«Napule nun’ adda cagna’!», «Napoli non deve cambiare!».

Era con questo slogan che Funiculì Funiculà - l’antagonista di un giovane e impaurito giornalista del Mattino, interpretato da Lello Arena - in “No grazie, il caffè mi rende nervoso” cercava di sabotare la prima edizione di un nuovo festival, Nuova Napoli, che avrebbe visto coinvolti, tra gli altri, James Senese e Massimo Troisi, due dei volti della Napoli che effettuava la sua transizione culturale verso il futuro.

Come Napoli sta provando a ridefinire la sua estetica Un rilancio che passa da Off-White, Palace, Gomorra e LIBERATO | Image 4

Il film, diretto da Lodovico Gasparini, interpretava in maniera semplice ed esemplare il dualismo di una città da sempre sospesa tra modernità creativa e tradizione, ancorata ad una tradizione a volte addirittura troppo ingombrante. Per anni l’immagine di Napoli è stata legata alla sua versione da cartolina, che ha certo contribuito a renderla celebre nel mondo, ma che altrettanto probabilmente ha rischiato di frenarne crescita e sviluppo, economico ma soprattutto artistico e culturale. L’idea di evoluzione e di contaminazione è propria anche dell’ultima rivoluzione partenopea, che fece del suo porto la via d’accesso ai soldati americani, che si fecero ponte ideale per l’ingresso in Italia della black music. Una musica che prese i connotati di Mario Musella, James Senese, Pino Daniele e dei Napoli Centrale. Lo chiamavano Neapolitan Power, un inno all’innovazione musicale che si mescolava alla tradizione dialettale locale.

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Non è un caso se dunque la Nuova Napoli 2.0 parta proprio dalla musica, e dalla sua rielaborazione in una chiave che si potrebbe arrivare a definire post-napoletana. “Nuova Napoli” è anche il titolo dell’ultimo album dei Nu Guinea, uscito nel 2018 che ha contribuito all’emersione più che alla creazione di un “genere”, che più che all’interno di una catalogazione musicale merita di essere considerato come movimento. Jack Needham su Bandcamp Daily lo ha definito “neapolitan funk”, facendo riferimento alla matrice funk di provenienza di tanti dei protagonisti di quel movimento: Mystic Jungle, Whoodamanny, Milord, Modulo, SuperMegaFunkiMachine, «la nostra musica arriva da un mix di culture che hanno attraversato la nostra terra: puoi riconoscere le scale arabe, influenze afro e un riff di chitarra spagnolo nella nostra musica», ha detto Pellegrino Snichellotto, fondatore della Early Sound Record e parte integrante di quel movimento. Della stessa voglia di riscoperta nasce Napoli Segreta, il progetto di raccolta musicale di Nu Guinea, Famiglia Discocristiana e DNApoli che hanno riscoperto gemme perdute della tradizione musicale funk e melodica napoletana per riorganizzarle in una release finita sold-out in pochi giorni all’uscita, di cui facevano parte perle come “Napule canta e more” o “I’ve got the music of your love”.

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Merito anche dell’immaginario grafico creato da Dopolavoro, lo studio di comunicazione con sede proprio a Napoli che ha realizzato cover e immagini per Napoli Segreta, proponendo una veste grafica che concialiasse in chiave moderna l’immaginario meno popolare e più comune di Napoli. Stesse premesse da cui è partito pure il progetto fotografico We Belong To Naples, lanciato su Instagram da Dastpic, fotografo - tra gli altri - anche del rapper Luche. Quello di WBTN è un progetto che punta alla rivalutazione delle immagini quotidiane, quelle meno turistiche o da cartolina, di Napoli, esasperandone la bellezza normale, non canonica.

Una bellezza che richiama dei canoni estetici molto street, per composizione urbanistica della città, e che oggi, nell’era dello streetwear che ha conquistato la moda comincia a diventare rilevante. Palace - per la realizzazione del lookbook 2019 scattato da Juergen Teller - ha scelto diverse location di Napoli, dagli interni delle Vele a Villa Pignatelli fino al Centro Direzionale, mescolando alto e basso, arte e strada. Gli ha fatto eco solo poche settimane dopo Off-White, che di Napoli ha invece utilizzato le ambientazioni più urbane per gli scatti di promozione della nuova borsa Jitney. Tutti elementi che vanno a sostituire un’idea di Napoli molto legata alla tradizionalità popolare della sua terra, un “marchio” sfruttato da brand come Dolce & Gabbana che non potrebbero essere più diversi da quelli sopracitati. Anche in questo piccolo spaccato sta la Nuova Napoli della post-napoletanità.

