
Alla NYFW è arrivata la variante femminile dell’Hedi Boy Nicola Brognano ha portato l'indie sleaze in passerella per 7 For All Mankind
Avete presente quelle foto ultravirali di Keira Knightley intorno al 2008, in giro per Londra mano nella mano con Jamie Dornan? Quelle in cui lei indossa un paio di jeans bootcut a vita bassa, con gli slip dall’orlo azzurro che si intravedono in vita, abbinati a una blusa bianca trasparente, uno scaldacuore nero e una sciarpa di lino annodata in modo apparentemente casuale al collo? L’archetipo della cool girl di fine anni Duemila: quella dei jeans 7 For All Mankind, un po’ trasandata di giorno ma sempre pronta a infilare un paio di tacchi vertiginosi con plateau sotto un vestitino di seta per uscire la sera. È stata esattamente questa l’energia che Nicola Brognano ha deciso di portare in passerella per il suo debutto da 7 For All Mankind alla New York Fashion Week FW26.
Il debutto di Nicola Brognano
Dopo essere stato scelto come successore di Anna Molinari alla guida creativa di Blumarine, brand in cui ha lavorato per quattro anni, lo scorso dicembre Brognano è stato annunciato come nuovo direttore creativo di 7 For All Mankind, diventando il primo italiano al timone dello storico brand premium di denim americano. Eppure, di denim in passerella se n’è visto poco, o quantomeno non è stato il vero centro del discorso. Più che protagonista, il denim ha funzionato come un fil rouge silenzioso, mentre l’attenzione, sia da parte della stampa che dei social, si è concentrata sull’immaginario che ha accompagnato il debutto.
A essere più convincenti non sono stati i look caratterizzati da skinny jeans, ma i mini dress, le biker jacket oversize ma accorciate, gli accessori volutamente maximalisti e sleazy, capaci di evocare immediatamente un’epoca precisa. Come ha dichiarato lo stesso designer a MF Fashion, la donna di questa collezione ha «un’attitudine rock’n’roll, una rebel girl che non si prende troppo sul serio». Il dettaglio del braccialetto in nylon, quello da club o da festival o anche da backstage, indossato da tutte le modelle, ha funzionato come segno di continuità tra notte e giorno, tra party e quotidianità.
Brognano stesso ha confessato a W Magazine che «la collezione parla di it-girl che escono al mattino e tornano il giorno dopo con lo stesso outfit, con un caffè Starbucks in mano e il braccialetto della sera prima ancora al polso». La donna indie sleaze che torna come risposta diretta alla clean girl minimalista e al culto del quiet luxury che ha dominato il periodo post-pandemico. Se prima l’icona erano le Olsen di The Row, ora sono le Olsen delle front row, quelle che i tabloid definivano «good girls gone bad».
Il futuro di 7 For All Mankind
7 for all mankind fw26
— lunika (@fashionitgirl) February 15, 2026
what a collection, the styling makes it hundred times more impressive, fashion feels so nostalgic pic.twitter.com/B9LvEl5dyf
Basterà però una sfilata virale a far riprendere il percepito di 7 For All Mankind? D’altronde il brand, nonostante fosse un cult per i Millennial nei primi anni Duemila, per la Gen Z rimane per molti un nome poco familiare; non è più percepito con la stessa spontaneità con cui si indossavano i suoi Sevens nei primi anni del nuovo millennio. Nell’intervista con MF Fashion, Brognano ha spiegato che sfilare era fondamentale proprio per conquistare una fetta di pubblico più giovane: la cliente storica, legata al denim, è fedele e non verrà abbandonata, ma la generazione più giovane spesso non conosce il brand o lo associa a un immaginario vintage più che attuale.
La collezione, ha detto, «non sostituisce nulla, ma aggiunge» e punta a un guardaroba reale e competitivo, con prezzi calibrati e uno styling che non sacrifica accessibilità. Ma sarà necessario ben più di uno show per fare davvero decollare il percepito di 7 FAM su larga scala, soprattutto se si guarda al contesto competitivo e alle dinamiche di consumo che dominano oggi la moda.
Negli ultimi anni, sono stati diversi i brand Y2K o early-00s che hanno tentato di risalire la china con approcci diversi. Alcuni, come Miss Sixty e Blumarine, hanno visto un vero revival culturale e di mercato grazie all’interesse della Gen Z, altri invece hanno incontrato difficoltà molto più profonde, come nel caso di Topshop. Purché 7 For All Mankind torni a una posizione di rilievo, e soprattutto a una crescita riconoscibile nei numeri di mercato, servirà coerenza nelle collezioni future, una narrazione radicata nell’immaginario contemporaneo, non solo basata su un fattore nostalgia, anche se per ora ha funzionato – e anche bene.














































