
Che fine ha fatto Coperni? Il brand non sfilerà alla Paris Fashion Week
Se l’anno passato la notizia che era più tipico sentire era l’annuncio di un nuovo direttore creativo, nel 2026 si moltiplicano le notizie di brand che, per problemi interni, rinunciano alle sfilate in fashion week. Il trend in realtà sembra essere iniziato già negli ultimi mesi dell’anno passato, quando l’annuncio che McQueen avrebbe rinunciato a presentare il menswear in passerella, ma nelle ultime settimane i casi di show cancellati in modo più o meno eclatante sono stati due: il primo ha riguardato Giambattista Valli alla Couture Week e il secondo Coperni.
Per il caso di Giambattista Valli, abbiamo qualche notizia su cosa stia succedendo. Valli ha dichiarato di aver rinunciato allo show per una «una revisione approfondita» delle attività del brand che, ricordiamolo, è di proprietà del Gruppo Artemis ovvero della famiglia Pinault. Secondo WWD, i proprietari starebbero valutando la vendita del brand mentre, secondo un approfondimento de Il Foglio, il brand sarebbe proprio a rischio chiusura, nel più generale contesto di revisione dei conti che i Pinault stanno facendo del proprio patrimonio di brand con l’arrivo di Luca De Meo.
È dunque il caso di domandarsi: questi brand sono le prime vittime della crisi?
Problemi in casa per Coperni?
Più complicato è il caso di Coperni, la cui rinuncia allo show parigino è stata dovuta a una qualche disputa con il suo distributore e azionista Tomorrow London che ha portato il brand a non avere più «i mezzi per sostenere il proprio sviluppo», hanno detto i founder Sébastien Meyer e Arnaud Vaillant a BoF. I due hanno anche parlato di voler riacquisire il controllo del brand, forse suggerendo che Tomorrow abbia influenzato decisioni creative o operative in modo eccessivo.
Dato che i due hanno discusso di mezzi per lo sviluppo del brand, sembra plausibile che la disputa sia nata da una riduzione dei finanziamenti che Tomorrow avrebbe erogato al brand. Altre possibilità (che non escludono la prima ipotesi) potrebbero anche riguardare controversie sul budget per le produzioni delle sfilate. Ora, se un investitore smette di investire come in passato, il problema è molto probabilmente di vendite e redditività.
Remember when a Coperni employee bought this tshirt from Vinted 3 weeks prior to the show and they even lowballed him pic.twitter.com/29VOxCDzUx
— beyza misses chandler (@beyzanurapaydin) February 7, 2026
Quindi potremmo ipotizzare che il problema del brand sia stato quello che già diverse voci della stampa, tra cui anche Jing Daily, avevano prefigurato, ovvero una mancata conversione della viralità del brand sui social sul piano delle vendite fisiche. Sicuramente una campanella d’allarme sul tema del budget era già suonata l’anno passato quando era emerso che, per lo show a Disneyland, una t-shirt apparsa in passerella era in realtà stata comprata a pochi euro su Vinted. Cosa decisamente insolita.
L’ipotesi che i problemi tra Coperni e il suo azionista siano legati alla performance commerciale del brand viene forse rafforzata se si guarda agli altri due brand di cui l’incubatore londinese è azionista: Charles Jeffrey LOVERBOY e Martine Rose, entrambi acquisiti nel 2021. Per entrambi non abbiamo dati economici alla mano, ma a giudicare dalle espansioni retail di entrambi i brand, dall’aumento delle loro collaborazioni e dalla ricezione entusiastica delle loro collezioni da parte della critica, possiamo supporre che entrambi stiano performando abbastanza bene.
Canarini nella miniera?
Le questioni riguardanti Coperni prima, Giambattista Valli poi, sono diverse tra loro e specifiche a ciascun brand. Ma forse proprio i loro casi sono i primi sintomi di un problema che si va aggravando anche se ancora invisibile. Come anticipavamo in apertura, anche McQueen ha indirettamente annunciato negli scorsi mesi che alleggerirà il proprio programma di sfilate facendo sfilare solo la donna. Non è l’unico che ha rivisto il numero di uscite in passerella.
A Milano, Emporio Armani ha annunciato che a partire dalla presente stagione unirà le sfilate maschili e femminili in una singola sfilata co-ed. A Parigi, Celine ha presentato la collezione maschile in uno showroom, per poi sfilare con quella femminile durante la fashion week che si aprirà nei primi di marzo. Ma quest’anno dal calendario di Parigi mancano anche il ready-to-wear di Maison Margiela (assente anche dal calendario Haute Couture) insieme a Casablanca, Vetements e Christopher Esber. A Milano, Sunnei risulta sparito dal calendario dopo l’addio dei fondatori.
@coperni Introducing the Frozen ice Swipe Bag sculpture #COPERNI SS25 Show at @Disneyland Paris original sound - devuelvo follow<3
In realtà, in base a documenti presentati lo scorso 3 febbraio alla camera di commercio inglese e riportati da WWD, risulta che anche JW Anderson non se la stia passando benissimo. Il brand è tecnicamente tornato a registrare profitti per la prima volta in dieci anni di perdite continue grazie alla ristrutturazione di un prestito interno al gruppo LVMH, il cui debito è probabilmente stato modificato, cancellato o convertito, portando a un guadagno contabile. Senza quella ristrutturazione, il brand avrebbe avuto una perdita operativa di 5,5 milioni di sterline nell’ultimo anno di cui abbiamo notizia, ovvero il 2024.
Anche Roberto Cavalli si trova in una situazione simile: per mesi si sono inseguiti gossip su una possibile vendita del brand, poi smentiti dal gruppo Damac, controllato dal miliardario emiratino Hussain Sajwani che non solo ha pagato di tasca propria per coprire le perdite di 23,3 milioni di euro registrate nel 2024 (mancano ancora i dati del 2025) ma che ha aggiunto, tramite i portavoce del gruppo, di essere interessato all’intervento di partner esterni. Anche se le vendite del gruppo sono tecnicamente salite e c'è un nuovo accordo di distribuzione siglato con Tomorrow, il problema rimangono probabilmente i costi fissi di produzione, marketing, personale, sfilate e affitti dei negozi, ma il brand dipende comunque da iniezioni esterne e non genera profitti da solo.
E allora?
Luxury brands are facing a downturn as consumers question the value of high prices, especially after aggressive post-pandemic price hikes.
— DeJesus (@DeJesusMorrobel) January 28, 2026
Le avvisaglie di difficoltà economiche per il sistema moda sembrano pronte a concretizzarsi. Per molto tempo la crisi si è manifestata sotto forma di percentuali negative nelle dichiarazioni finanziarie dei brand, in chiusure di punti vendita e annullamento di ordini. È stata in breve relegata ai dietro-le-quinte della moda, con campanelli d’allarme fatti squillare solo dalle associazioni della filiera manifatturiera italiana che, in effetti, negli scorsi anni è entrata in seria crisi. La sua forma più eclatante è stata finora il collasso progressivo di grossi e-commerce come SSENSE o Farfetch.
E come si può vedere dagli esempi che abbiamo presentato, ci sono anche tanti brand che risultano ancora in attività ma che in realtà vivono al di sopra dei propri mezzi, operando in costante stato di perdita e galleggiando solo grazie ai salvagenti finanziari lanciati da questo o quell’investitore. Tutto nel dietro-le-quinte, come si diceva. Quando la crisi arriva ai calendari delle fashion week, però, è il segno che certe fragilità hanno cominciato a sfuggire di mano. Viene solo da domandarsi se il 2026 appena iniziato sarà o meno l’anno della verità per il sistema della moda.













































