Pitchfork sta per diventare il nostro nuovo social media preferito? Forse no, considerati i 5 dollari al mese che chiede agli utenti

La settimana scorsa Pitchfork, la rivista musicale online più famosa al mondo, ha fatto un annuncio storico: a partire da quest’anno, l’utilizzo del sito non sarà più completamente gratuito, ma ci sarà un abbonamento mensile di 5 dollari (circa 4,40 euro). Si tratta in sostanza dell’introduzione di un paywall misto che consentirà ancora l’accesso al sito in forma gratuita, ma con alcune limitazioni importanti.

Per un sito che era nato con l’idea di incarnare l'indipendenza e un certo livello di apertura in ambito musicale si tratta dell’ennesimo cambiamento importante avvenuto durante la sua lunga storia, che proprio quest’anno tocca i trent’anni.

La storia di Pitchfork

Pitchfork, che prende il nome dal tatuaggio di Tony Montana in Scarface, è nato come blog nel 1996 su iniziativa di Ryan Schreiber, che al tempo era ancora un adolescente che lavorava in un negozio di dischi a Minneapolis. Un giorno ebbe l’intuizione di provare a sfruttare le potenzialità della rete per fare più o meno le stesse cose che faceva in negozio - ovvero consigliare o sconsigliare musica - ma stavolta attraverso il formato della recensione scritta.

L’idea iniziale era quella di trattare soprattutto musica alternativa e indipendente, afferente a quello che un tempo rientrava nel cosiddetto macro-genere indie-rock, per poi espandersi a tutti gli altri generi una volta raggiunta una certa notorietà. Anno dopo anno, il blog divenne sempre più popolare grazie a uno stile di scrittura irriverente, molto più audace di quello usato dalle riviste musicali cartacee tradizionali, raggiungendo il culmine con la famosa recensione dei Jet priva di testo, contenente soltanto il video di una scimmia che si fa la pipì in testa, bevendo la propria urina. 

L'episodio è talmente iconico da essere stato ripreso anche nell’annuncio ufficiale della nuova era di Pitchfork pubblicato sul sito, dove a un certo punto si dice che le recensioni di Pitchfork «a volte possono sembrare la parola definitiva, una scimmia che fa pipì nella propria bocca incisa su una lastra di pietra». È bene far presente che già ai tempi – era il 2006Pitchfork non era più un piccolo blog amatoriale, ma in dieci anni era diventato ormai un punto di riferimento della critica musicale online.

L'importanza delle recensioni di Schreiber

Il passaggio da blog a pubblicazione relativamente professionale era avvenuto nel 2004, con l’arrivo di Chris Kaskie (The Onion) alla gestione delle operazioni commerciali e di Scott Plagenhoef in redazione (oggi responsabile globale della redazione di Apple Music). L’autorevolezza delle sue recensioni era diventata tale ormai da poter decretare il successo o il fallimento di una band. 

Alcuni voti stellari, ad esempio, fecero la fortuna di gruppi come Arcade Fire (9.7 a Funeral), Animal Collective (9.0 a Feels) e The National (8.6 a Boxer). Questa valutazione ultra-specifica attraverso un sistema numerico decimale da 0,0 a 10 è diventata il suo marchio di fabbrica e al tempo stesso croce e delizia: se da un lato questo tratto distintivo pseudo-scientifico ha attirato attenzione e fatto scuola (in Italia, per esempio, è stato adottato da uno dei principali siti musicali indipendenti come Sentireascoltare), dall’altro ha prestato il fianco allo sbeffeggio da parte della cosiddetta critica seria della carta stampata tradizionale. 

Un sistema di valutazione anticonvenzionale

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Il sistema di recensione di Pitchfork ha trasformato il sito in un vero e proprio trendsetter della critica musicale online. Un voto alto sulla piattaforma è stato spesso in grado di influenzare pesantemente il giudizio di altre testate: l’esempio più eclatante fu il 10 concesso da J. Pelly al disco di Fiona Apple Fetch the Bolt Cutters, capace di generare a cascata un giudizio quasi unanime di capolavoro assoluto da parte degli altri siti musicali.

Negli ultimi dieci anni, le vicende gestionali di Pitchfork hanno cominciato a lasciare una serie di ombre sul sito. Il primo colpo è arrivato nel 2015, con la cessione della proprietà al gigante dei media Condé Nast (Vogue, Vanity Fair, New Yorker, ecc.), che ha sancito di fatto la fine del suo spirito indipendente così come lo conoscevamo. Poi nel 2024 Anna Wintour ha annunciato il licenziamento di parte del personale e la fusione del restante team di Pitchfork all’interno di quello di GQ. Alcuni giornalisti appartenenti alla diaspora di Pitchfork hanno fondato il nuovo sito musicale Hearing Things, che non a caso è a pagamento.

Cosa prevede l'abbonamento a Pitchfork

L’annuncio sui social e sul sito punta a mettere in risalto soprattutto le nuove implementazioni, ovvero tutte le novità del sito che dovrebbero invogliare l’utente a sottoscrivere l’abbonamento. Queste sostanzialmente consistono in due punti.

Il primo è la possibilità per gli utenti a pagamento di esprimere il proprio giudizio numerico sull’album nello stesso formato storico di Pitchfork. Per questo, sono state pubblicate delle comode linee guida per capire, per fare un esempio, la differenza tra una votazione di 6,8 e una di 7,1. Una volta che una recensione avrà raggiunto più di cinque valutazioni-utente, il punteggio medio dei lettori apparirà sotto il voto di Pitchfork nella recensione.

Il secondo è la possibilità di interagire in forma scritta, ovvero di commentare le recensioni direttamente sul sito, instaurando un dialogo con altri utenti o direttamente con gli editor. Si tratta in sostanza di un processo di platformizzazione che rende P. un ibrido tra un sito musicale e un social o un vecchio forum.

