
La vita bassa è tornata per restare? Cosa ci dice il nuovo trend sulla maniera in cui intendiamo il nostro corpo oggi
Ci sono trend che conquistano una stagione. Ci sono altri trend, come il ritorno della vita bassa, che paiono più timide proposte da parte dei designer: sono un po’ ovunque, ma non sono la proposta principale e in generale la loro diffusione non è univoca. La proposta della vita bassa era timida finché Mathieu Blazy ne ha fatto il perno della sua collezione FW26 per Chanel, tutta costruita su forme avvolgenti e vagamente coprenti, ma dominata da una serie di abiti midi in cui una cintura segnava un punto vita esageratamente basso, sotto cui si apriva una gonna.
Non erano pezzi separati ma un singolo abito trompe-l’oeil, forse la silhouette più curiosa proposta finora da Blazy. Per descrivere la silhouette in questione converrebbe distinguere tra “vita scesa” e “vita bassa”: la vita è “scesa” quando riguarda un capo che si indossa sulla parte superiore del corpo, è “bassa” quando riguarda un capo indossato sulla parte inferiore. Nel primo caso parliamo di stili più bon-ton ed eleganti, nel secondo di abiti più quotidiani e sexy.
Ma la distinzione è in fondo parziale perché la funzione dell’abbassamento della vita rimane sempre quella di allungare il torso e la schiena mettendoli in evidenza. Un abito a vita scesa, in realtà, può benissimo essere aderente, l’unico requisito è che la sua svasatura inizi dalle anche, sia che un corpetto sia presente o meno. Ma da dove arriva questo stile e come mai lo abbiamo visto diffondersi in passerella?
Chanel e la politica dell’abito a vita scesa
Come è stato già sottolineato da molti, il lavoro che Blazy che sta facendo da Chanel riguarda l’esplorazione dell’estetica del brand intorno agli anni ’20, l’era del grande successo di Coco Chanel. L’abito con la vita scesa divenne lo stile definitivo del decennio grazie ai moti di liberazione femminile dell’epoca: la vita bassa eliminava il corsetto, sia metaforicamente che letteralmente uno strumento di oppressione sociale per le donne. Anche se è difficile crederci oggi, poi, la silhouette più dritta e meno “a clessidra” dava un’impressione di giovinezza e atletismo (l’alternativa dell’epoca erano ancora abiti in cui era difficile muoversi) ed era collegata alla cultura del jazz e del fox-trot dato che consentiva di andare a ballare.
La versione proposta da Blazy è molto moderna: c’è il gusto odierno per la moda “illusoria” con l’abito che simula la presenza di una cintura e di una minigonna; il mix di colori e consistenze per altri abiti che hanno la medesima linea. Ma la stessa idea di una vita scesa è stata esplorata molto nel corso dell’ultimo fashion month. L’abbiamo vista da Khaite con un abito nero con scollo a barca che, poco sopra metà coscia, si apre in rouche di solido raso; da Marni, Meryl Rogge ha creato una gonna a vita bassa ma con una finta cintura che segna la vita molto più in basso.
Sempre una cintura segnava la vita scesa in una gonna di MM6 Maison Margiela, in un trench di Lacoste, in un maxi-abito a righe di Missoni. Da Niccolò Pasqualetti al posto della cintura c’era un elemento tubolare molto basso, da Rabanne invece una gonna presentava in vita dei coni metallici argentati da cui fuoriuscivano fili rossi che poi diventavano una gonna. Conner Ives e Erdem hanno invece usato una gonna bipartita mentre da Mugler, Eckhaus Latta, Uma Wang, Ffforme e Roberto Cavalli la vita più bassa era segnata da un drappeggio di stoffa o anche una semplice cucitura. Più originali, Diesel e Marco Rambaldi hanno affidato alle conformazioni del tessuto il compito di manipolare le proprozioni.
