
Quando la matematica incontra la moda Design che ci fanno domandare: “Si può indossare un frattale?”
Tanti brand creano collezioni per San Valentino che girano sempre intorno agli stessi simboli: cuori, cupidi, mazzi di rose, cioccolatini. Ma per lo scorso San Valentino, Balenciaga ha deciso una forma decisamente più intellettuale di romanticheria: un’equazione. Non è un’equazione qualunque ovviamente ma della famosa “Love Equation” del fisico britannico Paul Dirac.
Stilizzata nella formula (i∂ + m) ψ = 0, questa equazione delle onde relativistiche descrive il comportamento degli elettroni ed è spesso stata reinterpretata nella cultura pop come una metafora dell’entanglement quantistico, il fenomeno per cui due particelle rimangono connesse a distanze enormi. Nella capsule, l’equazione è ricamata o stampata in rosso acceso sul tessuto nero con un risultato finale che ricorda, seguendo l’estetica spesso sorpredente del brand, una t-shirt che anche Sheldon Cooper avrebbe potuto indossare.
Ma ci sono altri casi in cui moda e matematica si sono incontrati? Anche se la matematica è intrinseca alla moda in termini di teoria del taglio e della cucitura, che hanno bisogno di misurazioni precise, proporzioni e calcoli geometrici; e al di là delle numerose istanze in cui i frattali sono stati trasformati in grafiche per pattern e stampe, ci sono stati quattro designer che hanno incorporato la matematica nella moda in modi più profondi, elevandola da semplice strumento intellettuale a elemento tematico in piena regola.
Rei Kawakubo e la “Flat Collection”
Il legame tra Rei Kawakubo di Comme des Garçons, e la matematica non è sempre esplicito ma, come spiega Kyla Byam-Ramsay nel saggio How Math is Infused in Fashion and Technology può essere identificato a partire dalla mostra che il Met di New York dedicò alla designer nel 2017: Rei Kawakubo/Comme des Garçons: Art of the In-Between che esplorava nove espressioni di “in-betweenness”, con la sezione tematica “Self/Other” basata sull’idea di dualità, in cui veniva esibito un abito rosa e blu della collezione FW12 del brand, nota appunto come 2 Dimensions o Flat Collection.
L’abito in questione sfrutta la simmetria di colori e forme per creare l’illusione di due abiti sovrapposti che sono in realtà un unico indumento in feltro di poliestere. Senza una simmetria matematica precisa, il design avrebbe potuto sbilanciarsi verso la predominanza di uno dei due colori, minando l’uguaglianza che Kawakubo intendeva trasmettere; anche il calcolo della proporzione delle misure del tessuto era cruciale, dato che il design dei due abiti è il medesimo ma le proporzioni sono sviluppate matematicamente per renderne uno più grande suggerendo la sovrapposizione di un abito più corto, simbolico della giovinezza, su uno più lungo, che invece rappresenta l’età avanzata.
Per quanto riguarda la collezione FW12, tutta giocata su una bidimensionalità interpretabile come una critica alla piattezza metaforica dei pattern classici giocava con la percezione dello spazio, incorporando implicitamente concetti di geometria piana e proporzione per creare silhouettes oversize e grafiche.
Issey Miyake e la geometrizzazione di Thurston
Issey Miyake è da sempre un brand molto “matematico” che sfrutta nozioni di geometria e costruzioni a origami per rivoluzionare la costruzione dei capi. La filosofia di Miyake ruota attorno al concetto di “un solo pezzo di stoffa”, ovvero si basa sull’idea di creare abiti che usino il numero minore di pannelli e cuciture separati e che dunque siano il più possibile vicino a utilizzare un singolo pezzo di stoffa per creare forme e silhouette avant-garde. Il lavoro ingegneristico che c’è dietro è semplicemente impressionante. Ma il rapporto più esplicito con la matematica è emerso nella collezione FW10 del brand.
Per questa collezione, l’allora direttore creativo Dai Fujiwara ha collaborato con il matematico William Thurston della Cornell University, traendo ispirazione dai suoi studi sulle 3-varietà (o 3-manifold) e sulle otto geometrie uniformi dello spazio euclideo tridimensionale, come descritto nella celebre congettura di geometrizzazione di Thurston. Nella pratica, la collezione trasformava tessuti bidimensionali in forme tridimensionali sotto forma di sciarpe collegate e intrecciate in strutture colorate, maglieria con linee fluide, forme strutturate, tagli laser all’insegna di una sperimentazione spaziale.
