
La moda del giorno dopo della collezione FW26 di Diesel Perché nulla urla successo quanto avere l’aria di essersi divertiti da matti la sera prima
Tutti siamo familiari con il concetto di “walk of shame”, specialmente dopo una serata di feste selvagge e bagordi di ogni tipo. Ma per Glenn Martens dovrebbe chiamarsi “walk of fame” perché nulla può superare l’estasi di risvegliarsi senza sapere dove si è, raccogliere i propri vestiti dal pavimento e, con un’aria completamente disastrata, tornarsene a casa, distrutti ma favolosi. È questo il momento che sembrava tornare ancora e ancora nello show FW26 di Diesel che ha aperto ieri la Milan Fashion Week con uno show che ha voluto mettere l’ultima collezione in prospettiva storica con l’intera storia di Diesel. I party di ieri non sono troppo distanti da quelli di oggi, dopo tutto.
Il passato di Diesel come un concetto
La location dello show era infatti una grande installazione immersiva che ha trasformato lo spazio in un archivio vivente del brand. Sono stati esposti circa 50.000 pezzi di memorabilia dagli archivi di Diesel, accumulati dal 1978 a oggi, organizzati in oltre 6.000 categorie diverse e disposti sotto luci intense, come quelle di un laboratorio, come prove materiali di quasi cinquant’anni di storia e cultura del partying del marchio. L’idea non era soltanto collegare il passato al presente, ma anche dimostrare materialmente come l’estetica artificialmente “rovinata” del brand venga ottenuta attraverso il recupero e la trasformazione creativa di oggetti e materiali.
In effetti, diversi pezzi visti in passerella erano il frutto di quei processi di upcycling, che sono così tipici del lavoro di Glenn Martens. Particolarmente significativa è la “sartoria infeltrita”, e cioè una serie di pezzi realizzati con scarti di produzione e avanzi industriali recuperati, trasformati in feltro compatto e multicolore con cui sono stati poi composti capi sartoriali dalla silhouette sorprendentemente nitida e pulita. Ma in tutto il resto della collezione si sono visti diversi materiali riciclati come i pezzi in denim trattato con resina per avere pieghe permanenti o floccato, ma anche nei pezzi decorati con patchwork.
L’estetica dell’inesatto
Il resto della collezione incarna poi l’essenza di un guardaroba che sembra sopravvissuto al rave più lungo e divertente della storia. Nelle note, Glenn Martens ha parlato di una sensazione specifica e cioè quella di sgusciare via da una camera d’hotel in cui ci si risveglia nel letto di uno sconosciuto. I pezzi possiedono un’estetica intenzionalmente “sbagliata” e sembrano quasi sul punto di cadere dal corpo: denim con pieghe permanenti ottenute grazie ad applicazioni di resina, come se fossero stati indossati senza sosta; diversi tank-top a doppio strato abbottonati e ritorti intorno al corpo; maglie intenzionalmente ristrette ottenute bollendo capi oversize fino a rimpicciolirli e una serie di maglioni a intarsio e camicie dove i motivi floreali non erano ricamati ma quasi ritagliati sugli orli, con un certo effetto di surreale.
Né mancano design che paiono ottimizzati per andare a un vero rave: ci sono jeans extra-lunghi con aperture verticali nascoste alle caviglie per far passare i tacchi a spillo, chiusi con ganci e occhielli; pantaboots; gonne corte e rotonde in un denim vellutato che includono leggins integrati; pantaloni dotati di tasche supplementari all’orlo; tute intere che, tramite il trompe-l’œil, imitano magliette e gonne raggrinzite; ma anche jeans strappati e consumati, ricoperti di cristalli e avvolti di strati di tulle dall’aspetto plastificato oltre che gilet di montone rovesciato tinti d'oro e altri colori dal sapore sintetico che cadono e si drappeggiano con estremità dalle diverse lunghezze.
Un senso nuovo dei colori
Dopo una prima parte di collezione dai colori relativamente semplici, ne è arrivata una seconda dove invece i colori esplodevano con una sorta di sensibilità dei primi anni ’80, con toni che ricordavano certe tinte neon senza esserlo propriamente. E altri pezzi, specialmente le pellicce e i vestiti più bon-ton sul finale che invece, nel loro aspetto ricostruito, nella mescolanza di tessuto plastificato e stampato sfioravano la psichedelia. Tutta una serie di esplosioni cromatiche che però risultavano disciplinate dalla silhouette più stretta e sfilata che ha dominato lo show.
L’esplorazione dei materiali comprendeva poi fodere di pelliccia sotto i cappotti, tessuti plastificati e iridescenti e denim floccato. Un altro interessante aspetto sperimentale si è visto tra gli accessori, con la nuova borsa D-One i cui manici che si trasformano in cinghie multiple con fibbie da portare a tracolla. Le calzature erano molto scultoree e con punta affilata e la loro silhouette lavorava in concerto con la silhouette dei pantaloni.
In generale, questa è stata forse la collezione più intellettuale e ragionata di Glenn Martens per Diesel finora e ha dato un forte senso del tipo di libertà di cui Martens gode come direttore creativo del brand. In numerosi dei look che, anche quando presentavano grafiche più commerciali, si ravvisava la volontà di non creare semplici basics ma, anzi, di rendere proprio quei basics interessanti. Tanto che nessun pezzo della collezione, incluse le camicie a quadri avvolte in vita come gonne, o le canottiere contorte su loro stesse, sembrava avere un design convenzionale. Sono vestiti per una vita di successo, dopo tutto.














































































































