Il caso del documentario su Giulio Regeni tra punteggi e ingerenze ministeriali Una questione artistica o politica?

Esistono due tipi di contributi nel cinema italiano: i selettivi e gli automatici. I secondi, omen nomen, avvengono in autonomia: fatto un calcolo e studiata una percentuale dei punti che un progetto presenta al ministero, questo può avvalersi di una somma di denaro erogata dai fondi pubblici. I selettivi, al contrario, presentano una commissione, una serie di figure professionali che decidono, sempre in base ad un punteggio, se vale la pena o meno finanziare un prodotto audiovisivo, seguendo i criteri elencati e assegnando ad ognuno un punteggio.

Due strade per due direzioni diverse: da una parte società che, con anni di produzioni alle spalle, possono puntare sul proprio background e i titoli già proposti (con conseguenti registi, interpreti, ecc…), dall’altra la possibilità di opere prime e/o seconde di vedere la luce e dare un sostegno al cinema indipendente.   

Cultura e politica, uno scontro continuo nel 2026

È seguendo il procedimento dei selettivi che il documentario Giulio Regeni - Tutto il male nel mondo non è rientrato nella graduatoria, primo dei titoli proposti ed esclusi per ricevere il contributo ministeriale. Una presa di posizione che una larga fetta del cinema italiano ha decretato come l’ennesima ingerenza da parte di un governo di destra che continua a mettersi in mezzo alle questioni pubbliche sulla cultura. Attaccando ancora una volta il ministro Alessandro Giuli, in un clima che si fa sempre più teso e che arriva sulla scia dei nuovi tagli alle risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, nonché mettendo in mezzo questioni politiche lì dove dovrebbe esserci invece un fine culturale e artistico.

Mentre due commissari si sono dimessi (il critico Paolo Mereghetti e il consulente editoriale Massimo Galimberti, facenti parte però di altre sezioni rispetto a quella che ha giudicato il progetto su Giulio Regeni), Giuli ha dimostrato a propria volta il suo sconcerto per la mancata distribuzione dei finanziamenti per un’opera, come dichiarato su La Stampa, di «intrinseco valore culturale, sociale, politico, morale, internazionale, a prescindere dalla qualità artistica dello specifico documentario» che, precisa, non ha ancora visto.

Ciò però non basta alle spiegazioni che dovranno essere date su quella che sembra una posizione netta del governo negli affari sull’audiovisivo, con il gruppo del Partito democratico della Camera il quale ha depositato l’interrogazione sul caso al ministro della Cultura che dovrà rispondere nel corso del question-time in Aula sul mancato riconoscimento dei contributi pubblici al documentario.

La graduatoria è diventata un caso mediatico 

Ad alimentare lo scalpore intorno alle graduatorie rese pubbliche il 3 aprile, col doc diretto da Simone Manetti uscito il 2 febbraio 2026 (i soldi possono essere erogati anche successivamente alla produzione e distribuzione di un’opera), sono stati i progetti che invece hanno ricevuto il sostegno ministeriale.

Non tutti però appartenenti alla medesima sezione del fondo per cui era stata fatta richiesta (ad esempio il film di finzione sulla vita di Gigi D’Alessio o la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci esclusa, The Echo Chamber). E, perciò, non in linea con le logiche seguite o meno per finanziare l’opera prodotta da Ganesh Produzioni e Fandango, che lo ha anche distribuito in sala. Col produttore Domenico Procacci il quale ha dichiarato che è evidente il trovarsi nel pieno di una battaglia politica che dovrebbe interessare tutti gli italiani e non solo una parte, ritenendo impossibile che la scelta sia stata presa concentrandosi sul merito.

Il punteggio del documentario 

I dati e i punteggi con cui è stato giudicato Giulio Regeni - Tutto il male nel mondo sono stati riportati con minuzia da parte de Il Post (ma sono consultabili da tutti sul sito delle graduatorie dei progetti richiedenti finanziamenti). Come mostrato, sul totale dei sette criteri di valutazione per erogare i selettivi, dove il minimo per ottenere i soldi sono 80 punti, il documentario ne ha raggiunti 66.

La “Qualità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto” è uno dei criteri che assegna più punteggio (63 punti), con il documentario che ne ha raggiunti 36. Il progetto, infatti, rispetto a opere che possono ricostruire con parti di finzione gli eventi, piene di interviste e di escamotage complessi dal punto di vista del linguaggio cinematografico, ha adottato un approccio molto più semplice che va ad indagare le fasi processuali dell’accaduto il quale ha visto il dottorando italiano rapito nel 2016 e ritrovato morto nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Un’operazione che si suppone essere stata considerata quindi lineare, né particolarmente innovativa o originale. 

Non è l’unica categoria ad avere una valutazione modesta. Prosegue Il Post: in “Visione e stile del regista, linguaggio cinematografico o audiovisivo proposto” il progetto ha preso 10 punti su 20, in “Qualità dell’apporto del cast artistico e tecnico all’opera audiovisiva” 4 su 7, in “Coerenza tra sceneggiatura e dimensione economica, finanziaria e distributiva del progetto” 5 punti su 10, in “Pari opportunità di genere” il massimo con 6 punti, in “Realizzazione dell’opera in coproduzione internazionale o compartecipazione internazionale” nessun punto sui dieci possibili perché prodotto solo in Italia e in “Certificazione per la sostenibilità ambientale dell’opera” 5 punti, anche qui il massimo. Nell’insieme, dunque, Giulio Regeni - Tutto il male nel mondo non ha raggiunto la sufficienza per accedere ai selettivi secondo delle qualifiche tecniche.  

È davvero solo una questione artistica o c'è di più?  

Cosa può dirci, quindi, questo punteggio? Se dobbiamo guardare ad una suddivisione dei punti, dov’è l’intoppo? Forse una delle domande da farsi è: una commissione può essere davvero tecnica o è comunque questione di gusto (o credo politico)? E, in quel caso, come muoversi? Il fatto è che in molti ritengono sia difficile credere che il documentario non sia stato ritenuto valido, in quanto aveva anche fatto domanda al fondo interessato alle «opere su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana» (esistono di fatto vari fondi con varie finalità).

È altresì vero che tale aspetto non viene messo a punteggio ma, in un clima di continua ostilità governativa e ministeriale, l’esclusione del documentario risulta una coincidenza difficile da credere. Lo ha detto ancora una volta il produttore Procacci: «Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi: bocciarlo non è una scelta artistica. È solo politica». 


Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, dopo l’uscita speciale a febbraio di tre giorni e con il sostegno di Circuito Cinema, torna distribuito in tutta Italia con più di sessanta sale.