
Come è nata la Milan Fashion Week? Dal Salone Bianco di Palazzo Pitti fino alle supermodelle degli anni ‘90
Con l’edizione che si apre questa settimana, la Milan Fashion Week entra nel suo 51esimo anno di età. Non è una cifra tonda, vero, ma sicuramente una cifra notevole. La storia della fashion week è la storia stessa della moda italiana che, a sua volta, può darci uno scorcio della storia del nostro paese. Un po’ come nel caso della Francia, infatti, la storia della moda italiana come la conosciamo prende le mosse dal secondo dopoguerra e ha come sfondo la lunga transizione dell’Italia da paese rurale, devastato dai bombardamenti, a leader globale del lusso.
È una storia accidentata, per certi versi, dato che la vera culla della moda italiana è la Firenze degli anni '50. Solo in seguito, il centro gravitazionale della moda si spostò gradualmente verso Milano, culminando nella fondazione ufficiale della Milano Fashion Week nel '75. Ma come è avvenuto questo passaggio e soprattutto chi ne sono stati i protagonisti?
Firenze e le origini della moda italiana
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia era in ginocchio: innumerevoli morti e feriti, città devastate dai bombardamenti, economia distrutta. Ma un settore che aveva resistito, in termini di tradizioni e know-how, era quello tessile e artigianale. La cultura dei tessuti era profondamente radicata in tutto il paese, dai pizzi del Sud ai panni casentini della Toscana, dalla lana martellata dei loden trentini alle sete lombarde. Anche le tradizioni sartoriali abbondavano, specialmente a Roma, Firenze, Napoli e Milani, ancora sedi della vecchia aristocrazia.
Fu qui che arrivò l’intuizione di Giovanni Battista Giorgini, imprenditore toscano di origini aristocratiche, sul potenziale della moda italiana sui mercati esteri. Giorgini coltivò rapporti con buyer e giornalisti americani e il 12 febbraio 1951 organizzò il primo Italian High Fashion Show nella sua residenza privata, Villa Torrigiani a Firenze. L’evento presentò creazioni di dieci stilisti italiani tra cui le Sorelle Fontana, Jole Veneziani, Alberto Fabiani, Emilio Pucci, Noberasco, Carosa, Emilio Schuberth, Simonetta, Marucelli e Gallotti attirò alta società, stampa internazionale e importanti compratori.
L’iniziativa ebbe successo, ma la vera svolta arrivò l’anno successivo. Nel luglio 1952, con l’aggiunta di nuovi nomi, le sfilate si trasferirono nella prestigiosa Sala Bianca di Palazzo Pitti. L’idea era quella di creare un legame ideale tra la grande tradizione artistica italiana e la moda. Da quel momento e fino al 1982 le presentazioni si tennero due volte l’anno, a gennaio e a luglio, precedendo le date della Haute Couture parigina. Giornalisti di tutto il mondo e buyer di grandi magazzini americani come Saks e Bergdorf Goodman iniziarono a ordinare in grande quantità capi italiani.
L’unione di creatività e industria
Firenze divenne così, negli anni ’50 e ‘60, il centro della moda italiana che anche grazie alle dive e alle produzioni di Cinecittà riscrisse l’immagine del paese nel dopoguerra. In quegli stessi anni il settore tessile ripartì con forza grazie ai fondi del Piano Marshall, che permisero l’ammodernamento delle fabbriche con telai automatici, filatoi intermittenti e tintorie industriali. Ma qui viene il bello: diversamente da altri paesi, in Italia non nacquero grandi complessi centralizzati ma si affermò invece il modello della piccola e media impresa familiare, spesso affiancata da laboratori artigianali.
Durante il cosiddetto “miracolo economico” si consolidò una filiera tessile integrata ma territorialmente frammentata, organizzata in distretti industriali. Questo sistema permetteva di realizzare in loco tutte le fasi produttive, dalla filatura al finissaggio, senza dipendere dalle importazioni, con una rapidità, una qualità e una flessibilità uniche al mondo: si potevano produrre sia piccole serie per l’alta moda sia grandi volumi per il mercato di massa.
Nacquero così i distretti che ancora oggi rappresentano il Made in Italy: la seta a Como, la lana a Biella, la tintura e il riciclo a Prato, la pelletteria e la concia a Scandicci, la maglieria e le calzature tra Romagna e Veneto. Si trattava di “fabbriche diffuse”, composte da centinaia di piccole imprese specializzate in singole fasi, coordinate dalla vicinanza geografica e da una lunga tradizione condivisa.
