
Perchè la Gen Z preferisce il bar di quartiere? Basta listening bar, basta attese infinite, basta prenotazioni
Preferireste andare in un hotspot della nightlife milanese, fare due ore di fila al gelo, pagare un drink 20 euro e ottenere in cambio una storia Instagram per dimostrare di far parte dei cool kids, oppure ritrovarvi con tutti i vostri amici nel bar decadente del quartiere, con i prezzi rimasti agli anni ’90 e un clima rumorosamente conviviale?
Per la Gen Z, sempre più spesso, la risposta è la seconda. I cosiddetti bar scrausi sono ormai diventati una reale alternativa alla crisi del divertimento contemporaneo, sempre più costoso, performativo e regolato da dinamiche di esclusività forzata. Come racconta Business Insider, negli ultimi anni i dive bar (locali informali, spesso di vecchia data e frequentati principalmente da abitanti del quartiere) hanno conosciuto una nuova popolarità, attirando una clientela giovane in cerca di qualcosa di diverso rispetto ai format iper-curati della nightlife a prova di TikTok.
Il fascino del bar scrauso
Secondo i dati citati da Business Insider, poco più della metà degli americani si considera un “regular” di un bar o ristorante locale, ovvero una persona che lo frequenta almeno tre o quattro volte al mese e che viene riconosciuta dallo staff. La Gen Z, in realtà, è meno propensa rispetto ai Millennial e ai Gen X a dichiarare di avere un posto del genere, ma il settore della ristorazione resta spietato: i cicli di hype legati alle nuove aperture creano picchi di domanda rapidi, seguiti spesso da chiusure altrettanto veloci.
Sebbene l’analisi di Business Insider si concentri sugli Stati Uniti, il fenomeno è visibile anche in Italia. I bar “vecchio stampo” sono tornati a essere nodi centrali della vita sociale di molti giovani. Basti pensare al Bar San Calisto a Roma, a Frizzi e Lazzi a Milano, il Bar Maurizio a Bologna o i baretti di San Pasquale a Napoli, che fino a pochi anni fa sembravano frequentati esclusivamente da una clientela over 60. Oggi, invece, sono diventati punti di riferimento urbani, spesso più ambiti dei listening bar o dei wine bar con i piattini in metallo.
La Gen Z brama i terzi luoghi
Il punto di svolta, però, va oltre il prezzo o la comodità. Al centro c’è una carenza strutturale di terzi luoghi nella vita quotidiana di milioni di Gen Z in tutto il mondo. Spazi che non siano casa né lavoro né università, ma ambienti informali in cui stare senza uno scopo preciso, senza dover consumare per forza o prenotare con giorni di anticipo. In un momento storico dove luoghi del genere sono spariti, inglobati da logiche di profitto, gentrificazione o trasformati in format iper-curati dove tutto è misurato, dal tempo di permanenza al tipo di pubblico, i bar scrausi funzionano anche perché colmano un vuoto sistemico.
E spesso, non a caso, al loro interno sopravvivono forme di socialità ludica che sono scomparse dai radar dei giovani, come il biliardo, il calcio balilla, le carte e i karaoke improvvisati. Come nel caso dell’EuroJolly di Milano, che ha fatto diventare il biliardo il nuovo passatempo preferito della Gen Z, oppure il Bar Di Là di Bologna, aperto solo per l’estate del 2024 ma che ha riportato la passione per il burraco ai giovani che magari non sapevano nemmeno come fossero fatte le carte francesi.
Takeaways
- - La Gen Z preferisce sempre più i bar scrausi di quartiere ai locali di nightlife esclusivi e costosi, stanca di code, prezzi alti (drink a 20 euro) e performance social per apparire "cool".
- - In un contesto di crisi del clubbing contemporaneo, questi bar low-cost e rumorosamente conviviali offrono un'alternativa genuina, con prezzi anni '90 e socialità rilassata, attirando giovani in cerca di autenticità lontana dai format iper-curati per TikTok.
- - Il fenomeno è globale (da USA a Italia): locali come Bar San Calisto (Roma), Frizzi e Lazzi (Milano), Bar Maurizio (Bologna) o baretti di San Pasquale (Napoli) tornano popolari tra i giovani, diventando nuovi "terzi luoghi" informali dopo anni di dominio da parte di over 60.
- - I bar scrausi colmano una carenza strutturale di spazi sociali non performativi: senza prenotazione, consumo forzato o esclusività, favoriscono interazioni ludiche (biliardo, calcio balilla, carte, karaoke), rispondendo al bisogno di comunità autentica e low-pressure.













































