Presto, gli abiti invenduti in Europa non potranno più finire in discarica La nuova riforma della Commissione europea verrà messa in atto a partire dal 19 luglio

Il fatto che i saldi stagionali non soddisfino i consumatori come una volta è diventato quasi un luogo comune. L’attenzione e la quantità di acquisti durante i periodi di liquidazione sono nettamente calate negli ultimi anni - i dati dello scorso luglio stimano che solo il 62% degli italiani ha deciso di acquistare durante gli sconti estivi. Il problema principale però è che nonostante la domanda abbia subito una contrazione, la supply resta invariata, quindi a fine stagione restano migliaia (se non milioni) di indumenti invenduti, tra fast fashion, high street ed e-commerce, che vanno automaticamente a finire in discarica. O almeno fino al prossimo 19 luglio.

La nuova direttiva della Commissione europea

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Il 9 febbraio la Commissione europea ha adottato una nuova serie di misure all’interno del regolamento Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), con l’obiettivo di vietare la distruzione dei prodotti di moda invenduti. Di fatto, a partire da luglio 2026, abbigliamento, accessori e calzature non potranno più essere eliminati come rifiuti solo perché non hanno trovato un acquirente.

Ogni anno, in Europa, si stima che tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili invenduti vengano distrutti prima ancora di essere indossati. Una pratica che genera circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2, un volume di emissioni paragonabile a quello prodotto dall’intera Svezia nel 2021. La riforma introduce due pilastri fondamentali: il primo è il divieto esplicito di distruggere gli invenduti nel settore moda, mentre il secondo è l’obbligo di trasparenza - le aziende dovranno dichiarare pubblicamente quanta merce invenduta viene scartata e in che modo. Gli obblighi di disclosure saranno operativi con un formato standardizzato a partire dal febbraio 2027, così da dare tempo  alle aziende per riorganizzare processi e sistemi di reporting.

Cosa significa davvero per la produzione di moda oggi

Al di là della dimensione normativa, la nuova direttiva segna un cambio di paradigma per l’industria della moda. Non si tratta solo di “non buttare via i vestiti”, ma di rimettere in discussione l’intero modello produttivo che ha reso normale l’eccesso. Sarà finalmente arrivato il momento di mettere in atto un modello di decrescita positiva? Per anni il problema della massa di indumenti invenduti aveva una soluzione semplice e lineare, quindi poco importava se la domanda del pubblico non coincideva con la produzione.

Invece, ora, i brand saranno costretti a confrontarsi con problematiche che per anni sono rimaste volutamente ignorate: quanto produrre davvero, come pianificare le collezioni, come gestire i resi, cosa fare dello stock in eccesso. La riforma, infatti, non impone solo un divieto, ma spinge attivamente verso alternative come resale, remanufacturing, donazioni e riuso, così da trasformare ciò che era considerato uno scarto in una risorsa da valorizzare.

Takeaways

– Dal 19 luglio 2026, per i grandi brand, eliminare abiti, accessori e calzature invenduti diventerà illegale. Una pratica diffusa ma invisibile entra finalmente nel perimetro normativo europeo.

– Con il divieto di smaltimento, l’eccesso di stock non potrà più essere “assorbito” a fine stagione. I brand saranno costretti a ripensare quantità, tempi e modelli produttivi.

– L’obbligo di dichiarare pubblicamente gli invenduti trasforma il magazzino in un indicatore reputazionale, spingendo alternative come resale, donazioni e riuso.