Siamo entrati nell'era del designer-talent Quando la moda diventa intrattenimento

«Devi fare sei progetti per volta», predicava Virgil Abloh a chiunque gli chiedesse un parere. La diversificazione, per il fondatore di Off-White™, era il trucco più efficace per garantire che il flusso creativo sia ininterrotto, continuo. Suggerendo inoltre che la cosa migliore per un designer sia allenarsi con discipline diverse, e quindi passare dal film alla moda, dall'interior alla pittura, Abloh ha sempre rimarcato che produttività e artisticità devono lavorare insieme, poiché una nutre l'altra. Nel 2026, i designer sembrano proprio averlo preso alla lettera iniziando carriere parallele come talent.

Sandy Liang

Pochi giorni fa, la designer newyorchese appassionata di fiocchetti e gonne rosa Sandy Liang ha annunciato il proprio ingresso come talent nell'agenzia Lighthouse Management & Media. Anche il suo stesso brand si unisce alla partnership, affidando la gestione di tutte le sue future collaborazioni alla talent agency. Questa scelta strategica rappresenta un cambiamento radicale per l'azienda e la sua fondatrice, che dal 2014 è riuscita a mantenere l'indipendenza anche in periodi di profonda crisi per l'intero settore

Per l'agenzia Lighthouse Management & Media - basata a Los Angeles, California, e dedicata principalmente al mondo del cinema e della musica con talent che spaziano da Jennifer Aniston a Petra Collins, da Olivia Rodrigo a Mark Ruffalo - Sandy Liang rappresenta una miniera d'oro. In poco più di dieci anni, il brand ha attirato una nicchia coesa di appassionati, tanto che qualsiasi collaborazione di Sandy Liang con altre firme (come Vans, Gap o Beats) diventa virale sui social media e sold out in breve tempo. Oltre ad avere da anni un forte appeal sulle generazioni più giovani della moda, il brand piace anche ai media, essendo apparso, di stagione in stagione, su tutte le riviste più importanti del settore. 

Ma la storia di Sandy Liang, sebbene unica nel suo genere tra riaffermazione femminile e community, non è per niente isolata. 

E altri designer che hanno un contratto da talent   

Negli ultimi tre anni, sempre più agenzie di talent si sono interessate al mondo della moda. All'inizio, non era del tutto chiaro come avrebbero sviluppato le attività dei designer sotto contratto, considerato che sono a loro volta legati al brand per cui gestiscono la direzione creativa. Ma gli ultimi impegni dei designer più popolari del momento - vedi Jonathan Anderson, che oltre a collaborare da anni con Uniqlo ha firmato anche i costumi di diverse regie di Luca Guadagnino - fanno comprendere che ormai, il lavoro del designer, è un affare che va ben oltre la passerella. 

A dicembre 2024, Anderson ha firmato un contratto con UTA, United Talent Agency, una delle più prestigiose agenzie di Beverly Hills che rappresenta, tra gli altri, figure come Timothée Chalamet, Emma Chamberlain e Sombr. Solo l'anno prima, UTA aveva aperto una divisione dedicata alla moda di cui fa parte anche Riccardo Tisci, il designer italiano conosciuto per aver firmato la direzione creativa di Givenchy e Burberry, oltre ad aver curato l'immagine di Lady Gaga e Madonna.  

Nel frattempo la CAA, Creative Artists Agency, a Los Angeles e dedicata principalmente all'intrattenimento, allo sport, ai digital media e alle arti (rappresenta Zendaya, per fare un esempio) si occupa del management di creativi del calibro di Tom Ford, che ha abbandonato la moda per occuparsi di cinema, ma anche Tommy Hilfiger e Daniel Roseberry, designer americano direttore creativo di Schiaparelli dal 2019.

Lo star system dei direttori creativi esiste ancora 

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L'interesse sempre più crescente da parte delle talent agency nei designer e creativi della moda dimostra quanto il settore sia ormai diventato parte integrante e nutriente dell'industria dell'intrattenimento. Insieme alla musica e al cinema, la moda è diventata un'esperienza mediatica che risponde a tutte le regole dello show business, dall'ascesa delle nuove star alla competitività resa spettacolo.     

Allo stesso tempo, la rilevanza di direttori creativi e designer trascende il loro lavoro. La loro iconicità, nel caso di Sandy Liang e Jonathan Anderson in particolare, non si limita alla passerella e agli occhi dei fashion insider, ma sconfina nello star system. Certo, in passato l'industria della moda funzionava proprio in base alla celebrità dei designer, come Gianni Versace e John Galliano, ma senza social media né una narrazione mediatica costante incentrata sulle loro vite, il pubblico non poteva ossessionarsi come adesso alla loro figura creativa. È successo dopo, con i documentari e le pagine di archivio. 

Mentre per le agenzie lavorare insieme a designer dal potere mediatico virale come Sandy Liang rappresenta una fortuna, la scelta dei designer di trasformarsi in veri e propri talent potrebbe derivare da un cambiamento chiave ai vertici della moda. In un momento in cui sia il lusso che i marchi indipendenti affrontano una crisi destinata a ridefinire il modo in cui il settore ha operato finora, a causa delle guerre in paesi strategici e del restringimento della domanda da parte dei consumatori, l’attenzione all’interno delle aziende si sta spostando dalla centralità del designer verso l’efficienza, l’attenzione al consumatore e l’ottimizzazione dei processi.

In questo contesto, la figura del designer, fondatore e direttore creativo, passa in secondo piano. Per mantenere la propria rilevanza in un’industria che non aspetta nessuno, i designer oggi tendono quindi a diventare talent. In questo modo possono dedicarsi ai tanto citati «sei progetti» teorizzati da Virgil Abloh, contando sul supporto di agenzie che, abituate a gestire attori e musicisti, sanno già come muoversi.