
Il radicalismo glaciale dello show FW26 di Enfants Riches Déprimés Sotto una neve artificiale, la sfilata FW26 trasforma corpi e abiti in memoria vivente
Questa stagione, Enfants Riches Déprimés, un marchio che si è definito anti, neo e post, ha regalato una delle sfilate più discusse della stagione. La controversia è stata immediata: lo stilista americano Henri Alexander Levy ha scelto il fortemente polarizzante Marilyn Manson al centro di molteplici accuse di aggressione sessuale per aprire la passerella. Queste gravi accuse non hanno impedito al marchio di conferirgli questo onore. La sua presenza si è estesa ben oltre la Paris Fashion Week e ha scatenato dibattiti che sono andati molto al di là della passerella.
La scenografia ha immerso il pubblico in un’atmosfera glaciale. In un cortile completamente ricoperto di bianco, 37 silhouette sono emerse sotto la neve artificiale. Per catturare l’atmosfera del momento, le note della sfilata del marchio hanno precisato: “Risuonano colpi di arma da fuoco. L’ordine è stato immediatamente compreso.” Questa didascalia ha fatto apparire i modelli in modo diverso: non si sono limitati a camminare, sono stati convocati, costretti in una processione ritualizzata, ogni movimento è risultato carico di significato.
Intervistato da nss magazine, il direttore artistico ha parlato di una forma di “sobrietà fredda”, ha evocato, senza imitazione, le ore più buie della storia. Completi gessati, parka, look total leather: un senso di disciplina è emanato dalla collezione Autunno-Inverno 26, come se sia provenuta da un regime totalitario in cui i capi hanno pesato sul corpo tanto quanto lo hanno protetto. Henri Alexander Levy ha riorganizzato la storia per sottolinearne la “densità fisica e la severità visiva.”
In altre parole, ha illuminato corpi segnati dal lutto e per estensione l’abbigliamento stesso ha subito lo stesso trattamento. Le cravatte hanno stretto la gola; ogni asimmetria visiva è apparsa meticolosamente calcolata. Le fodere delle maniche hanno rivelato la costruzione interna. Per trasmettere il peso storico dei capi, il marchio li ha appesi, li ha fibbiati, li ha cinghiati e li ha abbottonati con una precisione quasi clericale.
La sfilata ha messo in evidenza il corpo femminile come vettore di memoria e gravità: ogni postura e movimento ha articolato la narrazione, ha ricordato che la moda ha potuto essere più che abbigliamento, ha potuto essere uno strumento per rivivere la storia. In questo contesto, la “sobrietà fredda” citata da Levy non ha cercato di ricostruire un evento specifico, ma ha catturato l’intensità drammatica, la carica emotiva portata dalle silhouette, ha reso il corpo e la forma il vero centro di gravità dello spettacolo.
Nonostante la severità iniziale dei look, è emersa una poesia sottile ma persistente, come i fiocchi di neve che sono caduti nel cortile. La collezione si è costruita per strati, look dopo look, come una storia frammentata la cui coerenza si è rivelata solo quando è stata vista nel suo insieme. Levy ha riassunto questa logica dopo la sfilata con una frase semplice, quasi didattica: “Alla fine tutto si è ricomposto.”
Un avvertimento implicito al pubblico: per comprendere l’intenzione, è stato necessario andare oltre lo shock della provocazione iniziale e abbracciare l’intera opera. Eppure per molti l’attenzione si è fermata allo scandalo dell’apertura, ha trascurato la sottigliezza e la profondità di una collezione la cui radicalità è andata oltre la controversia, si è dispiegata attraverso la potenza narrativa e scultorea dell’abbigliamento.


















































































