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Marcelo Burlon, dieci anni dopo

Nel backstage del suo show, il designer racconta sé stesso in occasione del decennale del brand

Marcelo Burlon, dieci anni dopo Nel backstage del suo show, il designer racconta sé stesso in occasione del decennale del brand

C’è qualcosa, nei posti deserti, che li fa sembrare dieci volte più grandi. È in un campo da football deserto che ho raggiunto Marcelo Burlon per intervistarlo, seduto sull’erba, al tramonto, dopo lo show che commemorava i dieci anni del suo brand, insieme ai suoi cani, Noa e Reina, a cui faceva bere dell’acqua dal cavo della mano. «Non vado più a ballare come prima», mi racconta ricordando i suo esordi a Riccione prima e ai Magazzini Generali di Milano dopo. «Sto facendo un club in casa privato per fare le mie feste più intime. Perché comunque sono alla ricerca di quello, di una cosa un po’ più intima». Il pensiero dei luoghi che Marcelo chiama casa, Ibiza e la Patagonia, continua a ritornare durante la nostra chiacchierata: «Le mie case sono fatte per accogliere le persone» dice parlando della sua vita privata, lontana dal caos della moda. «L’obiettivo è quello di stringere il cerchio», dice, «con i social appartieni un po’ a tutti». Ma questo processo di ricerca di orizzonti più personali in realtà è iniziato già da prima della pandemia, con l’espansione delle attività di Marcelo al di fuori dalla moda tout court: «Faccio già altre cose: ho una fondazione, e tante altre cose che sto portando avanti. Il brand è una di quelle». Inutile preoccuparsi troppo di un futuro che non si conosce, per uno come Marcelo nella vita si naviga a vista. «Io non prevedo nulla, non ho nessun tipo di visione futura. Ho sempre fatto così – è intuito, istinto», mi dice. «Se è bastato per gli ultimi dieci anni basterà per i prossimi dieci», gli rispondo io. «Speriamo di no», scuote la testa lui. «Sono tanti dieci anni. Non voglio avere 55 anni e stare ancora a correre in passerella».

Il futuro, in effetti, non esiste. C’è solo il presente: il rumore lontano, nelle backrooms del velodromo dei modelli dello show che ballano e bevono Bulldog & Tonic raccontandosi i piani della serata, i tecnici che smontano l’immensa installazione blu che domina l’intero Velodromo, la calma dopo la tempesta dello show. La collezione andata in scena mezz’ora prima del nostro colloquio era diversa dal lato più flashy del Marcelo Burlon che la maggioranza del pubblico conosce: c’erano maglieria colorata, berretti crochet, patchwork di jeans, frange, giacche kimono, completi maschili dal fit rilassato. «C’è la Patagonia, Ibiza, la psichedelia, le ali, le maxi t-shirt che stavano a rappresentare che siamo nati come un marchio di t-shirt», ha detto Marcelo parlando della collezione. «Tutte le cose che ritrovi nella collezione sono elementi che utilizziamo anche noi. L’evoluzione più che altro è capire cosa ci piace avere nel nostro guardaroba». Il che fa sorgere la domanda su dove, a dieci anni dalla nascita, il brand si posizioni in un mondo della moda post-streetwear. «È diverso perché cresci e capisci che non devi perderti troppo. Prima era “Facciamo quaranta grafiche”. Ora non è più così, perché è uno spreco di soldi, di tempo e di energie. È tutto molto più focused. Ma fa comunque bene, si continua sempre a imparare. Quando un’azienda diventa così grande arrivando tante persone che ti insegnano comunque un casino». Eppure, gli faccio notare, lui stesso ha detto che l’anima streetwear del brand è rimasta una firma del brand negli anni: «Non è che lo streetwear non esista più, lo streetwear rimane. Ma streetwear può essere tranquillamente un completo. Dipende da come lo presenti». 

Le cose cambiano. La più ovvia di tutte, chiaramente, è che nel corso di dieci anni il brand è andato da fenomeno underground a impero mondiale. «Al di là della parte commerciale, c’è una parte sentimentale. Tutto quello che ho sempre fatto l’ho fatto dal cuore. Non sono mai sceso a compromessi, ho sempre fatto tutto per passione. Ovviamente l’azienda mette dei paletti, degli obiettivi. Di conseguenza a prescindere dall’ispirazione devi riempire delle caselle, portare dei compiti a casa. Questi paletti sono uno stimolo: far crescere l’azienda anche in termini economici fa bene a tutti; creativamente parlando non ho ostacoli per fortuna. Ci sono io a capo del marchio». Più che evoluzione, comunque, sarebbe corretto parlare di maturazione. Il team si può espandere, il corpo può crescere, ma il cuore rimane lo stesso e palpita allo stesso modo: «Il 95% del marchio sono io. Il marchio sono tutte le esperienze che ho fatto in tutti questi anni. Clubbing, styling, eventi, il PR – tutto quello che io ho imparato l’ho riversato nel marchio. Lo show stesso è ideato da me. Il concetto è mio. È quello che mi piace, è il momento in cui io mi sfogo di più».

La cosa che si nota di più, comunque, al netto di dieci anni nella scena della moda, al centro dei suoi cambiamenti, è che Marcelo è troppo appagato dalla sua vita per farsi sedurre da un’industria che ha già la soddisfazione di avere cambiato: «Noi ci siamo imposti, ci siamo costruiti le nostre regole senza stare alle regole del mercato. Siamo stati noi a che a un certo punto abbiamo deciso come funzionano le cose – almeno nel nostro gruppo. E ha funzionato e il nostro modello è stato preso da altre aziende, che hanno capito che funzionava». Dopo tutto, con New Guards Group, con lo streetwear, si è scritta la storia della moda: «Non ci poniamo a distanza dal pubblico ma siamo parte del pubblico. Questo è iniziato con noi. Prima gli stilisti erano intoccabili, irraggiungibili. […] Siamo entrati di petto in un mondo che era vecchio, che era datato. La gente si chiedeva: “Chi c’è dietro Marcelo? Come fa? Come fa a funzionare questa strategia?” Ma non c’è nessun tipo di strategia, perché io non facevo altro che vivere la mia vita com’era, mi rivolgevo a un pubblico di nicchia che è diventato popolare col marchio. E di conseguenza siamo stati precursori di tante cose come l’utilizzo dei social per promuovere sia i nostri eventi che i nostri marchi. C’è stata un’ondata che ha stravolto tutta la storia. L’industria si è adattata a noi».