Mettersi i vestiti rovinati è performativo? Strappi, borchie e scoloriture per urlare al mondo di essere arrivati prima degli altri

Che ci fossimo stufati di essere perfetti era già chiaro dal nostro rapporto con l’Intelligenza Artificiale, ovvero dal rifiuto di quell’estetica lucida, perfetta e del tutto inumana che ha portato alla diffusione di format grafici naïf e trucchi sbavati. In altre parole, era solo questione di tempo prima che quest’estetica imperfetta attirasse anche la moda. Qualche giorno fa, la content creator brasiliana Rebeca Oksana ha pubblicato un TikTok per rispondere alla domanda «Cosa indosseranno le ragazze cool in primavera?». La risposta, consegnata con la sicurezza di chi sa già dove soffia il vento, è disarmante nella sua semplicità: le ragazze cool non vogliono più essere carine. Vogliono essere interessanti, e la moda dovrà rispondere a questa nuova necessità. Vestiti rovinati, orli strappati, toppe, borchie: la moda primaverile ed estiva si farà con capi che portano addosso la memoria del tempo, reale o simulata che sia. Pezzi che, prima ancora di essere indossati, sembrano già dire qualcosa di fondamentale sul proprio proprietario: questa non è la mia prima stagione.

I giovani del vintage festeggiano (e fanno bene)

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Il fatto che l’imperfezione sia diventata prova di autenticità, qui intesa come riprova di una certa lungimiranza, è un paradosso piuttosto ironico. Per quanto il fast fashion sia stato rapido a replicare l’effetto della pelle scolorita su giacche di poliestere, questa inversione di rotta è la vittoria del popolo dei mercatini, quella community che per decenni ha vissuto ai margini della moda mainstream e che oggi se ne trova improvvisamente al centro, anche grazie alla fama acquisita dal mercato del second hand

«Questa sembra proprio un’altra recessione economica», scrive un utente nei commenti. Mentre l’aspetto estetico di questi capi suggerisce una certa inversione di rotta nella percezione del lusso (una volta, indossare capi e accessori nuovi fiammanti era simbolo di ricchezza), l’intenzione con cui vengono adottati va ben oltre l’aspetto economico. La moda ha sempre avuto talento per trasformare il disagio sociale in estetica vendibile, basti pensare al grunge degli anni Novanta. Questa volta, però, non c’è rassegnazione nell’adozione dell’estetica dell’imperfetto, c’è furbizia, quella di chi non si piegherebbe mai ad acquistare un capo artificialmente distressed tra le quattro mura di una fabbrica. In questo senso, il capo vissuto diventa un atto di resistenza al consumismo compulsivo, un modo per dire che si è già oltre il ciclo di acquisto-utilizzo-dismissione che la moda veloce ha normalizzato. È rifiutarsi di fingere che il sistema funzioni.

Dalle passerelle agli archivi: il trend worn-out nell’alta moda

Sarebbe erroneo pensare che la fascinazione per i capi invecchiati sia novità dei banchi del mercatino delle pulci. Persino Prada, il brand universalmente considerato più intellettuale e concettuale di tutti, ha affrontato il concetto dei segni del tempo sugli oggetti attraverso macchie di sporco, ingiallimenti e abrasioni, con la collezione menswear FW26: segni che si presentano come testimoni di una vita vera, quella vissuta nel mondo reale, lontano dall’immobilismo virtuale dell’Intelligenza Artificiale. E che hanno sollevato non poche polemiche.

Lo scorso 25 settembre, il Barbican Centre di Londra inaugurava la mostra Dirty Looks: Desire and Decay in Fashion. Curata da Karen Van Godtsenhoven e Jon Astbury, questa riuniva oltre sessanta case di moda, tra cui Hussein Chalayan, Alexander McQueen, Vivienne Westwood, Miguel Adrover, Maison Margiela e designer emergenti da tutto il mondo – tra cui Elena Velez, Robert Wun e Yuima Nakazato – per indagare la fascinazione della moda per lo sporco, la rovina e la rigenerazione. Da romantici abiti rovinati a jeans macchiati sul cavallo (i pissed jeans di JordanLuca che tanto suscitarono scandalo e comunque andarono sold-out), dal fango ai tessuti ingialliti, la mostra esplorava come la decadenza fosse stata storicamente usata per sconfiggere gli standard di bellezza e perché stesse vivendo un proprio Risorgimento nel lavoro dei giovani designer. Il tema sembra, infatti, tornare ciclicamente al centro del discorso, con delle differenze intenzionali ben precise.

Negli anni Ottanta, con la collezione intitolata Nostalgia of Mud, Vivienne Westwood e Malcolm McLaren introdussero un’estetica che trasformava la sporcizia in simbolo di ribellione e trasgressione politica: la collezione FW83 (anche nota come Buffalo Girls) opponeva ai tailleur strutturati dell’era thatcheriana un guardaroba composto da gonne stracciate, pellicce tagliate a vivo, biancheria intima indossata sopra i vestiti. Alla faccia dell’estetica del potere lucido e compatto. 

Il lusso di essere arrivati prima

È un meccanismo psicologico potente e vecchio quanto il tempo stesso a governare questa estetica. Oggi indossare capi visibilmente consumati va oltre l’estetica, è una dichiarazione di appartenenza garantita da un certificato di precedenza. Portare un giubbotto con le maniche che si sfaldano o un paio di jeans che sembrano sopravvissuti a tre decenni di concerti punk non comunica povertà – comunica di essere dei cosiddetti early adopters. È un modo come altri per affermare di essere cool, alla moda prima ancora che questa possa definirsi tale. La moda, d’altronde, richiede una discreta dose di vanità e niente soddisfa l’ego come dichiarare di essere arrivati prima di altri, specie in un’epoca in cui tutto è disponibile a chiunque in tempo reale. La vera distinzione non è più avere, bensì avere prima. I nuovi consumatori non vogliono mostrare di essere al passo con i trend: vogliono dare l’impressione che siano i trend a rincorrere loro. 

Il che introduce una nuova forma di gatekeeping, diversa dalle possibilità economiche o dalle frontiere doganali: il tempo. L’egocentrismo si nutre della storia come performance, più che come susseguirsi di eventi, perché a nessuno importa davvero se indossavamo davvero jeans con gli orli mangiati dall’asfalto tre anni fa, l’importante è illudere gli altri di essere il genere di persone che lo avrebbero fatto. L’adozione potenziale del trend vale tanto quanto l’adozione effettiva. Il paradosso finale è che più questo meccanismo si diffonde, ovvero più persone adottano l'estetica del «c'ero prima io», più il valore simbolico di quell'estetica si erode. Quando tutti sembrano aver saputo prima, nessuno lo fa davvero. La tendenza stessa rischia così di diventare vittima del proprio successo: un trend che celebra l'essere avanti, destinato a diventare rapidamente il simbolo di chi è rimasto indietro.