
La nuova generazione degli studenti IFM alla PFW I 23 studenti del Master of Arts in Fashion Design e Knitwear Design hanno dato il via alla Paris Fashion Week
È ormai un rituale ben radicato nel calendario. Il primo giorno della Fashion Week parigina, a volte già dalle prime ore del mattino, le porte della prestigiosa scuola si aprono a una folla densa di professionisti, giornalisti, buyer, ma anche curiosi - e talvolta curiosi professionali - venuti a scoprire le collezioni degli studenti del Master of Arts, Fashion Design e Knitwear Design. La formazione, nota per la sua esigenza, unisce accompagnamento accademico e immersione concreta grazie a stage presso le più grandi maison. Un piede a scuola, l’altro nell’industria. Tra artigianato aumentato, scienza tessile e narrazioni intime, gli studenti del Master of Arts esplorano le linee di frattura di un’industria in piena trasformazione.
In questo primo pomeriggio, una brezza leggera, che annuncia già la primavera, sembra circolare. Dietro le immense vetrate della cité de la mode, soffia un altro vento. Quello di una creazione densa, generosa, a volte radicale, che si esprime senza filtri.
Da Paula Lessel, la ricerca inizia da un gesto semplice. « Sono diventata ossessionata da questo processo che consiste nel piegare e stropicciare pezzi di carta », racconta. Da questa ossessione nasce un metodo. « La collezione è basata su questa tecnica che consiste nel trasformare qualcosa di abbastanza semplice, come un rettangolo, in qualcosa di complesso. » Il punto di partenza è quasi infantile; il risultato, invece, è scultoreo. Le silhouette sembrano accidentate, come prese in un movimento di compressione. « La collezione ruota attorno alla parola “crush”: può essere qualcosa di pesante, schiacciante, ma anche qualcosa di tenero, come avere una cotta, essere innamorati di qualcuno. » Prosegue: « Voglio che le persone sentano questa dualità. »
La sua ricerca non si ferma qui. Sostenuta da LVMH, fa parte dei tre studenti che hanno avuto accesso a Limn.ai, un’intelligenza artificiale pensata non per accelerare la produzione ma per stimolare la creatività. In un momento storico in cui l’IA cristallizza molte speranze e paure, il suo utilizzo nella moda è ancora molto discusso. Il dibattito, acceso, attraversa atelier e studi. Da Paula Lessel, lo strumento digitale entra in frizione con una materialità quasi domestica: riutilizza tessuti d’interni - tovaglie, trapunte, tessuti familiari - dando l’impressione di vedere oggetti della vita quotidiana spostati, reinterpretati. L’intimità rassicurante dell’interno dialoga con la dimensione vertiginosa di una tecnologia ancora poco regolamentata.
L’interno come territorio di sperimentazione si ritrova anche in Mingrui He, la cui collezione si intitola « Make Yourself at Home ». Anche qui, la casa diventa laboratorio. In un contesto in cui l’innovazione tecnologica può sembrare fredda, inumana, questi riferimenti domestici reinseriscono affetto, persino memoria.
All’altra estremità dello spettro, Patrick Garvey fa convergere moda e scienze dure. La sua collezione, « Chromatic Alchemy », rivendica subito questa ibridazione. « Ho assunto il ruolo di uno scienziato », spiega. Per questo progetto, sviluppa diverse tecniche sperimentali: « Ho messo a punto diversi procedimenti scientifici, in particolare un processo di cristallizzazione per creare ricami all’interno della maglia, così come un metodo per incapsulare liquidi nei materiali a maglia. » Conclude dicendo: « La mia collezione è ispirata alla natura e all’ibridazione. » Evocando la chimica e alcuni fenomeni organici, ricorda che la moda non prospera mai in un vuoto. Per rimanere pertinente, deve radicarsi nel proprio tempo, dialogare con altre discipline, riflettere interrogativi scientifici, ecologici e sociali.
Creare realtà parallele, ripensare narrazioni consolidate, ecco un altro filo rosso di questa promozione. Maja Lenhard, originaria della Germania meridionale, sceglie di decostruire le fiabe con « Once upon a Lie ». « Vengo dal sud della Germania, dove le fiabe occupano un posto molto importante », racconta. Ma dietro l’immaginario levigato e edulcorato, lei cerca le zone d’ombra. « La mia collezione si ispira ai retroscena di queste fiabe. In realtà sono femministe e non così conservatrici come si pensa. » Le sue silhouette si appropriano degli archetipi per torcerli: corsetti alterati, volumi che spostano le linee del corpo, ricami figurativi che evocano scene di vita più ambigue delle immagini statiche delle principesse passive. Lontano dai racconti in cui la donna aspetta di essere salvata, mette in luce figure attive, attraversate da contraddizioni, capaci di agire sul proprio destino. L’abito diventa quindi uno strumento di riscrittura.
Da Borja Fernández García, la narrazione è più introspettiva. « Tutti abbiamo queste voci interiori e queste ombre che ci fanno credere che non possiamo realizzare nulla. » Questa lotta silenziosa prende forma attraverso capi che descrive come « capi strutturati che sembrano esistere da soli ». L’abito non si limita più a vestire: « è stato concepito per dare l’impressione che fluttui attorno al corpo. » Le strutture sembrano in sospensione, staccate senza esserlo completamente, creando uno spazio tra corpo e materia. In questo interstizio si gioca l’essenziale: la possibilità di liberarsi delle proprie ombre, di trasformare il dubbio in volume, la fragilità in architettura.
Attraverso queste quattro proposte, si impone una stessa constatazione: la giovane generazione non concepisce più la moda come un semplice esercizio formale. La pensa come un campo allargato, attraversato da tecnologia, scienza, psicologia, narrazioni popolari. Tra artigianato e intelligenza artificiale, scienze e fiabe decostruite, introspezione e ibridazione, questi studenti delineano i contorni di una disciplina porosa, indisciplinata persino, che rifiuta confini troppo netti.























































