
Addio a Valentino Garavani, l’ultimo grande couturier della moda italiana Una leggenda dall'inizio alla fine
Ci ha lasciati oggi Valentino Garavani. La scala di questa perdita è gigantesca: pur essendosi ritirato dalle scene nel lontano 2008, lasciando il proprio brand, ormai divenuto impero mondiale, nelle mani salde di Alessandro Michele, l’impronta lasciata dal designer sul mondo della moda italiana come lo conosciamo si fa sentire ancora oggi. Chissà dove sarebbe oggi la moda italiana e la sua enorme reputazione se Valentino non avesse chiuso, nel lontano 1962, l’edizione del Pitti Immagine di quell’anno con uno show di Haute Couture che portò Roma e l’Italia sulla mappa della moda per sempre. Certo, esisteva una moda italiana precedente a Valentino, quella di Emilio Schubert, di Vincenzo Ferdinandi, di Jole Veneziani e delle Sorelle Fontana, senza contare quella dei vari atelier principeschi di Roma come Giovannelli-Sciarra e quello di Simonetta Colonna, ma dopo Valentino l’argine che separava la moda francese da quella italiana ed europea si spezzò proiettandosi verso il futuro. Garavani è infatti l’ultimo esponente di una grande tradizione di couturier italiani che a partire dagli anni ’70 venne gradualmente sostituita dai maestri del prêt-à-porter e trovò nuova vita solo decenni più avanti con l’haute couture di Gianni Versace, che esordì nel 1989, e quella di Armani, che invece divenne una label a sé stante nel 2005. Valentino fu l’eroe dei due mondi: la couture da un lato e il ready-to-wear dall’altro. Un ruolo che ne rese la figura insieme ieratica e iper-popolare nella coscienza collettiva degli italiani.
È chiaro che essere l’ultimo esponente di una tradizione di couturier italiani si sposa a un certo lifestyle che, nel caso di Valentino Garavani, divenne iconico: le foto con Jacqueline Onassis a Capri, i castelli in Francia e i palazzi a Roma, i trecento completi su misura di Caraceni, i giri in Mercedes per le vie della capitale nei momenti più bui degli Anni di Piombo, i valzer con Liz Taylor, lo yacht T.M. Blue One dove Andrè Leon Talley veniva a visitarlo, i celebri carlini, la canzone di buon compleanno cantata a New York da Aretha Franklin, Placido Domingo e Bette Midler. Per sua naturale discrezione Valentino Garavani non fu mai un uomo pubblico, eppure non ebbe mai timore di dire la sua e combattere per le sue cause – rimane celebre il suo lungo Peace Dress creato nello stesso anno della Guerra del Golfo e, ancora prima, il suo impegno alla lotta all’AIDS e l’istituzione a Roma di un’accademia che porta il suo nome dedicata a esibizioni artistiche e attività culturali. Valentino diceva di sapere fare solo tre cose nella vita: creare vestiti, decorare case e intrattenere la gente. Quest’ultima dote non gli servì soltanto durante gli anni ’70, passati a frequentare le élite della società newyorchese, ma anche a entrare per sempre nel cuore del pubblico con Donna Sotto le Stelle, un’abbagliante kermesse estiva che vedeva il couturier, insieme ad altri grandi nomi della moda italiana, sfilare sulle scale di Trinità de’ Monti a Roma. Un’immagine che è ancora serigrafata nelle memorie di almeno due generazioni di italiani.
All’indomani della sua scomparsa, dopo una lunga vita costellata di successi e di trionfi, cosa rimane della moda di Valentino? Rileggendo i vecchi articoli di giornale a lui dedicati negli anni ’80 e ’90, sembra di leggere di un universo parallelo: mentre, col procedere degli anni, la moda andava perseguendo il mito della haute bourgeoisie, dell’iper-minimalismo e delle subculture, la narrazione che circondava il designer rimaneva quella del lusso d’altri tempi, della grande aristocrazia, del jet-set totale. Unica differenza è che il jet-set di leggende che Valentino frequentava era fatto di aristocratici, dive del cinema, giornalisti ed editor leggendari e cantanti. Un mondo che ancora sopravvive nella grande family del brand, ma che era ad anni luce di distanza da influencer, tiktoker, blogger indipendenti ed eterni debuttanti di cui oggi la moda si circonda. Era un mondo più tradizionalista e sicuramente più esplicitamente elitario di quello che conosciamo oggi, ma che allo stesso tempo consolidò l'aura aristocratica del brand a fianco delle collezioni e campagne che ne accompagnarono il grande successo commerciale.
Proprio quella narrazione era ciò che manteneva intatta l’aura di romanticismo che lo circondava, il sogno che andava alimentando come un nobile d’altri tempi. Eppure questa narrazione non vietava che il suo brand mantenesse il dinamismo dei suoi vari rivali: rimane celebre la presentazione della linea giovanile Oliver fatta nel 1989 a Brera, a fianco di centinaia di bozzetti degli studenti dell’accademia – un tipo di attitudine iper-moderna che, anni dopo, consegnata nelle mani di Pierpaolo Piccioli, più volte proclamato come unico vero erede dello spirito di Valentino, che ha traghettato lo storico brand in un nuovo millennio della moda. L’uomo dietro Valentino sarà forse scomparso oggi, ma la sua opera continuerà a sopravvivergli.











































































































































