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A Netflix interessa ancora della qualità dei suoi show?

Il gigante streaming ha registrato la sua prima crisi in dieci anni

A Netflix interessa ancora della qualità dei suoi show? Il gigante streaming ha registrato la sua prima crisi in dieci anni
Stranger Things
Emily in Paris
Inventing Anna
Elite
Bridgerton
The Witcher

Ieri Netflix ha annunciato di avere iniziato a perdere abbonati per la prima volta in dieci anni, circa 200.000 dall'inizio dell'anno, con un’ulteriore contrazione prevista nei prossimi tre mesi. A fronte di una crescita nel mercato asiatico, 700.000 sono gli abbonati russi persi a causa dell’interruzione del servizio post-invasione dell’Ucraina; altri 600.000 sono gli abbonamenti perduti nel continente nord-americano a causa dell’aumento dei prezzi. Due fattori che hanno portato alla perdita dei ricavi, da 1,71 miliardi di dollari a 1,6 miliardi, sono stati la diffusione degli account condivisi e gli avversari di Netflix nelle streaming wars che hanno visto una spesa complessiva, da parte di tutti i player, di 50 miliardi nella produzione di nuovi contenuti. Secondo ANSA, le azioni di Netflix sono calate del 24% nelle contrattazioni after hours di Wall Street mentre quelle di Disney+ sono scese del 5,56% - non a caso entrambe le aziende hanno detto di stare valutando l’implementazione di nuovi modelli di pagamento, abbonamenti più economici ma con pubblicità e diversi altri espedienti. Eppure ciò che sui report di mercato non è scritto ma che emerge da un gran numero di commenti online è una problematica molto semplice: avendo così tanti servizi streaming tra cui scegliere, gli utenti si muovono verso i cataloghi con i contenuti di migliore qualità – e molte produzioni Netflix semplicemente non valgono la pena dell’abbonamento.

Stranger Things
Emily in Paris
Inventing Anna
Elite
Bridgerton
The Witcher

Per anni l’approccio di Netflix alla produzione di contenuti è stato riassumibile nel detto americano: «Throw everything at the wall and see what sticks». Il servizio streaming ha infatti preferito concentrarsi sul proporre un’enorme massa di titoli dalla qualità “assortita”, diciamo così, rinnovando o spingendo quelli che trovavano maggiore successo di pubblico. Nel corso delle sue produzioni, Netflix ha anche creato un preciso look per i suoi contenuti: fotografia patinata, colori saturi, un relativo basso contrasto, messe a fuoco tradizionali, composizioni dei frame semplici – un’estetica che ha caratterizzato numerosi contenuti diversi, come Wisecrack ha evidenziato in suo video, rendendo i film uniformi, piacevoli alla vista, ma anche privi di una propria identità visiva distinta (eccezione fatta per i film autoriali come quelli di Sorrentino, Scorsese o Cuaron) ma soprattutto eccessivamente rassicuranti e familiari. L’uso degli algoritmi ha guidato la proposta di contenuti pre-esistenti per gli utenti e i trend seguiti nello sviluppo di nuovi contenuti basandosi su ciò che gli utenti avevano già visto ed entrando in una spirale di crescente banalità. Serie come Bridgerton, Emily in Paris, Elite, La Casa di Carta, Inventing Anna sono enormemente popolari presso il pubblico ma un flop per la critica . Altre serie amatissime, come Stranger Things, Daredevil o Sex Education, dopo un paio di stagioni molto forti finiscono per appiattirsi in sceneggiature convenzionali, storie ripetitive e in generale una mediocrità del contenuto che è perfetta per il binge watching delle masse ma che si riduce, alla fine, in un prodotto dalla scarsa longevità, molto guardabile ma molto poco ri-guardabile. Emblematico è il caso di Black Mirror, serie che era qualcosa di scioccante quando prodotta da BBC e che è diventata una versione annacquata ed edulcorata di se stessa dopo il passaggio a Netflix.

Il risultato è che il catalogo di Netflix è sempre pieno ma di titoli che non hanno mordente. Se ai primi tempi, quelli di House of Cards, si aveva la sensazione di avere accesso a una libreria di film e serie sconfinata da poter guardare tutte le sere con la massima libertà di scelta, oggi si può scorrere all’infinito attraverso il catalogo senza trovare niente che valga la pena vedere. Lasciando la parola agli utenti dei social ecco cosa emerge: solo questa mattina su Facebook era possibile leggere commenti come «I film sono sempre gli stessi e poi per vedere più schermi nello stesso tempo devo pagare di più», «Tra le piattaforme disponibili è una di quelle con la scelta più mediocre», «Hanno raddoppiato i prezzi, dimezzato i dispositivi associabili e aggiornano pochissimo film e serie», «Aumentano l’abbonamento e la proposta di film nel complesso mediocre», «Non ha molte scelte di serie e film come sembra, spesso sono molto scadenti». Persino Elon Musk ha reagito alla notizia della crisi di Netflix riferendosi alla qualità dei contenuti e parlando del «woke mind virus» che infesterebbe la piattaforma – nozione erroneamente politicizzata dal magnate americano ma che si riferisce comunque a un appiattimento percepito nella qualità dei contenuti.

Cosa che sorprende è che, nella maniera in cui la questione viene raccontata, leggendo la stampa la questione pare solo economica, ma leggendo i commenti e le reazioni del pubblico è chiaro che è una questione anche qualitativa. Il che evidenzia la tendenza a riferirsi alla fredda logica economica come se fosse qualcosa di slegato dalla qualità del prodotto che viene venduto, a considerare l’effettiva qualità del contenuto come un accessorio che non ha nulla a che vedere con la sua rilevanza culturale. Serie come Squid Game o Tiger King, documentari come The Tinder Swindler, The Last Dance e White Hot hanno ancora il potenziale di diventare hit globali e generare fenomeni pop, così come serie tv come Mindhunter, Midnight Mass, La Regina degli Scacchi, The Crown. Ma per ogni titolo di qualità che emerge ogni dato anno, ce ne sono dieci del tutto mediocri: solo l’anno scorso The Irregulars è stato cancellato dopo sei settimane dalla release, Jupiter’s Legacy ha bruciato 200 milioni di dollari di produzione, lo stesso è avvenuto per Cursed e per tutta una serie di show come le sitcom con Jamie Foxx e Kevin Smith o il cooking show di Paris Hilton. Ogni serie mediocre che esce e viene cancellata non viene dimenticata dagli utenti ma invece danneggia la percezione che si ha di Netflix come brand. Data la stazza che ha raggiunto, forse, il colosso dello streaming americano dovrebbe investire meno nella quantità e più nella qualità dei propri show seguendo il modello virtuoso di HBO o di AppleTV che producono un numero leggermente inferiore di show (quelli di AppleTV non superano la quarantina) ma optano per progetti meno standardizzati e dal profilo più alto la cui qualità, però, è assai più consistente.