
L'imperfezione è l'unico antidoto all'epidemia di AI Quando avere difetti diventa l’unico modo per sembrare originali
Gli albori del nuovo anno appaiono plastificati. Volti troppo lucidi, capelli immobili, espressioni vuote: questo il trittico che caratterizza le immagini generate dall’Intelligenza Artificiale, così perfette da risultare tanto finte quanto lo sono effettivamente. Ma mentre la tecnologia affina la sua capacità di imitare l’umano, l’umano (con i giovani a fare da capifila) sembra fare un passo di lato, rivendicando l’errore come forma di autenticità. Ed ecco che oggi il valore di un’immagine non sta più nella sua perfezione, ma nella possibilità di dimostrare che dietro ci sia stato il pensiero e la mano umana.
Il trend delle grafiche naïf
Sul ruolo degli esseri umani nel settore del marketing dominato dall’AI, Shelly Palmer, CEO dell’azienda di consulenza tecnologica Palmer Group, si è così esposto: «The debate over AI and its role in creative industries often centers on one question: Can AI ever be as creative as humans?». Per quanto sia allettante filosofizzare, sta dicendo, alla fine si ridurrà tutto a un semplice quesito: l’utente saprà distinguere se il risultato è frutto di tecnologia o dell’operato umano? «If the audience can’t tell the difference between AI-generated and human-generated content - or if they don’t care - then, for all practical purposes, there is no difference» E cioè se non si può distinguere il virtuale dall’umano è irrilevante creare una distinzione: i due prodotti finali avranno lui stesso valore.
Se questa teoria può godere di una certa validità nel marketing, sembra in netta contrapposizione con i trend estetici emergenti. La moda, ad esempio, sembra privilegiare grafiche naïf, disegni quasi infantili: fiocchi stilizzati o abbozzati, scarabocchi simili a quelli che si disegnano quando si sta al telefono. Un intero repertorio di immagini ingenue e bambinesche che sta tornando anche nella moda: Chanel ha incorporato ricami floreali stilizzati nell’ultima collezione Métiers d’Art, e l’ultima campagna pubblicitaria di Acne Studios, creata insieme all’illustratore Michael McGregor, è un tripudio di pastelli colorati e fiocchi. Forse è nostalgica, ma questa tendenza ha una direzione precisa: ribellarsi alla perfezione innaturale.
L’imperfezione come ultimo gesto umano
@laravioletta_ —more-is—more
Girls Just Wanna Have Some - Chromatics
Ciò che permette di distinguere l’operato umano da quello virtuale è, senza ombra di dubbio, l’imperfezione. Non c’è niente di più umano in qualcosa che ci fa storcere il naso, in un dettaglio che ci fa sorridere, che ci fa sentire più vicini al suo creatore perché, in fondo, rappresenta la stessa sbavatura che chiunque potrebbe compiere. Tra le tante manifestazioni di questa dichiarata forma di ribellione c’è il beauty, settore che da sempre gravita attorno alla perfezione. «The more AI I see, the more I crave imperfection», cita il TikTok pubblicato da Lara Violetta, beauty creator celebre per i propri make-up alternativi, giusto qualche giorno fa. Un video quasi ipnotico dove tutto sembra essere al posto sbagliato. «We gotta be messier» risponde un utente, tra i commenti.
L'AI e la nostalgia del 2016
A questo punto, non è da ritenersi un caso nemmeno il ritorno dell’estetica del 2016. Dallo scoccare del nuovo anno, sembra che tutte le community online abbiano avuto un solo pensiero fisso: dieci anni fa si stava meglio di oggi. Per chi non c’era, possiamo offrire un rapido riassunto: choker, filtri sui toni del rosa, tazze di Starbucks fotografate ovunque, full-glam make up, la mannequin challenge, i parka verdi militari, il filtro con le orecchie e il muso da cane su Snapchat.
In quegli anni, il clima emotivo generale era più positivo: guerre e pandemie sembravano cose lontanissime e il futuro sembrava leggermente più roseo. L’approccio a Internet e ai social era più umano: venivano considerati come un gioco ed utilizzati senza strategie, non esistevano sponsorizzazioni o monetizzazioni. I social media erano liberi da malizie o desideri di guadagno, chiunque poteva pubblicare un selfie venuto male o vestito secondo le discutibili mode del momento senza essere additato come ridicolo.
Ai is beautiful, but the lack of imperfection is what makes it ugly. Nobody loves perfection… Shakespeare, Shelly, Austen, Salinger, Hemingway, etc. Contrast and imperfection makes humanity interesting. Go outside, scrape an elbow.
— Andrew Hoffman (@andrewhoffman) January 4, 2026
Le varie community giovanili, dai nerd agli hypebeast, e tutte erano accomunate da un forte senso di appartenenza alla propria community, manifestato liberamente attraverso trucco, abbigliamento e gusti musicali. Il 2016 è stato l’ultimo anno davvero spensierato, autentico e genuino, e guardare a quel periodo significa rintanarsi in un’idea di normalità che oggi sembra lontana. Il 2016 non ci manca per ciò che era, ma per ciò che non chiedeva: performance, perfezione, ottimizzazione.
Tra grafiche naïve che sembrano disegnate distrattamente, make-up volutamente sbavati e il ritorno di un’estetica come quella del 2016, imperfetta, giocosa, poco strategica, si delinea una stessa esigenza: riappropriarsi di un’immagine che non debba dimostrare nulla. In un presente visivo dominato da superfici lisce e risultati ottimizzati, tornare a sembrare umani significa accettare l’errore, l’eccesso, persino il cattivo gusto. Non come nostalgia fine a sé stessa, ma come risposta culturale a un’estetica artificiale che, proprio nella sua perfezione, ha smesso di essere credibile ancora prima di cominciare.














































