
SSENSE è salvo (per ora) La famiglia dei fondatori è riuscita a mantenere la proprietà del retailer
Nella moda, più che collassi improvvisi, ci sono implosioni al rallentatore. E spesso una bancarotta non significa la fine. È un po’ quello che sta succedendo con il collasso di SSENSE: colpita dai dazi americani in un mercato del lusso già debole, l’azienda ha provato prima a tagliare i dipendenti, poi si è ritrovata in un braccio di ferro contro i creditori che volevano forzare la sua vendita e infine ha dovuto chiedere la protezione della legge canadese per evitare la disintegrazione e provare a ristrutturarsi. E dopo un complesso tira-e-molla di valutazioni e offerte, di rifinanziamenti e ristrutturazioni con un debito che si aggira intorno ai 371 milioni di dollari canadesi, la famiglia fondatrice ha vinto l’asta per mantenere la proprietà della società al termine della procedura di protezione fallimentare.
L’offerta avanzata dai fratelli fondatori Atallah, in collaborazione con un importante family office canadese multi-famiglia dovrebbe finalizzarsi entro un mese da oggi, dopo il via libera del tribunale e delle autorità regolatorie. Una volta ottenuta l’approvazione, il percorso di protezione fallimentare continuerà regolarmente, consentendo agli Atallah di conservare il pieno controllo invece di passare a nuovi proprietari, creando le premesse per una continuità strategica nel futuro e una relativa stabilità per clienti, fornitori e dipendenti quando l’azienda sarà finalmente salva.
Cos'è successo a SSENSE?
@thisisantwon SSENSE owe people a lot of money. Hope Balenciaga can get it all back. #streetwear #fashion #ssense BAREFOOT IN THE PARK - Shiro SAGISU
Le ultime notizie su questa complicata vicenda risale allo scorso 16 dicembre, quando il retailer ha presentato istanza per la protezione dai creditori ai sensi del Companies' Creditors Arrangement Act, una legge nota con l’acronimo di CCAA. La richiesta iniziale era arrivata in risposta alle pressioni dei creditori, che avevano avviato azioni per forzare la vendita dell'azienda e recuperare i debiti accumulati.
Circa a metà dello scorso settembre, SSENSE aveva infatti ottenuto un finanziamento interinale di 40 milioni di dollari canadesi (circa 28,8 milioni di dollari americani), anche se i documenti depositati presso Ernst & Young rivelano debiti molto superiori. La parte più scandalosa dell’intera vicenda, però, è arrivata a questo punto dato che Ernst & Young ha pubblicato la lista dei brand a cui il retailer doveva ancora dei soldi: una lista piena di nomi di brand indipendenti che erano proprio quei brand che tutti ritenevano che SSENSE promuovesse.
Nell’intera vicenda, l’attuale CEO Rami Atallah non aveva escluso una vendita se le cose si fossero messe male (in quel caso lo scenario ipotetico sarebbe simile a quello di Farfetch) ma lui e i suoi fratelli intendenvano avanzare un’offerta propria. A inizio dicembre, il termine per la presentazione di offerte qualificate da parte di potenziali acquirenti venne posticipato ulteriormente. In generale, l’azienda ha fatto sapere che «le richieste di estensione della sospensione dei procedimenti continueranno a essere presentate al tribunale, secondo necessità, fino al successo dell'uscita dalla procedura CCAA».
Come finirà la storia di SSENSE?
Sir, SSENSE just filed for bankruptcy pic.twitter.com/qV9qDrmaSj
— Street Night Live (@StreetNightLive) August 28, 2025
Ora che la famiglia Atallah ha trovato una soluzione ai propri problemi la situazione ha trovato un lieto fine che non è del tutto lieto nè del tutto finale. Eppure l'alternativa sarebbe stata del tutto disastrosa. L’annuncio di oggi è insomma una notizia positiva per SSENSE e per l’intero sistema moda del blocco atlantico. Al momento della presentazione della protezione fallimentare, che di base è un passo prima della bancarotta completa, designer e addetti ai lavori temevano che la scomparsa di SSENSE avrebbe impoverito la già scarsa infrastruttura di visibilità e crescita per i talenti emergenti, in uno scenario che già da ora non è dei più consolanti.
Attualmente, per gli insider del settore, il vero danno per SSENSE è reputazionale oltre che economico. Numerosi proprietari di piccoli brand che avevano anche successo online, ma anche di brand più solidi come Auralee o Lemaire, si sono trovati sul fronte di detonazione di questa faccenda oltre che, in certi casi, proprio sul lastrico. È indubbio che i recenti disastri finanziari dei grandi e-commerce di lusso cambieranno non tanto la maniera in cui i grossi brand commerciali operano (da anni vanno restringendo i retailer preferendo le vendite dirette) ma i brand più piccoli e indipendenti che, paradossalmente, erano proprio quelli per cui SSENSE era più essenziale.
Takeaways
- La crisi di SSENSE sembra sempre più una lenta implosione, aggravata da un mercato del lusso già fragile, dai dazi americani e da un debito di circa 371 milioni di dollari canadesi.
- Per evitare la vendita forzata e il fallimento, l’azienda ha chiesto protezione ai sensi della legge canadese CCAA, ottenendo più proroghe per ristrutturarsi e cercare nuovi finanziamenti o investitori.
- Dopo un lungo processo di offerte e valutazioni, la famiglia fondatrice Atallah ha vinto l’asta per mantenere il controllo della società, garantendo continuità strategica e stabilità per clienti, fornitori e dipendenti.
- Questo esito rappresenta una buona notizia per SSENSE e per l’ecosistema dei brand indipendenti, che rischiavano di perdere una piattaforma essenziale per visibilità e crescita, anche se il danno reputazionale ed economico resta significativo.













