Un’altra collezione fondamentale, “132 5” presentata nel 2010, ha tratto ispirazione dalla ricerca sull’origami dello scienziato Jun Mitani, che studiava il piegamento di materiali piatti in superfici curve, utilizzando tessuti riciclati per un taglio a zero sprechi: il nome si scompone in “1” per un solo pezzo di stoffa, “3” per la forma tridimensionale, “2” per il ripiegamento in due dimensioni e “5” per future permutazioni.
Ma già dalla fine degli anni ’90, nell’ambito del progetto A-POC (A Piece of Cloth), Dai Fujiwara collaborò con Issey Miyake allo sviluppo di una maglieria a trama controllata da computer: un unico filo continuo veniva programmato con istruzioni matematiche per produrre capi finiti direttamente dal telaio, riducendo sprechi e consentendo personalizzazioni. In seguito, sotto la direzione creativa di Yoshiyuki Miyamae (dal 2011 al 2019), la tecnica 3-D Steam Stretch ha portato l’innovazione ancora più avanti. Usando software specializzati, si calcolano composizioni di filati che, grazie al calore del vapore, si contraggono in modo programmato generando pieghe tridimensionali simili a strutture origami o geometriche. Oggi questa tecnologia è diventata una delle firme principali del brand.
Iris Van Herpen e gli studi di Alan Turing
@tooliespring Sensory Seas by Iris van Herpen (2020) #fashion #weird #couture #sewing #abstract #beautiful #runway #blue #irisvanherpen #model Weird Fishes / Arpeggi - Radiohead
Per molti Iris van Herpen si ispira unicamente al mondo naturale per le sue creazioni. In realtà, molte sue collezioni si basano su concetti geometrico-matematici come la tassellazione, la simmetria e lo studio di geometrie complesse. Esempi notevoli includono lo Skeleton Dress, le cui strutture geometriche sono state create tramite stampa 3D SLA in collaborazione con l’architetto Isaïe Bloch per la collezione FW11. Un altro caso emblematico è l’abito stampato 3D in in collaborazione con la designer austriaca Julia Koerner (la stessa che ha fatto i costumi tridimensionali di Black Panther) per la collezione FW12 costruito come una combinazione di strutture geometriche altamente complesse generate parametricamente.
Un’altra collezione, la SS20, visualizza i flussi delle correnti oceaniche attraverso pattern matematici ispirati alla neuroanatomia e all’ecologia marina e include un abito detto Morphogenesis Dress, ispirato alle teorie di Alan Turing sui pattern emergenti nei sistemi naturali, realizzato con migliaia di strati di mesh tagliati al laser e serigrafati in collaborazione con Philip Beesley.
Diarra Bousso e la matematica creativa
Meno conosciuta degli altri ma assolutamente notevole è Diarra Bousso, una designer senegalese-americana che si definisce “Chief Creative Mathematician” e ha fondato il brand DIARRABLU, trasformando equazioni matematiche in stampe. Nata in Senegal, Bousso si è trasferita in Norvegia a 16 anni per il liceo e poi negli Stati Uniti per studiare matematica, economia e statistica, lavorando infine come banchiere d’investimento e trader prima di virare verso la moda. Il brand DIARRABLU è nato nel 2015, mentre teneva un blog, seguiva un master in matematica a Stanford e insegnava matematica nei licei della Silicon Valley.
Ha raccontato a CNN che un giorno, correggendo compiti di algebra, le venne l’idea di trasformare in grafiche equazioni ed esponenziali per generare infinite variazioni di pattern per costumi da bagno, kimono, abiti e caftani. Il Joal print, della collezione SS20, ha reso tramite grafiche digitali le forme di conchiglie attraverso una serie di trasformazioni geometriche e quadratiche.
Bousso è apparsa diverse volte sulle pagine di Vogue, dove nel 2019 Kendall Jenner indossava i suoi abiti per un editoriale, ma il suo brand è tornato più e più volte a graziare le pagine di Vogue, Marie Claire e anche del Financial Times come brand-simbolo della crescente scena della moda dell’Africa Occidentale, dato che anche se la designer è basata a San Francisco produce le sue collezioni in Senegal.























































