
I nostri hot take sulla stagione finale di "Euphoria" Il bilancio finale dello show più controverso dell’anno
La terza stagione di Euphoria è finita da poco più di una settimana e ci siamo voluti prendere un po’ di tempo per metabolizzarla. Non per il dolore di vedere finita l’opera tirata per le lunghe del creatore e regista Sam Levinson, ma nemmeno per digerirla come fosse stato il pranzo in famiglia più pesante a cui si è partecipato. È più un rielaborare cosa è stata la serie e cosa è diventata, leggendo e confrontandosi con tutti i pro e i contro che ne sono stati detti e scritti. Perché è questa divisione che più resterà della terza stagione dello show, spaccata tra chi l’ha odiata e chi l’ha amata.
La possibilità è anche potersi trovare nel mezzo, come in questo caso: non provare quei sentimenti di disprezzo e di denigrazione con cui tanto piace distruggere un prodotto, ma nemmeno rimanerne incantati al punto da invalidarne le problematicità quando si manifestano con tanta irruenza davanti ai propri occhi. Il pregio della terza stagione è stato perciò sicuramente saper far parlare di sé, soprattutto dopo un periodo in cui lo show sembrava qualcosa di talmente passato, di talmente appartenente a un tempo addietro rispetto al presente, da non avere più né valore né attinenza e nemmeno interesse da parte del pubblico, al contrario di ciò che ha dimostrato.
A cui è da aggiungersi la capacità di un coinvolgimento da parte del pubblico che, però, non sempre è dovuto dal reale appassionarsi alle storyline dei personaggi, semmai del far parte del discorso comune, del dialogo extra-visione. Un grado di intrattenimento a ogni modo evidente, premiabile in qualche maniera, che in chi è poco intrigato fin da subito può affievolirsi visto il dilatarsi dei tempi e delle narrazioni delle storie, con puntate inabili a saper durare meno di un’ora, ma che è innegabile spinga a voler sapere cosa accade dopo e cosa succederà delle esistenze improbabili di questi protagonisti che sono insieme all'arrembaggio e alla deriva, sulla cresta dell’onda e al suo inevitabile fondo.
Il che si lega all’aspetto più criticabile di Euphoria, recriminato e recriminabile da tanti anche in riferimento alle due stagioni precedenti, ma che è impossibile non constatare pur provando piacere nella sua visione, ovvero un accumularsi morboso, estetizzato ed esasperato di quei pochi temi intorno a cui fa ruotare la sua personalità. Non vogliamo spezzare l’aura di tragedia e solennità che la terza stagione ha voluto creare attorno a sé, ma è impossibile non pensare che la percentuale di disagi che sono usciti dal liceo frequentato dai protagonisti siano sopra la media per l’area suburbana statunitense in cui prende vita lo show.
i feel like almost everyone in season 3 of Euphoria got lobotomies because WHY is maddie mentioning the DEA to alamo, why is rue still shocked that he traffics women?? then cassie’s titties are in my face every other scene and jules is still giving us….absolutely nothing?
— breezY (@b33bryanna) May 27, 2026
Come anche chiedersi cosa pensino tutti quei compagni di scuola che, in fondo, questi ragazzi e ragazze diventati uomini e donne li hanno conosciuti e che a quanto pare come sbocco avevano solo drogarsi, spacciare, lavorare a Hollywood o entrare nel giro del sex working. O chissà se quelle che vedevamo erano le uniche mele marce e gli altri/le altre sono diventati tutti consulenti, avvocati, dirigenti, dottori. O, banalmente, solo persone per bene.
Che l’esasperazione sia da sempre stata la cifra di Euphoria lo sappiamo, ma fin dal suo sconfinamento al di fuori dell’adolescenza e dei luoghi abitati inizialmente dai protagonisti è come se lo show avesse voluto estremizzarsi per arrivare ad una sorta di sublimazione che, però, è difficile non leggere anche come ossessione per una drammatizzazione che potrebbe almeno sfiorare il camp, ma lo manca. Dove le tematiche diventano prevedibili: sesso, religione, cowboy, chirurgia, debiti, soldi, Bibbia, tutte variazione di una stessa perversione che rimane fine a se stessa, si compiace addirittura, pensando che il girare in pellicola esalti il progetto, ma è solo ulteriore prova di giocare col fuoco quando si tratta del confine tra il buono e il cattivo gusto.
@euphoria.addicts I'll be forever grateful to Zendaya for giving us such a complex character with Rue and for portraying her masterfully Her character development was so beautiful that had us all rooting for her just for Alamo to turn around and lace her That hit hard. Because she really try to change. I Really couldn't think of a better way to send of such an iconic character even tho it breaks my heart #Euphoria #RueBennett #Zendaya #HBO #GOODBYE original sound - Euphoria Addicts
Ed è esattamente in questa striscia che si staglia Euphoria 3, dove il bene incontra il male, dove l’eccesso incontra il bisogno di calma, in cui il fottere vorrebbe trasformarsi in abbracci e in cui tutto diventa una ripetizione di una ripetizione, di un tirare fino allo sfinimento, di un andare avanti e indietro perché non si sa più, in realtà, dove fermarsi. In cui la redenzione non è contemplata, anzi, è stata scacciata con la terza stagione, annullando gli archi narrativi delle precedenti – probabilmente il suo più grande sbaglio. Al massimo ci si può affidare ai casi del destino, la cui fine dovrebbe essere stavolta definitiva.