Tutte le volte che i brand hanno cancellato le sfilate Dal recente caso di Giambattista Valli fino alle storiche cancellazioni di Victoria’s Secret

In un post pubblicato a metà febbraio su Instagram, i designer dietro Ester Manas hanno parlato di tutte le difficoltà e i costi legati alla produzione di una sfilata. I due hanno definito la realizzazione di uno show come qualcosa di «più vicino a un miracolo che alla semplice esecuzione di un evento stagionale ben oliato». I motivi risalgono tutti a quanto sforzo serve per creare un evento la cui funzione è meramente simbolica. Pensieri che tornano in mente quando si legge la notizia che Giambattista Valli ha cancellato il suo show ready-to-wear che avrebbe dovuto svolgersi in settimana, dopo la cancellazione del suo show di Haute Couture l’ultima stagione.

I motivi dietro questa cancellazione sono insieme misteriosi e abbastanza chiari. Misteriosi perché l’azienda ha fornito solo vaghe spiegazioni su una revisione delle spese e dell’operatività del brand per giustificare la cancellazione. Chiari perché è ovvio che in un momento di crisi simile le motivazioni dietro una cancellazione di questo tipo sono quasi certamente legate a questioni finanziarie. Anche se il brand è tecnicamente in mano alla famiglia Pinault tramite Artemis (non fa però parte di Kering) che teoricamente dovrebbe avere del budget per uno show anche piccolo ma probabilmente ha chiuso i rubinetti in un più ampio panorama di tagli ai costi dovuto alla crisi di Gucci.

Ma quali sono stati gli altri casi di show cancellati all’ultimo? Più che elencare i singoli casi in una linea puramente cronologica, sarà più utile organizzare le varie occasioni in gruppi tematici che possano complessivamente dare un quadro delle motivazioni dietro gli show cancellati. Per motivi di attinenza ai casi che vogliamo esaminare, non considereremo gli show cancellati nel periodo della pandemia dato che le motivazioni dietro quelle disdette sono abbastanza ovvie mentre parleremo degli show saltati o dei cambi di programma dovuti a situazioni più vaste.

Il campione delle cancellazioni: Victoria’s Secret

@onecool_momma

WHICH IS IT!!! Put some respect on all my OG angels that walked yesterday! Half of yall were in diapers peak fashion show! KATE MOSS!? Tryra closing the show?Candace, my queen Adriana, allesandra, DOUTZEN KROES?! Where was the budget?? RIGHT THERE smh

sonido original - ᴄαмιℓα

Ci sarebbero forse libri da scrivere sulla natura essenzialmente malvagia di Victoria’s Secret e del suo storico CEO, Les Wexner, che era uno dei principali finanziatori di Jeffrey Epstein e che aveva trasformato un brand venerato dalla cultura pop nell’equivalente modaiolo di una scena del crimine. Ed è per questo che le due cancellazioni di cui parliamo sono notevoli, essendo legate a cause di natura più morale che strettamente economica.

La prima fu addirittura nel distante 2004. Secondo alcuni fu un declino negli ascolti TV, secondo molti altri il motivo fu l’incidente che vide il costume di Janet Jackson strapparsi al Super Bowl del 2004 che fece impazzire i media americani sul tema dell’indecenza e del nudo in pubblico. Quella volta il brand trasformò lo show (che aveva perso circa 3 milioni di spettatori dal 2001) in una specie di tour promozionale nelle principali città americane.

Dopo anni di continuo declino, con soli 3,2 milioni di spettatori rimasti a guardare lo show nel 2018. C’è da dire che la buona fede del brand era ampiamente andata gambe all’aria: le cause legali e le accuse da parte di modelle e impiegati si accumulavano e sarebbero diventate pubbliche nel 2020, l’arresto di Epstein nel 2019 portò Wexner a distanziarsi da quell’immagine (sarebbe poi uscito dal brand del tutto) e in generale la crisi del brand era dovuta anche a un marketing antiquato che il pubblico femminile aveva giustamente iniziato ad additare come misogino. Dal 2024 si provò a far tornare lo show ma con esiti abbastanza deludenti.

I problemi della scena inglese

Nel 2023 fu la tanto problematica quanto talentuosa Dilara Findikoglu ad aprire il discorso sull’insostenibilità degli show indipendenti quando cancellò il suo show SS24 a Londra dicendo sostanzialmente di stare ancora pagando i debiti dello show precedente e di non avere i fondi per organizzarne un altro. 

Ai tempi quel discorso trovò risonanza nella scena dei designer indipendenti (e persino sul NY Times) che si trovavano in simili difficoltà anche se la denuncia di un sistema squilibrato venne cancellata dalle controversie sulla designer che tra simpatie politiche altamente discutibili e una serie di storie horror che riguardavano i suoi uffici ha visto la sua reputazione decadere alquanto. All’ultima London Fashion Week di febbraio del suo show non c’era semplicemente menzione e nessuno ha detto se e quando tornerà.

