
“Cime tempestose” di Emily Brontë ce lo ricordavamo diverso Ed è proprio questo ciò che dovrebbe fare un adattamento

Virgolette o non virgolette, Emerald Fennell ha adattato Cime tempestose di Emily Brontë e lo ha fatto come ognuno dovrebbe pensare a una trasposizione cinematografica. Alla presunta fedeltà del testo il grande schermo ha sempre preferito lo stile del regista e una propria coerenza interna, che esula dall’attinenza o meno del romanzo, ma deve mantenere fede solo e solamente alla cifra personale di chi si prende la responsabilità di riproporre una storia abbandonando le sole parole e rendendole immagini.
Che Fennell, la quale si è tirata dietro critiche e ammirazione fin dall’esordio Una donna promettente (2020) e il successivo Saltburn (2023), si sia sentita in obbligo di aggiungere quelle virgolette al titolo è tanto segno dei tempi in cui è bene non fare arrabbiare un certo fandom (che tanto arrabbiato già lo era) quanto bisogno di ribadire che ciò che avremmo visto in sala non era un rifacimento pedissequo delle pagine ottocentesche di Brontë, bensì la maniera in cui lei avrebbe da sempre voluto vederle riprese e raccontate al cinema.
Come si fa un adattamento?
Che cambiasse il titolo, hanno detto alcuni. Che facesse la propria storia. Ma da quando si è dimenticato che scrivere è riscrivere e lo è anche dei classici che vengono proposti sul piccolo e grande schermo? Che adattare non significa dover affidarsi semplicemente alla creazione di qualcun altro, ma lasciarsi infondere e ispirare dalla sua linfa artistica, motore primo affinché anche noi a nostra volta possiamo permetterci di azzardare di generare qualcosa di nuovo, qualcosa di potenzialmente bello?
La stessa storia l’aveva dovuta subire il Suspiria di Luca Guadagnino: impossibilitati a comprendere la venerazione che il cineasta provava e prova per Dario Argento, c’è chi ha urlato allo scandalo per la volontà di affiliarsi in qualche modo al film del 1977 pur rimanendo fedeli a se stessi con l’opera realizzata nel 2018. Eppure il Suspiria di Argento non perderà mai valore o terreno perché quarant’anni dopo qualcuno ha deciso di prenderlo come spunto per un proprio racconto, usufruendo del titolo come scelta consapevole e emblematica dell’operazione cinematografica e no, non solamente per marketing, come molti potrebbero pensare.
Lo stesso avviene col libro di Emily Brontë, che non cesserà di esistere e di poter essere acquistato in libreria, che sia con la vecchia o la nuova copertina. Improbabile persino che la scrittrice si rivolti nella tomba, come si è divertito a scrivere Collider, bensì crediamo possa essere molto più lieta nel sapere che dopo secoli il suo lavoro continui ad interessare così tante persone, che potranno magari lasciarsi affascinare dal film quanto continuino ad amare profondamente il suo libro.
Un nuovo punto di vista narrativo
@wutheringheightsmovie Divinely complex. Come undone with #WutheringHeightsMovie original sound - Wuthering Heights Movie
Così Cime tempestose, anzi, “Cime tempestose” è a tutti gli effetti il desiderio proiettato da Emerald Fennell sulla storia di Catherine Earnshaw e Heathcliff. In cui è vero che le origini ambigue dell’uomo erano importanti per la maniera in cui è stato cresciuto e trattato, ma con la sceneggiatura che sceglie di spostare lo sguardo per rendere la relazione tra i due basata su una discriminazione principalmente di classe e avanzandone tutte le conseguenze dell’epoca.
L’entrata in conflitto tra ciò che si vuole e ciò che si può avere, tra ciò che ci appassiona e ciò che, invece, può permetterci un tetto sulla testa, dei vestiti lussuosi, un futuro al sicuro. Fennell si concentra sulla condizione della donna, come aveva già aveva fatto in epoca moderna con Una donna promettente, e la contestualizza in una società in cui il matrimonio è un contratto in cui l’amore è talvolta un ostacolo e in cui è possibile pentirsi del proprio egoismo, anche e soprattutto quando è troppo tardi.
#WutheringHeights is an epic, yearning romance with a beautiful vision from Emerald Fennell.
— Jonathan Sim (@TheJonathanSim) February 3, 2026
Breathtaking cinematography, production design, and score, with two incredible performances from Margot Robbie and Jacob Elordi.
Steamy, emotional, and captivating. pic.twitter.com/u22RfqnLix
La passione di Catherine e Heathcliff li consuma non abbandonando mai la spregiudicatezza dei loro animi. Restano personaggi intollerabili, bambini capricciosi, individui incapaci di comunicare se non facendosi scherzi e dispetti, smorzando senza dubbio l’odio che invece si insinuava e si prodigava visceralmente nel romanzo, lasciando modo alla regista e sceneggiatrice di compiere il proprio obiettivo: realizzare una grande storia d’amore hollywoodiana. Il poster che richiama Via col vento non è un caso. “Cime tempestose” è un’opera più mitigata del romanzo, e di molto, che rinuncia alle vendette, ai sotterfugi, alla tossicità di un rapporto che era stato scritto sotto il segno della tempesta.
E che d’altro canto fa spazio alla lotta interiore insieme alla lotta di classe, al come dovrebbe essere rispetto al cosa si vorrebbe. Il desiderio è un filo rosso comune che nella filmografia di Emerald Fennell unisce Saltburn a “Cime tempestose”, e ci si accorgerà guardando quest’ultimo che l’erotismo venduto come specchietto per le allodole è in realtà solo una minima parte del tormento infuocato e tragico dei protagonisti. C’è, ma ne è solo uno dei vari spettri. Fondamentale, ma non principale.
La nemica del cinema
Che Emerald Fennell sia diventata la nemica numero uno del cinema è sempre più evidente. L’insofferenza verso un gusto più spiccatamente “girly”, ma non per questo meno magniloquente di come hanno saputo crearne anche i registi più camp, sembra un dato certificato prima ancora di vederlo espresso sullo schermo. Un pregiudizio perché anticipa, appunto, qualsiasi giudizio, prima ancora che un suo lavoro venga mostrato e che, quando arriva in sala, è stato irrimediabilmente viziato. Eppure, al suo terzo film, l’autrice risulta già riconoscibile, qualcosa che alcuni colleghi ci mettono una vita a raggiungere quando si tratta di grado di identificabilità.
Una singolarità che la regista ha riversato nella messinscena di “Cime tempestose”, kitsch e sfarzosa al punto giusto nel suo inseguimento del desiderio come forza motrice delle storie che predilige, fatte di amore edi vendetta. Un percorso in cui l’adattamento di Brontë si immette a pennello, tanto che i fantasmi che assillano i personaggi sono riusciti a oltrepassare lo schermo fino a tartassare gli spettatori (e soprattutto i lettori) più irriducibili. Che non troveranno dunque il Cime tempestose di Emily Brontë, ma il “Cime tempestose” di Emerald Fennell, la cui più grande, importante e auspicata differenza è tutta qui.










