A conti fatti, non si tratta di nulla di trascendentale o di particolarmente innovativo: i commenti esistono già da anni su altri siti concorrenti, come ad esempio Stereogum, mentre la possibilità di votare un album è da sempre il core business di altri siti famosi come Rate Your Music, talmente diffuso da raccogliere già migliaia di valutazioni per album. Sempre su RYM è possibile anche commentare e recensire i dischi votati. Stesso discorso per altri aggregatori famosi come Metacritic o Album Of The Year. C’è però un lato oscuro di questo abbonamento che non viene messo in risalto dall’annuncio di Pitchfork, ma viene citato quasi en passant pur costituendo in realtà un terzo punto fondamentale del discorso:

L’abbonamento a pagamento è l’unico modo per poter continuare a leggere tutte le recensioni presenti sul sito – un archivio di circa 30mila articoli - senza limitazione alcuna; in caso contrario, invece, l’utente free avrà a disposizione soltanto quattro recensioni al mese. Pitchfork precisa che tutte le altre sezioni del sito, notizie, liste e approfondimenti resteranno totalmente accessibili in forma gratuita. Il limite è posto solo sulle recensioni, che però, come ampiamente illustrato, sono quelle che hanno fatto la fortuna di Pitchfork. 

Accoglienza e critiche da parte del pubblico e degli addetti ai lavori

Com’era prevedibile, la notizia ha suscitato un’ondata di reazioni negative da parte degli utenti poiché generalmente nessuno è ben disposto a pagare per ciò che un tempo era gratis. Inoltre, le nuove implementazioni non sembrano garantire quel minimo di valore aggiunto sufficiente per accollarsi la spesa. I commenti al video-annuncio presente su instagram comprendono una serie di insulti che vanno dai classici «booooooo» ai meme, fino alle valutazioni critiche espresse con la stessa formula numerica decimale, tipo «0,0 – 1,0».

Tra i vari insulti ci sono anche alcune critiche più o meno sensate. Quelle più di pancia sono collegate all’affaire Condé Nast, poiché l’utente medio di Pitchfork non ha nessuna intenzione di dare i propri soldi a una multinazionale che ha la propria sede all’interno del One World Trade Center, ovvero uno degli edifici più cari di New York. È significativo che le persone stiano facendo questo ragionamento per un sito web di musica e non per il New Yorker, solo per citare un’altra delle pubblicazioni di Condé Nast che applica un paywall ai propri contenuti. Probabilmente è dovuto ad una diversa utenza, considerando che difficilmente il pubblico giovane e adolescente che legge Pitchfork ha la stessa disponibilità economica dei lettori del New Yorker.  

Cosa ne pensano gli ex editor di Pitchfork?

Altre critiche più moderate riguardano il fatto che questo sistema non farà altro che chiamare alla carica sciami di stan (i fan più accaniti) quando verrà stroncato il disco della loro popstar preferita. Pensate a cosa potrebbero fare gli swifties (i fan di Taylor Swift) o l'ARMY dei BTS di fronte a una stroncatura feroce. Per il giornalista Stuart Stubbs (Loud & Quiet), l'errore che hanno commesso è quello di mantenere il resto del sito aperto a tutti: «Le recensioni di Pitchfork sono ottime, ma sono l'unico motivo per cui visitate il sito?». 

Dello stesso parere è anche l’ex editor di Pitchfork Larry Fitzmaurice, secondo il quale si tratta di «un'ammissione tacita che il resto del lavoro del sito non vale la pena di essere pagato e, di conseguenza, è di qualità inferiore». Steven Hyden – anche lui ex Pitchfork e autore di diversi libri musicali  – aggiunge che questi parametri un po’ instabili sembrano suggerire che il paywall misto di P. dia più importanza ai punteggi che agli articoli.

Ragionando a mente fredda, l’utilizzo dei paywall, in realtà, non è una novità per le riviste musicali online straniere: Rolling Stone Usa, per fare un esempio ultra-famoso, già da anni fa pagare un abbonamento per la lettura dei propri articoli. Lo stesso vale anche per altre realtà piccole e indipendenti che altrimenti non potrebbero sopravvivere, come ad esempio Aquarium Drunkard o la summenzionata Hearing Things.

Una soluzione migliore 

Un’altra rivista musicale storica come Creem (quella su cui scriveva Lester Bangs) è da qualche anno tornata online dietro pagamento di un abbonamento. Altre riviste in qualche modo competitor di Pitchfork, come Stereogum e The Quietushanno introdotto già da tempo delle sezioni a pagamento attraverso un sistema misto simile a quello di Pitchfork, ma con una logica inversa. I due siti infatti mantengono l’accesso gratuito alle recensioni storiche, ma chiedono il pagamento di un abbonamento per accedere a nuove rubriche o contenuti speciali. In questo modo, garantiscono un accesso base a tutti gli utenti e degli approfondimenti a pagamento solo per i veri appassionati, verosimilmente quelli più propensi a spendere i propri soldi per saperne di più.

Questa è una soluzione che ancora appare moderata rispetto a quella adottata da Pitchfork che, invece, è molto più audace in quanto rende d’un tratto meno accessibile quello che è sempre stato il suo cuore pulsante. Si tratta certamente di una sfida, e oggi come oggi non si possono fare previsioni a lungo termine. Certo è che in ambito musicale sopravvivere online come proposta text-first senza alcun tipo di abbonamento sembra oggi essere diventato sempre più difficile. Staremo a vedere se la scelta di Pitchfork sarà un suicidio commerciale che porterà al collasso del sito oppure lo trasformerà ancora una volta in un trendsetter, facendo diventare poco alla volta tutte le riviste musicali online a pagamento.