la figura dell’infermiera. John Galliano, in una delle sue teatrali per la Dior Couture FW00, la rappresentò nella versione più estrema e feticista: in passerella, una modella sfilò con la bocca imbavagliata da una croce medica, stringendo una siringa tra le mani.
Questa stessa carica seduttiva diventò poi protagonista della Louis Vuitton SS08 di Marc Jacobs. Prendendo ispirazione dai celebri dipinti di Richard Prince, Jacobs fece sfilare un esercito di top model trasformate in infermiere sexy con indosso camici trasparenti in organza di seta, mascherine chirurgiche monogrammate e cappellini d'ordinanza personalizzati con la lettera iniziale del nome della modella che li indossava.
Abbandonando le provocazione per abbracciare un sentimento più intimo, Miuccia Prada e Raf Simons nella Prada FW23 celebrano la purezza, la funzionalità e la semplicità delle uniformi mediche definite dai designer come «abiti della cura». In questo caso particolare, le divise delle infermiere subiscono una metamorfosi romantica: diventano abiti bianchi con strascico, in un cortocircuito visivo che le porta quasi a confondersi con dei vestiti da sposa.
Questa costante e ininterrotta fascinazione per l'immaginario clinico evidenzia come la moda, al pari della medicina, lavori da sempre sul più fragile dei materiali: il corpo. Del resto è stato proprio Alexander Mcqueen a dire che la moda come un bisturi deve tagliare la carne della normalità per rivelare cosa c’è sotto la pelle.















































































