«Entrare in una libreria oggi è un gesto politico», intervista a Saint-Martin Bookshop Come costruire un landmark culturale fisico nell’era del brainrot

«Entrare in una libreria oggi è un gesto politico», intervista a Saint-Martin Bookshop Come costruire un landmark culturale fisico nell’era del brainrot

Anche per chi lavora nel mondo dell’editoria, come chi vi scrive, provare gioia in una libreria è sempre più raro. Milano è stata progressivamente occupata da grandi catene che hanno reso l’acquisto dei libri un gesto impersonale e standardizzato, ma il vero tasto dolente è una mancanza strutturale di librerie indipendenti dedicate ad arte e moda. Al loro posto restano ormai soltanto gli angoli editoriali dei concept store “cool”, fatti spesso di titoli pensati più per estetica che per contenuto.

Saint-Martin Bookshop, a Bruxelles, segue invece una logica opposta. Ospitata nell’ex boutique di Maison Margiela, è meno una libreria tradizionale e più un archivio vissuto, uno spazio in cui i libri portano con sé personalità propria. In un’epoca segnata da brainrot e coffee table book inutili, Saint-Martin è un promemoria silenzioso che l’ecosistema intorno ai libri può ancora chiedere attenzione e partecipazione. Per parlare di spazi culturali e del loro ruolo oggi, abbiamo intervistato il fondatore Stéphane Aisinber.

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Saint-Martin Bookshop si colloca all’incrocio tra arte, moda ed editoria indipendente. Come nasce l’idea e come si è evoluta nel tempo?

Prima di aprire la libreria ho passato anni a visitare bookshop in giro per il mondo e spesso ne uscivo con una sensazione di frustrazione. Erano tutti molto simili con la medesima selezione, spesso perché lavoravano con gli stessi distributori. Alla fine cambiava solo la tote bag. Desideravo aprire una libreria da molto tempo, ma solo se fosse potuto esistere in modo diverso. Quando la boutique di Maison Margiela a Bruxelles ha chiuso, mi è sembrato un segno del destino.

Dopo alcuni lavori di ristrutturazione, Saint-Martin Bookshop ha aperto nel 2020. Durante il Covid, in Belgio solo farmacie e librerie potevano restare aperte e improvvisamente tutta la scena artistica di Bruxelles ha iniziato a ritrovarsi qui. Questo ha dato subito una direzione chiara al progetto e mi ha permesso di incontrare artisti, curatori, galleristi, collezionisti e lettori.

Come prende forma il lavoro curatoriale? Come scegli un libro o un artista da inserire nello spazio?

Da Saint-Martin la selezione è completamente soggettiva. Non cerco di essere esaustivo né “democratico”. La libreria riflette il mio gusto, il mio percorso e i miei istinti. Non è uno spazio neutro, e credo che questo sia fondamentale. A volte è il contenuto a colpirmi, altre volte l’artista, altre ancora l’oggetto in sé. Un libro può parlare attraverso la carta, il progetto grafico o persino attraverso ciò che non dice.  Lavoriamo direttamente con artisti ed editori, senza passare dai distributori. È un approccio più lento e più rischioso, ma permette di costruire relazioni nel tempo. Oggi vendere libri è difficile,  molte librerie sopravvivono accettando tutto quello che arriva, sapendo di poter restituire ciò che non vende. Capisco questa dinamica, ma così si perde qualsiasi forma di visione e il libraio smette di curare.

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Ci sono stati progetti che hai affrontato con qualche dubbio e che poi si sono rivelati un successo?

Non direi, perché quando qualcosa funziona qui, di solito funziona anche altrove. Detto questo, alcune presentazioni recenti, come quella con Brenda Hashtag per brended o con Lara Violeta per il primo numero di Violet Papers, hanno attirato un pubblico enorme, soprattutto molto giovane e hanno registrato sold out in pochissimo tempo. Abbiamo ospitato anche artisti affermati come Gabriel Kuri e Anne Veronica Janssens, insieme a giovani autori alla loro prima pubblicazione. Quello che conta non è il nome o la scala del progetto, ma l’intensità. Un progetto funziona quando l’energia è giusta e quando le persone si riconoscono davvero in ciò che vedono. Saint-Martin non è uno spazio costruito sulla sorpresa commerciale, ma sulla risonanza.

Molte librerie oggi funzionano come terzi spazi culturali. Quanto sono importanti eventi e incontri nel dare nuova vita ai libri?

Il catalogo è la base della libreria ed è disponibile anche online, ma lo spazio fisico deve restare vivo. Ogni settimana o dieci giorni succede qualcosa: una presentazione, una firma copie, una conversazione, a volte semplicemente musica o un drink. L’obiettivo non è vendere libri, ma creare occasioni di incontro e stare insieme.

Troppi spazi culturali oggi sono silenziosi, quasi sacri, mentre una libreria, secondo me, dovrebbe essere l’opposto. Quando c’è musica, anche un po’ troppo alta, e le persone si sentono a proprio agio, restano più a lungo, parlano, toccano i libri. È così che cambia completamente il modo in cui i libri vengono vissuti. Molti visitatori mi dicono che è la libreria più bella del mondo, è un po’ difficile da credere, ma mi fa capire che il progetto funziona. Entrare oggi in una libreria richiede coraggio. Aprire quella porta è già un gesto politico.

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Perché hai scelto di restare a Bruxelles invece di aprire in una città più storicamente legata alla moda, come Anversa?

Sono di Bruxelles e conoscevo questo edificio da anni, quindi aprire qui è stato naturale. Bruxelles permette di lavorare seriamente senza essere costantemente sotto i riflettori. È una città in cui ci si può permettere una certa invisibilità, e per i creativi questo è un lusso. Il mito della moda di Anversa appartiene in gran parte a un’altra epoca, non ci sono più gli Antwerp 6. Oggi Bruxelles è diventata terreno fertile per artisti e designer, anche internazionali, che scelgono di viverci perché è accessibile, discreta e centrale. Qui si può avere spazio, una vita stabile e allo stesso tempo muoversi facilmente tra Parigi, Londra e Berlino.

La tua selezione include spesso edizioni rare o fuori catalogo. Pensi che gli oggetti culturali continueranno a essere prodotti come in passato?

Viviamo un paradosso: l’industria dell’editoria è in crisi e le librerie chiudono, ma allo stesso tempo si stampano più libri che mai, eppure molti esistono solo come hype momentaneo e dopo pochi mesi perdono qualsiasi rilevanza. Al contrario, libri di trent’anni o quarant’anni fa continuano a sembrare attuali, precisi, bellissimi. I libri buoni restano, quelli deboli scompaiono. Gli archivi e il materiale storico diventeranno sempre più centrali, perché la qualità, alla fine, resiste sempre al tempo.

Tra tutti i libri e gli oggetti che hai collezionato, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?

Sono molto legato ai lookbook di Martin Margiela, che colleziono da anni e che continuo a sfogliare con piacere. Amo anche Xerografia di Bruno Munari e Xerox Book di Seth Siegelaub. Nel tempo ne ho raccolte diverse copie, sia per passione sia per il timore di restarne senza. Sono libri a cui torno spesso perché nonostante il tempo continuano a sembrarmi radicali, intelligenti e visivamente forti. Ed è proprio questo, per me, il segno di un oggetto culturale destinato a durare.