Un modello che preparò il terreno per l’esplosione del prêt-à-porter negli anni Settanta: la filiera corta consentiva di passare rapidamente dal disegno alla produzione, i tessuti di altissima qualità erano disponibili a prezzi competitivi e i cosiddetti “carnettisti” facevano da ponte tra stilisti, sarti e produttori. Per i clienti americani la moda italiana costava meno di quella francese, era più creativa di quella statunitense e offriva una qualità eccezionale. Era nato il Made in Italy. Ma dove sarebbe stato presentato al mondo?
Firenze o Milano?
Proprio come le sue eccellenze artigianali, anche la moda italiana era frammentata tra diverse città. A Venezia, ad esempio, si tenevano sfilate di designer italiani e francesi sin dagli anni ’20, Torino era sede dell'Ente Nazionale della Moda dagli anni ’30, Roma era il cuore dell’alta moda del paese per i molti atelier legati alle case principesche della città e Milano era già il polo industriale e affaristico a cui faceva capo il settore tessile del Nord-Italia. Proprio a Milano, nel ’58, venne fondato il CNMI che aveva il compito di promuovere la moda italiana attraverso presentazioni collettive.
La moda italiana cominciò a spostarsi dall'haute couture al prêt-à-porter di massa. Molti designer collaboravano con singole aziende produttrici per linee firmate e proposte al grande pubblico. Tra questi c’erano Pucci, Krizia, Biki, Missoni e Max Mara. Per coordinare la presentazione di questi designer, nel 1958 a Milano, il CNMI iniziò a organizzare sfilate biennali che però non esistevano ancora sotto un nome unificato ed erano più vicine a fiere di settore. Sempre a Milano, che era anche capitale editoriale, arrivò Vogue nel 1960 e la città divenne sinonimo di moda più commerciale, scalabile grazie alle innovazioni tessili di famiglie come i Missoni o gli Etro. Firenze invece restava legata all’Alta Moda e fu per questo che negli anni 1962 Valentino esordì lì.
La tensione tra le due sedi spirituali della moda italiana andò esacerbandosi nel corso degli anni ’70. Il modello del ready-to-wear si diffondeva e tanti designer sentivano Firenze come troppo asfittica mentre Milano era molto più improntata al più redditizio mercato di massa in termini di logistica, investimenti e innovazione. La rivoluzione femminista del ’71, poi, popolarizzò ancora di più capi accessibili e pratici per le donne, ovvero il pubblico fondamentale per la moda.
Le due capitali crebbero in parallelo finchè nel 1975 il CNMI organizzò la prima vera "Settimana della Moda" a Milano, stabilendola come piattaforma di settore, con un ecosistema preciso di sfilate e showroom dedicati ai buyer internazionali interessati a collezioni per il mercato di massa. Nello stesso anno Giorgio Armani fondava il suo brand a Milano e, tre anni dopo, Gianni Versace apriva il suo negozio e sfilava alla Permanente. Fu in questo contesto che emerse la figura fondamentale di Walter Albini.
Walter Albini e la nascita del prêt-à-porter italiano
Nato a Busto Arsizio nel 1941, Albini iniziò la sua carriera come illustratore e fotografo, ma ben presto si rivolse alla moda. Negli anni ’60 il designer creava linee per brand come Krizia, Billy Ballo e Missoni focalizzandosi su capi ready-to-wear invece che su misura e perfezionando il format del designer che collaborava con i grandi produttori tessili, includendo nei suoi stampe innovative e tessuti trattati industrialmente per rendere la moda più accessibile alla classe media emergente.
Già in queste collezioni Albini sperimentava con capi unisex ma fu nel ’71 che abbandonò gli show di Firenze e presentò al Circolo del Giardino di Milano la prima collezione sotto il proprio nome per la stagione FW72. Un gesto simbolico e potentissimo. La collezione riuniva sotto un singolo brand pezzi di cinque diverse linee che, armonizzati, fecero nascere il concetto di “total look”: Albini disegnava maglieria per un produttore, camicie per un altro, capi sartoriali per un altro ancora e via dicendo. Presentandole tutte sotto il suo nome in look coerenti pensati per i diversi momenti del giorno, Albini creò la sfilata di ready-to-wear moderno come la conosciamo.