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L’esplosione turistica della città - a cui ha attivamente contribuito il potenziamento dell’Aeroporto di Capodichino - è stata accompagnata dall’aumento dell’offerta culturale locale. Il Museo Madre è un ottimo esempio di Nuova Napoletanità nell’arte. Posizionato a due passi da uno dei luoghi più sacri della città - quel Duomo di San Gennaro dove ogni anno si ripete il miracolo - in Palazzo Donnaregina, il museo di arte contemporanea ha, dopo qualche reticenza iniziale, conquistato cuore e attenzione della città. A sublimare il momento decisamente positivo della città, la vittoria delle Universiadi 2019, che Napoli ospiterà proprio questa estate e che hanno contribuito, ad esempio, alla ristrutturazione di un’altra delle icone cittadine, lo Stadio San Paolo.

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E’ forse superfluo ricordare come anche il cinema e la serialità televisive siano state al centro di questa rinascita. Gomorra ha rappresentato l’esempio della compiutezza della serialità televisiva italiana, riuscendo a intercettare anche trend estetici e musicali della Nuova Napoli, che non è necessariamente solo quella del centro città.  I costumi di Gomorra, in tutte le stagioni, hanno mostrato l’evoluzione della moda delle periferie e dei centri urbani napoletani, continuando a esaltare i tratti caratteristici della popolazione. In una intervista a Rivista Studio, Veronica Fragola, costumista della serie, parlando delle donne di Gomorra ha detto: «Le donne napoletane hanno un modo di esibire il proprio corpo unico nel suo genere: una donna di cinquanta chili e una di cento si vestono allo stesso modo e, alla fine, quella sicurezza di sé, quella sfrontatezza, regalano una certa forma di bellezza che alla maggior parte delle persone manca». E poi il famoso Gomorra Sound, che ha trovato nel rap e nella trap la nuova corrente evolutiva dello stile musicale della Nuova Napoli, o Nuova Secondigliano, dipenda da dove la si guarda. Lucariello e i Co’Sang prima, Enzo Dong poi, fino ad arrivare agli ultimi Geolier, Vale Lambo e Lele Blade, MV Killa, Samurai Jay, e tutti gli artisti che gravitano attorno all’Ex Voto Studios, tra cui i producer Dat Boi Dee e Yung Snap. Tutti giovani artisti che hanno saputo inglobare gli elementi più moderni nella loro musica, a partire dall’enorme influenza latin-pop che affonda le sue radici nello spagnoletano. Fino ad arrivare a una versione più internazionale del rap melodico napoletano, che vede in CoCo forse la sua espressione massima.

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L’internazionalità del progetto è anche prerogativa di uno degli artisti che più ha saputo incarnare questo ideale di Nuova Napoli: LIBERATO. Allontanandosi - se non per qualche fugace campionamento - dalla tradizione musicale napoletana LIBERATO ha saputo invece richiamarla attraverso non solo i testi ma le immagini che di Napoli ha saputo proporre. Aiutato in questo da Francesco Lettieri e dalla voglia di mostrare una Napoli che c’era sempre stata e che nessuno aveva mai saputo guardare. Se l’idea di Nuova Napoli potesse essere ricondotta a un solo, semplice concetto sarebbe questo: la volontà di riscoprire e rendere attraente - in maniera naturale - dei tratti che sono propri della città e del suo modo di intendere l’arte in generale. Il dizionario Garzanti definisce l’evoluzione come: «sviluppo lento e graduale; cambiamento da una forma a un’altra, generalmente più completa e perfetta». In questo senso quella della Nuova Napoli è una evoluzione, dall’immagine di una città che al suo passato si ancorava a una che ha imparato ad usarlo per mostrare al mondo una versione “più completa e perfetta” di sé stessa.