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Come si parla di salute mentale nella moda?

Da Alexander McQueen alle proteste dei dipendenti Condé Nast in un fashion system da rifondare

Come si parla di salute mentale nella moda? Da Alexander McQueen alle proteste dei dipendenti Condé Nast in un fashion system da rifondare

Mai come negli ultimi mesi il mondo dello sport professionistico si è dovuto scontare con l'umanità dei suoi atleti. Se per molti versi siamo da sempre abituati a vedere uno sportivo come una figura a disposizione del nostro divertimento, quella mentalità circense si è scontrata e infranta contro le prese di posizione di Naomi Osaka prima e Simone Biles poi. Se lo sport sembra iniziare a capire la portata del problema, il mondo della moda gioca da anni ad un gioco perverso e autolesionista in cui il massimo sforzo sembra essere quello di continuare a nascondere il problema sotto il tappeto finché questo non si ripropone sotto forma di un nuovo statement. Durante il suo periodo da Direttore Creativo di Dior Raf Simons si era espresso più volte sullo stress e la pressione derivata dai ritmi richiesti per costruire sei show all'anno, mentre solamente pochi anni fa Virgil Abloh aveva dichiarato pubblicamente di voler rallentare i ritmi di lavoro che all'epoca includevano otto voli internazioni durante un'unica settimana.

Nonostante i suicidi di Alexander McQueen nel 2010 e di Kate Spade otto anni dopo avessero già contribuito ad accendere i riflettori sulle dinamiche nocive del fashion system, l'intero mondo moda non ha mai fatto tesoro delle esperienze passate per immaginare un futuro più umano e mentalmente sostenibile. Proprio da qui, dalla sostenibilità, arriva forse l'esempio migliore per capire i ritmi di un mondo che pur parlando di green e sustainability da anni solamente nell'ultimo periodo ha iniziato ad affrontare veramente l'impegno di cambiare un sistema produttivo sbagliato. Nelle prime fasi della pandemia Giorgio Armani aveva rivolto un appello ai suoi colleghi nel tentativo di ridurre sprechi e consumi auspicando a un mondo della moda meno frenetico di quello che siamo abituati a conoscere. A più di un anno di distanza la lettera di Armani sembra essere caduta nel vuoto, lasciando l'intero movimento in uno stato di stasi quasi perenne che non risparmia nessuno. Per ogni Virgil Abloh e Raf Simons ci sono infatti decine di dipendenti, sottoposti parte del grande ingranaggio moda, costretti a sottostare e sopportare quotidianamente situazioni e condizioni ben peggiori di quelle dei loro superiori.

In un articolo di BOF del 2019 Scott Da Silva aveva raccontato della sua esperienza come giovane designer da Dolce & Gabbana descrivendola con la frase “it was sink or swim” per descrivere un ambiente in cui i dipendenti venivano messi l'uno contro l'altro in un'immaginaria arena in cui il vincitore avrebbe mantenuto intatto il proprio posto di lavoro. La storia di Da Silva, che ha poi lasciato D&G nel 2011, mette in luce un'altro lato della fashion industry, quel dietro le quinte che difficilmente arriva nelle prime pagine come uno statement di un direttore creativo ma che è fatto di decine, se non centinaia, di storie simili. Se quello della moda è un mondo in cui è difficile emergere, per troppo tempo dipendenti junior hanno tollerato condizioni di lavoro economicamente e mentalmente precarie per inseguire il sogno di un mondo ben diverso da quello immaginato. Nonostante le cause legali e le battaglie intraprese negli ultimi anni, la recente protesta dei dipendenti di Condé Nast per salari più equi o la causa contro The Row costretta a pagare oltre 140 mila dollari ai suoi 185 stagisti sono l'ulteriore prova di come la situazione, complici anche i già citati ritmi esagerati del fashion system, stenti a trovare una soluzione. “Se le persone avessero maggiore stabilità finanziaria non sarebbero costrette a fare lavori che normalmente rifiuterebbero. È per questo che questa attitudine è tollerata in così tanti casi, perché le persone sono troppo spaventate di perdere il proprio posto di lavoro” ha dichiarato a BOF Kristina Romanova, modella e co-fondatrice di Humans of Fashion, uno studio pro bono che offre supporto legale e psicologico ai lavoratori della moda.

Quanto detto da Romanova è ovviamente vero e fa parte di un modello in cui ritmi e frenesie del fashion system si ripercuotono a cascata dalla punta della piramide fino alla base finendo per schiacchiare la classe più debole di lavoratori, quelli che oltre a vivere nella più totale instabilità economica per “amore della moda” molto spesso sembrano costretti a lottare per vedersi riconosciuti diritti basilari. “A million girls would kill for your job” si sentiva dire Anne Hathaway ne Il Diavolo Veste Prada, racconto solo in parte ironico di un mondo adesso diventato parte delle For You Page di TikTok in cui dipendendi, e in molti casi ex, raccontano storie di ambienti di lavoro tossici e lontanissimi da quelli sognati da qualsiasi neo laureato pronto ad inseguire il sogno di un posto nella moda che conta. Se da un lato alcune aziende hanno inziato ad istituire programmi di supporto psicologico per i propri dipendenti, altre sembrano non capire che la produttività e l'efficienza passano prima di tutto dal benessere mentale dei propri dipendenti. Nella lunga e complicata lotta per i diritti dei lavoratori, la moda sembra essere ancora molto indietro.