Stessa party girl, epoca diversa
Dicevamo prima che negli anni ’20 la vita scesa degli abiti era legata, oltre che al clima politico dei tempi, anche ai nuovi e più movimentati balli giunti dall’America, con tutto il lifestyle annesso e connesso. Oggi, stranamente, pantaloni e gonne a vita bassa dicono, in modo differente, la stessa cosa. Il ritorno della vita bassa nelle collezioni sia femminili che maschili corrisponde a un richiamo alla vita notturna. Nicola Brognano ha costruito tutto il suo debutto da 7 For All Mankind su una party girl dell’era Indie Sleaze e infatti i jeans a vita bassa erano su quasi ogni look. Da Gucci c’era la stessa vibe così come anche da Di Petsa che ha fatto pantaloni bassi con cut-out per uomo.
Ma ci sono altri esempi. Il più sexy è ovviamente Tom Ford dove sia donne che uomini indossavano un pantalone nero a vita bassa la cui cintura era solo a metà nei passanti mentre l’altra metà risaliva sulla pelle e intorno alle anche creando quasi l’illusione di un perizoma o una harness. Da McQueen, nemmeno a dirlo, è stato riproposto il celeberrimo bumster così come anche da Miu Miu una serie di set di giacche e pantaloni in pelle era fatto in modo da lasciare scoperta tutta l’area del ventre.
Persino da Giorgio Armani c’era un pantalone a vita bassa che però non lasciava troppa pelle scoperta dato che un body di pizzo a collo alto inguainava del tutto la modella sotto il suo completo sartoriale. Ma in totale, i brand che hanno incluso vite basse in pantaloni e gonne lasciando una suggestiva striscia di pelle emergere appena sotto l’ombelico sono circa venticinque. Abbastanza per poter parlare di un ritorno della vita bassa ma non abbastanza per parlare di una sua conquista totale dello zeitgeist. Ma qual è la differenza tra l’uso della vita bassa e quello della vita scesa?
Coprire e scoprire
Stesso abbassamento della vita, due categorie diverse di capo da indossare, due destinazioni d’uso diametralmente opposte. Come dicevamo, i capi con vita scesa sono più bon-ton perché tendono a celare il corpo e togliere l’enfasi dal punto vita vero e proprio. I bottom con vita bassa invece il corpo lo espongono eccome. Una divisione che rispecchia molto anche la bipartizione del target di riferimento dei brand di moda: gli abiti con la vita scesa fanno sparire gli inestetismi, pantaloni e gonne con vita bassa invece non li consentono. I primi sono dedicati a audience più mature e alto-spendenti mentre i secondi a segmenti di pubblico.
Ci sono ovviamente eccezioni: Ann Demeulemeester e Diesel, per dire, ma anche Cavalli, hanno fatto abiti a vita scesa in realtà molto rivelatori; così come Burberry, Dries Van Noten e Givenchy hanno fatto gonne e pantaloni a vita bassa ma non eccessivamente provocatori, come anche hanno fatto Dolce&Gabbana. In tutti questi casi, nel fashion month appena conclusosi, questi stili hanno convissuto con punti vita molto alti (pensiamo a Dior ma anche alla stessa Miu Miu dove i due stili convivevano) mostrando come non ci sia una proposizione chiaramente dominante.
Forse ciò che se ne può trarre è che la vita così bassa segna la chiusura per saturazione di un ciclo, quello del mega-pantalone con micro-top, e l’apertura di una nuova fase dove, alla luce del fenomeno Ozempic e del protein-chic, il corpo è tornato a essere un segnalatore di status sociale più che politico e dunque va usato e ostentato, e che forse diventa un campo di gioco come descritto da Daniel Roseberry in Vanity Fair che ha paragonato i cambi di look di Kylie Jenner al lavoro di un produttore musicale «alzando i bassi, abbassando gli acuti, alzando il volume in questo punto, aggiungendo distorsione in questo momento».























































































