
“Felicità” è la mostra che celebra l’ordinario L’Italia attraverso la lente di Luigi Ghirri

La fotografia di Luigi Ghirri sembra quasi riportarci al 2016. Essere online durante gli anni 2000 significava incarnare una certa vaghezza dello sguardo sul mondo, dove gli oggetti più dimessi, come dei pesci in vendita, popolavano il feed dell’artista visiva Sara Yukiko, mentre Manon Macasaet, downtown girl emergente nella scena creativa newyorkese, postava immagini di gonfiabili mossi dal vento. È una sensazione simile a quella che si prova osservando l’Italia di Ghirri allineata sulle pareti della Thomas Dane Gallery, all’interno della mostra Luigi Ghirri: Felicità, seguendo lo sguardo calmo dell’artista, da un marciapiede a un cartello stradale, mentre si muove attraverso l’ordinarietà del quotidiano.
È come partecipare a una passeggiata per Modena insieme a Ghirri - anche decenni dopo che quelle fotografie furono scattate, all’inizio degli anni ’70, prima che lasciasse il suo lavoro da geometra. Per qualcuno intimamente legato all’Italia del dopoguerra, il cui paesaggio era stato irrimediabilmente trasformato dopo Mussolini, l’Italia di Ghirri si fonde stranamente con l’universale: muri di mattoni marroni o superfici segnate dalla vernice spray, inquadrate in modo da nascondere la totalità dell’oggetto rappresentato. Potrebbero persino appartenere al presente.
Una passeggiata con Luigi Ghirri
«Mi chiedo perché Ghirri senta il bisogno di esplorare con la sua macchina fotografica i quartieri più affollati delle nostre città, dimenticando le vecchie piazze, le cui pietre, cariche di memoria, fanno parte della nostra infanzia», scriveva Franco Vaccari nel suo saggio sull’opera dell’artista. Le sue vedute di un’insegna kitsch al neon o di persone sedute in una sala d’attesa evocano un immaginario alternativo rispetto al netto bianco e nero del “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson, la cui Italia - simile a una palla di vetro innevata - era dominata da donne in gonne svolazzanti sullo sfondo di una città che si dispiegava come una scenografia teatrale, o da uomini in giacca intenti a divorare piatti di pasta: immagini che restano metafore continuamente citate dalla fotografia commerciale.
L’opera di Ghirri trova invece risonanze nei suoi contemporanei come Guido Guidi e Stephen Shore, impegnati a fotografare l’anonimo e il banale, come un parcheggio. Ghirri fu una farfalla rara nell’avanguardia italiana degli anni ’60 e ’70, scrive il curatore Tobia Bezzola - e ciò era evidente anche nella sua scelta di stampare a colori, allora riservati quasi esclusivamente alla pubblicità - per emulare le tonalità dei cartelloni e delle riviste popolari. La maggior parte delle immagini sono cliché reiterati, scriveva in un saggio ristampato nel libro che accompagna la mostra, edito da MACK. «Scelgo immagini esposte al pubblico», scriveva l’artista nella sua prima pubblicazione seminale, Kodachrome, «per strada, nelle vetrine ecc. - per caricarle di un valore emblematico, simbolico e di un grado di complessità che non può essere ridotto a schemi o formule».
In una fotografia della serie Modena, una pubblicità di moda per bambini sembra distorcersi mentre si lacera, rivelando i mattoni del muro sottostante, ma ciò che appare è in realtà un’illusione trompe-l’œil, attraverso la quale Ghirri prosegue la sua riflessione sulla rappresentazione e sulla distanza che essa crea dalla realtà. La sua inclusione allude anche, con una certa ironia, al lavoro di uno dei curatori della mostra, insieme a Luca Guadagnino - l’image-maker Alessio Bolzoni, noto per la sua vasta produzione nel mondo della moda.
Documentare il cambiamento
Ghirri collezionava cartoline illustrate, non di natura pubblicitaria ma documentaria, che registravano lo sviluppo del paesaggio italiano in trasformazione. In molti modi, la sezione della mostra dedicata ai lavori più tardi riflette questa pratica: Ghirri si ferma a una fermata dell’autobus anonima o alza lo sguardo verso il cielo con alcune sculture di marmo sullo sfondo, nel tentativo di ridimensionarne il valore turistico.
C’è una quiete nelle sue fotografie - ancora più evidente in questa selezione spesso priva di figure umane, o in cui gli abitanti diventano minuscoli, simili a bambole in una città giocattolo - una quiete che ricorda quella degli oggetti di Giorgio Morandi, che Ghirri fotografò nello studio del pittore dopo la sua morte. Parcheggi e parchi divertimento, immersi nelle luci brillanti del primo consumismo, oggi appaiono nostalgici - forse Ghirri lo aveva previsto. «Ghirri non era un fotografo ma un artista che utilizzava la fotografia», ha riflettuto Bolzoni.
Il gallerista Germano Celant era d’accordo, sottolineando come per Ghirri la fotografia diventi uno strumento filosofico capace di catturare qualità strane e inusuali del pensiero. La mostra non cerca lo scatto perfetto, ha spiegato Guadagnino - poiché Ghirri stesso non lo desiderava. «Mostra la logica e la funzione di uno degli artisti più poetici del XX secolo», ha affermato.

















































