
Gli strati dell’esistenza nella collezione FW26 di Prada Una stagione in cui si è esplorata la versatilità dell’identità femminile
«Invece di mostrare 60 look su 60 donne, in questa stagione abbiamo scelto di mostrare 15 look su 15 donne: ogni look appare quattro volte, ma proposto in modo diverso», ha detto Raf Simons nella sua dichiarazione alla stampa rilasciata prima dello show FW26 per la collezione femminile di Prada. Il concept della collezione, in effetti, sembra voler riecheggiare lo stato d’animo di un mondo del lusso in fase di contrazione dove, al design puro, si sovrappone lo styling, ovvero l’idea di poter creare con gli stessi capi tanti look diversi. Con in più (si tratta di Prada dopo tutto) l’idea di far dialogare con questa tendenza anche un certo poetico senso del crepuscolare.
Stando alle show notes, l’idea dietro la gran parte dei look della collezione era di far emergere nuovi abiti da sotto i vecchi mostrando la contradditoria coesistenza di tante identità nella stessa donna: alcuni erano proprio sovrapposti in una stratificazione che esaltava la bellezza del caotico; altri invece erano costruiti con tessuti dai cui squarci apparivano altri tessuti. Ciascuna delle 15 modelle, dopo ogni uscita, toglieva uno strato dal suo outfit, rivelandone uno nuovo sottostante che spesso era del tutto diverso.
In particolare molti look includevano gonne e abiti di tulle trasparenti che, indossati sugli altri abiti, creavano una sorta di “filtro” che modificava interamente l’abbigliamento delle modelle, a volte rendendolo più etereo, a volte facendo apparire cristalli su top basici, altre volte invece quasi sporcando visivamente la perfezione del raso di una gonna. In certi casi, poi, la gonna trasparente si sovrapponeva in vita a un pesante maglione a zip creando un interessante squilibrio tra pesantezza e leggerezza, tra fragilità e corposità.
Parlavamo prima di un certo senso del crepuscolare perché, come esplicitano già le show notes e come riconferma di ciò che avevamo visto nella collezione maschile precedente, un altro elemento tematico presente nella collezione era il passare del tempo, letto però in chiave di usura, logoramento, consunzione fisica. Le giacche dagli orli “mangiati” che rivelavano altri strati di tessuto sotto, i maglioni e gli orli quasi sdruciti, le scoloriture, gli strappi, gli stropicciamenti e persino il set e il look torvo delle quindici, scarmigliate modelle sembravano tutti parlare di un mondo in sfacelo, quasi di un romantico amore della rovina che ricorda la famosa collezione Virginia Creeper di Simons. Un sentimento che è facile comprendere scorrendo le ultime notizie dal mondo.
Sempre di più, stagione dopo stagione, Prada sembra tornare a riflettere non tanto sul passato ma sul rapporto che noi abbiamo con esso, sull’influenza che ha su di noi la percezione di un passato sempre più ineludibile e, per certi versi, discorde e frammentario. Aggettivi che potremmo usare anche per la nostra cultura e coscienza collettiva oltre che per le nostre identità personali, sempre più scollate dal tessuto connettivo che un tempo era la vita sociale e comunitaria.
Gli abiti sono sempre loro, sempre moderni e funzionali ancorché più essenzializzati e quasi astratti, ma i dettagli crepuscolari di cui parlavamo sopra, l’enfasi sul loro disfacimento vista anche nelle camicie macchiate di muffa della collezione maschile, sembrano più porre dubbi esistenziali che architettare sogni in cui fuggire. Forse proprio fare la moda, riflettendo sulle incongruità delle nostre identità moderne attraverso le idiosincrasie degli abiti, è proprio la maniera in cui Miuccia Prada e Raf Simons vogliono indicare una strada per la resistenza tra i disastri della modernità.








































































































