Vedi tutti

L’ascesa al potere di Virgil Abloh insegna chi è un creativo contemporaneo

“Relevancy is my metric”

L’ascesa al potere di Virgil Abloh insegna chi è un creativo contemporaneo “Relevancy is my metric”

Nel giorno in cui il tuo brand viene acquisito dal più importante conglomerato del lusso scegli con attenzione cosa postare su Instagram. Virgil Abloh - d’altronde - ha sempre scelto con cura i suoi post Instagram e non è un caso che per questo annuncio abbia screenshottato l’articolo di Vanessa Friedman sul The New York Times il cui titolo non menziona neanche Off-White ma invece recita: Virgil Abloh Gets a Seat at LVMH Power Table. L’apertura dell’articolo di Friedman sottolinea la questione più interessante dell’acquisizione di LVMH, cioè che Abloh avrà un ruolo di strategia all’interno del conglomerato diventando “il più potente dirigente nero nel più potente gruppo di beni di lusso del mondo". Con questo post Abloh rivela una cosa di cui non ha mai fatto mistero in tutte le interviste e che trapela dai suoi lavori: per quanto un creativo può essere artisticamente geniale, ricco o di successo, l’unica metrica che conta è la rilevanza reale che ha nel mondo. Per questo non basta avere una visione artistica rivoluzionaria, bisogna avere a che fare con il Potere, saperlo gestire, flirtare con esso e approfittarne quando è il momento.

In poco più di dieci anni, Abloh è passato da essere lo spin-doctor di Kanye West con una laurea in architettura ad essere direttore creativo di Louis Vuitton (passando per mille altri progetti e risultati, su cui per brevità non posso dilungarmi), imponendosi di fatto come il creativo più influente del settore della moda - tratto facilmente allargabile al settore creativo tout-court.
La visione e la storia di Abloh rivoluziona il significato del ruolo del creativo sia per la visione artistica che propone ma soprattutto per la comprensione della realtà ovvero del potere nella società contemporanea. Da un lato Virgil non ha mai fatto mistero che la sua arte è dichiaratamente ispirata al movimento situazionista e al ready-made: in The Ten, la linea che ha fatto esplodere nel mainstream Off-White, Virgil ricontestualizza silhouette iconiche di Nike con grafiche ed elementi che rompono l’illusione scenica della classica sneaker. Ad esso aggiunge l’elemento collaborativo: i media, il resell - ovvero i consumatori e i fan - diventano parte attiva del processo artistico aggiungendo e spesso di fatto creando il valore del singolo prodotto. Come Jeff Koons, Abloh non è un'artista che crea materialmente le sue opere, piuttosto ha l'ambizione di raccontare la realtà: "I'm trying to record our "now". Make a contemporary recording of what is happening in the outside world". Per quanto possa sembrare una missione semplice, Abloh è cosciente di quanto il concetto stesso di realtà oggi sia complesso, che il compito dell'artista non è quello di guardare dall'alto e giudicare, quanto piuttosto di interagire con la realtà connettendo punti apparentemente lontani.

Esattamente questo è quello che LVMH spera che succeda inserendo l’uomo che ha re-inventato la cross-settorialità e l'arte della collaborazione nel conglomerato del lusso più diversificato e ricco del settore, tanto che giustamente Friedman nell’articolo sul NYT pone la lecita domande di che cosa sarà LVMH in futuro (Un impero? Uno stato? Un’istituzione?). Nel comunicato stampa diffuso, LVMH fa diretto riferimento all'obiettivo primario del gruppo "working together with Virgil to bring his unique sensibility to a broader range of luxury categories". Il riferimento non troppo velato è alle categorie del gruppo come i superalcolici che sono per adesso rimaste ai margini delle varie collaborazioni e mercato dell'hype.

Tornando a Virgil, invece, l’altro aspetto che colpisce della sua incredibile ascesa è la sua gestione politica del potere. Sarebbe fuorviante dire che Abloh è arrivato nel board più importante del mondo del lusso solo grazie alla sua visione artistica. Virgil è un creativo che ha capito quando l’aspetto manageriale del proprio lavoro sia, oggi, direttamente proporzionale al suo impatto reale sul mondo. Per questo motivo Abloh non si è pianto addosso quanto ha perso il suo primo brand Pyrex, ha saputo gestire magistralmente il post-Kanye West (quando ha preso il posto che il suo amico sognava da una vita), e ha innovato i suoi prodotti non innamorandosi eccessivamente di prodotti e progetti. In questo senso, Abloh ha rinnovato il significato della parola “creativo”, storicamente ancorata alla fantasia, al genio che non si abbassa alla realtà del mondo. Nella cultura post-capitalista del mondo occidentale il creativo non può prescindere dall’elemento politico, dal calarsi all’interno del mercato e cercare di giocare - e a volte piegare le sue leggi - rendendo esso stesso un “gesto artistico”.

A rileggerlo sembra un concetto molto astratto ma che tuttavia si ritrova spesso nella vita quotidiana: i ragazzini che resellano le sneaker o capi di streetwear bilanciano in maniera simile ad Abloh le conoscenze “artistiche” sui trend e quelle invece pratico-manageriali nella gestione di una vendita o di un bilancio. Questa è la vera rivoluzione di Abloh: aver svincolato la vena artistica dal conflitto con il mercato, averle sintetizzate, per quanto questa cosa possa non piacere.

Virgil Abloh sembra avere una visione molto chiara della sua carriera e sa che poco gli è accaduto per caso, capace di manifestare un giusto orgoglio per i suoi successo ma che è anche sempre alla ricerca di andare oltre, del prossimo progetto, della prossima chimera. Oggi Abloh è una figura ancora scarsamente celebrata per l’impatto che ha avuto sul mondo in quanto creativo nero nell’industria più bianca e meno inclusiva al mondo. Il suo arrivo a 40 anni su una poltrona creata appositamente per lui non sarà certamente un punto d’arrivo, anzi per continuare ad essere rilevante, probabilmente sarà il punto d’inizio come la quote scelta nel comunicato stampa: “This is an incredible new platform to take the disruption we’ve achieved together to a whole new level.”