
L’oro non è più un bene rifugio? Con il conflitto in Iran, il prezzo del metallo prezioso è stranamente calato
Esattamente un anno fa scrivevamo che il prezzo dell’oro fosse arrivato ad un massimo storico di 3004 dollari per oncia troy, dato il momento storico di instabilità economica e politica, influenzato principalmente dai problemi con i dazi istituiti da Donald Trump. Storicamente parlando, l’oro è sempre stato considerato il bene rifugio per eccellenza, l’unico investimento che anche in tempi di crisi e guerra consolida il suo valore, invece che deprezzare. Eppure, con il recente conflitto in Iran, per la prima volta il prezzo dell’oro è improvvisamente crollato: cosa è successo?
Perché il prezzo dell’oro è crollato durante la guerra in Iran
@naeem.aslam23 Gold dropped 8% during war—here's what JP Morgan sees coming #gold #investing original sound - naeem
L’oro aveva già raggiunto livelli altissimi, come sottolineato da Wired, tra fine gennaio e inizio febbraio, arrivando a sfiorare i 5.500 dollari l’oncia, praticamente il doppio rispetto all’anno precedente. Un cambiamento alimentato non solo dall’instabilità geopolitica, ma anche da un fenomeno più strutturale, per cui le banche centrali hanno accumulato riserve record, acquistando nel 2025 oltre 800 tonnellate di oro per diversificare le proprie esposizioni e proteggersi da valute considerate più vulnerabili.
Anche altri metalli preziosi come l’argento avevano registrato aumenti importanti nel 2025, segno di una corsa generalizzata verso asset percepiti come più sicuri. Eppure, proprio quando il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha iniziato a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, il prezzo dell’oro ha invertito la rotta, perdendo circa 500 dollari in una sola settimana, in quello che Bloomberg ha definito il calo più marcato dagli anni Ottanta.
L’oro resta legato alla geopolitica globale, nel bene e nel male
Come spiega The Conversation, quella che stiamo vivendo in questo momento non è una crisi finanziaria classica, ma una crisi energetica. Il blocco dello Stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi del petrolio hanno riacceso i timori sull’inflazione globale, rendendo meno probabile un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve. Quando i tassi restano alti, gli asset legati al dollaro diventano più attraenti perché offrono rendimenti, mentre l’oro, che non paga interessi, perde appeal. Il rafforzamento del dollaro, come sottolinea anche Al Jazeera, ha quindi funzionato come un’alternativa più conveniente per gli investitori, drenando capitali dal mercato dell’oro.
A questo si aggiunge un altro elemento meno visibile ma fondamentale: la finanziarizzazione dell’oro. Oggi non si compra più solo oro fisico, ma prodotti finanziari complessi che ne replicano il prezzo; ciò significa che il suo valore è sempre più legato a dinamiche speculative, agli ETF (Exchange-traded funds) e ai movimenti dei grandi fondi. Quando questi iniziano a vendere, per incassare profitti o coprire perdite altrove, il prezzo può scendere rapidamente, innescando una spirale al ribasso fatta di vendite automatiche e uscita dagli ETF.
Dopo il ceasefire, l’oro torna a salire
President Donald J. Trump makes a statement on Iran: pic.twitter.com/9mqTayL0Q3
— The White House (@WhiteHouse) April 7, 2026
Nonostante tutto, l’oro resta profondamente interconnesso alla geopolitica mondiale. È una sorta di termometro della fiducia globale: quando gli equilibri internazionali vacillano, gli investitori cercano un rifugio, ma oggi quel rifugio non è più così stabile come un tempo. Ad oggi però, l’oro non è più un bunker impermeabile alle crisi, ma un asset che assorbe parte della volatilità dei mercati, soprattutto quando la crisi coinvolge direttamente energia e inflazione.
Eppure, come spesso accade nei mercati contemporanei, basta un segnale politico per invertire nuovamente il trend. Secondo Investing.com, dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato nelle ultime ore, il prezzo dell’oro è tornato a salire, raggiungendo un massimo di tre settimane e registrando un incremento di circa il 2,7%. La tregua ha fatto indebolire il dollaro e calmierato i prezzi del petrolio, riaprendo lo spazio per un ritorno dell’oro come asset rifugio.













