Lo stesso si potrebbe dire di S.S. Daley, che ha addirittura smesso di postare su Instagram dallo scorso ottobre. Ma i problemi di Londra erano emersi già un anno fa circa, prima della cancellazione dell’edizione maschile, quando Hero Magazine scriveva: «È stato sorprendente vedere quanti marchi importanti non hanno sfilato in questa stagione. J.W. Anderson, Molly Goddard, Supriya Lele, Nensi Dojaka, Standing Ground e KNWLS hanno completamente saltato questa stagione, mentre 16Arlington, Aaron Esh, Chopova Lowena, Stefan Cooke e Ahluwalia hanno tutti optato per il lookbook».

Forza Maggiore: Celine, Tom Ford, Burberry e Raf Simons

@tatianabellator Her makesty deserves that we take things slow to pay tribute to her life of service ! There will be many fashion weeks, but only 1 #QueenElizabethII original sound - Tatiana Bellator

Il biennio 2022-2023 fu abbastanza disastroso. Appena usciti dalla crisi del Covid-19 molti brand dovettero affrontare cancellazioni di show spesso per cause di forza maggiore. Fu il caso di Burberry e Raf Simons che, per rispettare il lutto nazionale dopo la morte della regina Elisabetta II, cancellarono le proprie sfilate di Londra. 

Ma fu anche il caso di Tom Ford che nel gennaio 2022  a causa di una serie di ritardi produttivi nelle fabbriche italiane che producevano il suo brand dovette disdire lo show di New York all’ultimo secondo dichiarandosi profondamente deluso. Nel 2023 invece, mentre Parigi era nel mezzo di una serie di rivolte e proteste alquanto violente, fu Hedi Slimane che cancellò lo show fuori calendario di Celine con grande dispiacere dei fan, dato che sotto Slimane gli show fisici del brand praticamente non esistevano nemmeno.

Cancellazioni post-scandalo: i casi di Dolce&Gabbana e Alexander Wang

@louis_pisano

the culture-washing of Alexander Wang

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Il 2018 fu un anno molto segnante nella storia degli show cancellati. Il caso che ha fatto storia fu quello di Dolce&Gabbana che dovettero cancellare il “The Great Show” programmato in Cina dopo l’esplosione rovinosa della loro strategia promozionale nel paese che fece infuriare praticamente l’intera nazione e inflisse una profonda ferita al brand da cui si riprese solo nel post-pandemia.

Assai più grave fu il caso di Alexander Wang i cui show a New York erano leggendari ma che già nel 2018 decise di sfilare fuori calendario. In quell’anno di sfilate ce ne furono solo due, una dentro e una fuori il calendario. Dal 31 maggio 2019 al 2021 non ci fu praticamente alcuna vera sfilata anche a causa delle pesanti accuse di molestie sessuali che colpirono il designer che tornò a sfilare solo nel 2022 con un singolo show a Los Angeles a cui seguì poi uno show all’anno fino al 2025, quando il designer tornò per il proprio anniversario nel calendario di New York dopo sette anni e mezzo.

Conti in rosso e altri disastri

Oltre a tutti questi casi, uno show cancellato è spesso indice di una forte crisi economica. Fu questo il caso di Shayne Oliver che cancellò lo show FW17 di Hood by Air in febbraio poco prima di mettere in pausa il proprio brand ad aprile. Teoricamente era tutto dovuto al fatto che Oliver avrebbe disegnato per Helmut Lang da quell’anno, ma quella collaborazione ebbe vita breve. Le ragioni della crisi vennero più o meno dettagliate da BoF in un’intervista del 2020, ma il problema fu che dopo l’iniziale trazione il brand ebbe difficoltà a mantenere il proprio status e si dissolse

Un altro caso più ambiguo fu lo show cancellato di Ludovic de Saint Sernin per la stagione SS25: teoricamente il designer scelse di concentrarsi sulla sua collezione Haute Couture per Jean-Paul Gaultier e scelse di non sfilare per concentrare meglio le proprie risorse personali ed economiche. L’unico altro show del brand avvenne lo scorso marzo, poi più nulla oltre al lookbook. Più esplicito fu quello di Y/Project che, poco prima dell’addio di Glenn Martens, e sempre nella stagione SS25, cancellò del tutto lo show per una questione di costi e sostenibilità economica che poi portò alla fine del brand.

La vera falcidia è arrivata però solo quest’anno: oltre al caso di Gianbattista Valli, infatti, ci sono stati anche quelli di Coperni oltre agli show né annullati né annunciati di Casablanca, Vetements, Christopher Esber e Sunnei i cui founder sono andati via lo scorso settembre e il cui futuro non è ancora chiaro. Sicuramente nessuno di questi brand stava macinando i milioni, anche se non conosciamo dettagli precisi sulla loro performance economica. 

Altri due brand americani quest’anno hanno invece annullato o semplicemente non organizzato gli show abituali. Uno è Rachel Comey che ha saltato del tutto questa stagione citando tempistiche non allineate, che può voler dire che il suo modello di produzione e vendita non ha più bisogno di una sfilata perché si concentra su pezzi versatili e sostenibili, vendite direct-to-consumer e wholesale limitato. Un altro è Brandon Maxwell che invece ha preferito investire in merchandising, e-commerce o eventi mirati per concentrarsi senza pressioni sullo sviluppo di prodotti più vendibili, pur non ritirandosi apertamente dalle sfilate in quanto tali.