
Per la Miu Miu FW26 non c'è tempo da perdere Nessuna favola, nessun sogno, ma vestiti reali per persone che non se la passano benissimo
Una delle frasi che ripete più spesso Miuccia Prada quando parla del suo lavoro da Prada e Miu Miu è che il vero scopo di un brand di moda è fare «vestiti reali per persone reali». Tolto lo storytelling, le celebrity, gli ambassador, gli editoriali di moda e lo styling del red carpet, ciò che un marchio deve fare alla fine è vestire le persone: chi lavora, chi studia, chi viaggia, chi sogna. Questa ispirazione - chiamiamola così - dietro alle collezioni del Gruppo Prada ha segnato insistentemente e a lungo tempo la direzione creativa dei brand principali, Prada e Miu Miu, con la sola distinzione tra i due racchiusa in un'altra famosa citazione della fondatrice: «Prada è ciò che sono e Miu Miu è ciò che vorrei essere». Guardando la FW26 di Miu Miu, che ha sfilato poco fa a Parigi, viene da chiedersi se Miuccia Prada, oggi 76enne, abbia smesso di guardare al futuro con occhi speranzosi.
Su un prato d'erba disfatto, tra mura ricoperte in carta da parati colorata, ha sfilato una collezione dal sentito apocalittico, catastrofico, minaccioso. Diretto dalla regista croata, collaboratrice di lunga data di Miu Miu, Antoneta Alamat Kusijanović, il video che introduce il nuovo show raffigura una protagonista, seduta a una scrivania d'ufficio sul fondo di una piscina, che cerca freneticamente di scrivere al computer mentre questo si stacca dal tavolo per salire a galla. La clip preannuncia tutto il senso di urgenza, impazienza, irritazione e frustrazione che trasudano dalla nuova collezione: un 9-to-5 che non dà tregua, una vita schiacciata da doveri capitalistici che non rendono felici, il "lusso" di poter lavorare mentre sempre più regioni del mondo vengono colpite da attacchi militari.
In questa FW26, non c'è tempo per divertirsi con i vestiti, con palette accese o accessori inutili: il cappello è uno solo, un grosso e caldo colbacco di pelo decorato da brillantini, e lo styling è ridotto al minimo, tra completi di giacca e pantaloni in pelle raggrinzita e babydoll dress color cipria indossati con null'altro se non un paio di sneaker (ispirate alle edizioni anni '90 del brand, bubble sole inclusa) e grandi orecchini scintillanti.
Non è una collezione carica di look total black, trend che abbiamo visto ripetersi con insistenza sulle passerelle di Milano, ma non esplode comunque di colore, includendo tra le tonalità principali bordeaux, beige, giallo senape, rosa pesca e infinite scale di grigi. Mentre la SS26 si concedeva un po' più di divertimento, con grembiuli e uniformi dalle stampe accese, qui il mondo del lavoro viene raccontato attraverso la totale assenza di svago. Alcuni codici ormai fissi del DNA Miu Miu (e anche di Prada) vengono riproposti, come i coprispalla logorati e i tessuti stropicciati, anche se in questo caso non è il trattamento della pelletteria e del lino a rubare la luce dei riflettori. In passerella sono apparse quattro icone (bionde) degli anni '90: Chloë Sevigny, Gemma Ward e Gillian Anderson e Kristen McMenamy.
In questa FW26, è come se le modelle si fossero vestite svogliatamente, di fretta, con il solo scopo di uscire di casa con qualcosa addosso, poco importa se non è più della taglia giusta o se le proporzioni non sono esattamente donanti. Si tratta certamente di una collezione Miu Miu, ma questa volta traspare dal lavoro di Miuccia Prada e la stylist Lotta Volkova un alone di tristezza e disinteresse piuttosto pesante. Un tempo il brand divertiva le nuove generazioni e incuriosiva gli intellettuali più maturi, con gonne sempre più corte e il ribaltamento della percezione comune di uniforme da lavoro, mentre oggi ciò che abbiamo visto in passerella è una donna malinconica, palesemente stanca, a cui mancano gli anni '90 e per questo li va cercando nel suo armadio.
Questa volta Miu Miu non sembra chiedersi cosa significhino davvero il buon gusto, il lusso o la moda. Si interroga piuttosto su cosa voglia dire creare vestiti in un mondo che sembra andare in pezzi. Cosa desidera oggi il consumatore, se non sentirsi protetto e avvolto in un pesante montone? E cosa cercano i creativi, se non quella concentrazione e quella spinta artistica che sembravano così vive trent'anni fa? Al di là dei commerciali abiti di lustrini e dei versatili completi in pelle, Miu Miu sembra dirci una cosa semplice: la moda non è altro che un guardaroba. La vita, quella vera, è tutto ciò che accade prima e dopo il momento in cui ci vestiamo.












































































