Questa mossa segnò l'inizio del prêt-à-porter milanese come moda separata dall’haute couture e dedicata alla classe media. Anche la sua scelta di organizzare sfilate tematiche in location specifiche contribuì a renderle simili a performance cariche di significato. Le innovazioni proseguirono: nel ‘75, presentò la prima collezione di ready-to-wear per uomo, creò una linea unisex con un cast che oggi definiremmo co-ed e nel ’76 con la collezione Guerriglia Urbana portò anche le tensioni politiche degli anni di piombo in passerella. Grazie a lui la moda aveva smesso di essere fatta di completi da uomo e abiti da sera.
Il trasferimento di Albini accelerò lo spostamento verso Milano negli anni '70. Come ricorda Vogue, già all’epoca della collezione Guerriglia Urbana tutti i principali designer si erano già trasferiti a Milano tranne Valentino che era già andato a Parigi. L'impatto economico si iniziò a sentire: Milano iniziò ad attirare gli investimenti tessili dal Piemonte e dalla Lombardia mentre l’editoria di moda si diffondeva, rafforzando il "Made in Italy" come brand globale. Inoltre era fondamentale la sinergia tra designer e produttori che univa alla creatività la tecnica.
Gli anni della Milano da Bere
@fashionchanneltv A rare glimpse into the mind of Gianni Versace — where fashion meets art and individuality reigns supreme. In this exclusive 1980s interview, Versace reveals his passion for breaking the mold, celebrating self-expression, and challenging conventions in the fashion world. His words remind us that true style isn’t just about clothes; it’s about the courage to be yourself. #GianniVersace #80sFashion #IconOfStyle suono originale - fashionchannel
Gli anni '80 segnarono l'apice della Milano Fashion Week, un decennio di espansione esplosiva che elevò la città a capitale mondiale della moda prêt-à-porter, superando persino Parigi in termini di volume commerciale. Sotto la guida della CNMI, l'evento si consolidò con un calendario unificato, con sfilate in location iconiche come il Castello Sforzesco e l’Accademia di Brera, e ricevette sempre più attenzione dai media internazionali. La Milan Fashion Week, ai tempi più nota come “Milano Collezioni”, divenne uno spettacolo grazie a show sempre più teatrali che esprimono ancora oggi lo spirito edonistico del decennio.
Fu questa l’epoca d’oro di Gianni Versace e Giorgio Armani, degli show mirabolanti di Franco Moschino, di Missoni e del Fendi di Karl Lagerfeld. Ma gli anni ’80 furono anche gli anni dell’esordio di Dolce&Gabbana e di Miuccia Prada. Verso la fine del decennio, poi, la nomina di Gianfranco Ferrè a direttore creativo di Dior sembrò la consacrazione finale della scena della moda milanese. Economicamente, il settore moda italiano crebbe esponenzialmente, con esportazioni che raggiunsero miliardi, grazie alla sinergia tra design e industria oltre che all’apertura di nuovi mercati internazionali.
Negli anni ’90 il mito della fashion week iniziò a consolidarsi. Da sempre più commerciale, Milano entrò nel nuovo decennio carica dell'intensa vitalità di Versace, Dolce&Gabbana e Roberto Cavalli per poi trasformarsi, verso la metà del decennio, in un tempio del minimalismo: da quello più intellettuale di Prada e Jil Sander a quello ultra-sexy del Gucci di Tom Ford. Nel frattempo, agli show di Versace la moda si mescolava alla cultura pop, tra le supermodelle che cantavano Freedom! ’90 di George Michael in passerella e Tupac Shakur che inaugurava la lunga storia d’amore tra l’hip-hop e la moda. Su tutto questo fervore di novità vigilava lo sguardo limpido di Franca Sozzani, che nel frattempo faceva di Vogue Italia la prima rivista di moda al mondo.
Il decennio si concluse prematuramente con la tragica morte di Gianni Versace, nel 1997, che segnò davvero la fine di un’epoca. Proprio verso la fine del Millennio, la città e la sua moda diventavano più internazionali. Fu proprio in questo periodo che si passò dal nome Milano Collezioni a Milano Fashion Week, anche se fino a oggi il nome istituzionale dei due eventi è rimasto Milano Moda nelle due varianti Donna e Uomo. Sempre più internazionale e popolata di grandi nomi del designer, all’alba del 2000 il nuovo nome della fashion week era ormai stabilito. Il decennio chiuse con Milano come una delle fucine del lusso mondiale, pronta per affrontare le molte sfide e le molte glorie del nuovo millennio.










































