"Supergirl" non è così super Un peccato, perché Milly Alcock ci piace molto

Portare le supereroine al cinema sembra un’impresa impossibile. A volte è il pubblico che non vuole dare loro fiducia: basti pensare al poco interesse suscitato da un film corale come Birds of Prey, più divertente e originale di tanti titoli simili con protagonisti eroi maschili, per non parlare del vero e proprio odio che ha generato al tempo Brie Larson quando si è trattato di portare sul grande schermo il personaggio di Captain Marvel.

Altre volte l’impressione è che registi e sceneggiatori non sappiano bene che fare di questo grande potere destinato ad alcuni personaggi femminili, come capita in questo caso col Supergirl della DC di James Gunn, che col suo titolo precedente sul cugino Clark Kent ha saputo invece suscitare l’estasi e il giubilo degli spettatori. Il motivo, oltre perché si trattava di Superman, è un altro ed è molto semplice. 

C'era del potenziale, sprecato

@warnerbrosuk This Summer, find your place in the universe. New trailer for #Supergirl original sound - Warner Bros. UK

L’opera di Gunn, infatti, aveva una storia su cui il protagonista poteva fare affidamento, un tema che reggeva le colonne portanti del messaggio e delle emozioni che l’opera voleva restituire agli spettatori e quindi un grado di cura che sembra dimenticato nella scrittura e nella regia di Supergirl, rilegandola all’anonimato. La prima responsabile è la sceneggiatrice Ana Nogueira, il cui lavoro è talmente scarso da far chiedere se durante la stesura ci sia stata qualche interferenza da parte di terzi, magari della stessa DC, che ci si aspetterebbe mettesse bocca sui propri progetti.

Con ragione, talvolta; con Supergirl, però, lo studio sembrerebbe aver fatto il minimo indispensabile, senza accertarsi che la scrittura avesse quella profondità che invece, guarda caso, proprio in Superman non manca. Una superficialità che fa interrogare su come la si sia potuta riservare a una protagonista come Kara Zor-El. 

Pensare che di materiale ce n'era. Con una certa propensione all'alcol, la giovane ha attraversato un periodo turbolento dopo essere stata lanciata, proprio come il cugino, dal pianeta Krypton fino sulla Terra, ma in età più avanzata. Un'adolescente sulla soglia dell'età adulta, costretta a imparare ad adattarsi, a conoscere una nuova lingua, a studiare e attenersi agli usi e ai costumi di un popolo da cui non poteva che sentirsi lontana.

Fermarsi alla superficie

La solitudine, però, non può restare solo un'ipotesi dell'osservatore. Le sequenze dedicate a comprenderne l'interiorità sono troppo poche, e obbligano il pubblico a farsi andare bene tanto la dipendenza alcolica della protagonista quanto il suo sentirsi costantemente fuori posto, alla ricerca di un luogo da chiamare casa e di persone da definire amici.

Se tutto questo è intravedibile appena sotto la superficie di Supergirl ci si domanda per quale ragione non si sia voluto scavare poco di più. Perché non si sia cercato un modo per fare un discorso più introspettivo sull’emotività della giovane e quali fossero le cause del suo disagio. Il fatto che fossero dati assodati (il dover lasciare casa, il sentirsi sola, l’essere “straniera” in terra di altri) non significa che non meritassero maggiore (auto)analisi.

Si finisce così per costruire una storiella attorno alla propria identità e al concetto di vendetta, su cui si ragiona con la stessa sommarietà con cui si soprassiede su tutto il resto. L'invito a non cedere alla rabbia che la protagonista rivolge alla controparte Ruthye (Eve Ridley) è talmente blando da risultare privo di una vera ragione o di un insegnamento approfondito che non sia, ancora una volta, il più ovvio. 

Milly Alcock meritava di più

E poi c'è la regia di Supergirl, o sarebbe meglio dire la non-regia. Avere Craig Gillespie e non sentire Craig Gillespie dietro alla camera da presa è un affronto che la DC non avrebbe dovuto permettere. Regista energico e dinamico, il cineasta australiano si mette al servizio di un blockbuster in cui si perde completamente la sua personalità, non percependo nemmeno un pizzico del brio che ha riservato ad altre sue protagoniste femminili, dalla Tonya Harding di I, Tonya alla stilista punk e cattivella di Cruella. Che sia nel sostenere la sua protagonista o dare carattere alle scene di combattimento, Gillespie è assente e ciò grava sulla resa del cinecomic, come a dire che Kara Zor-El è davvero sola, senza nemmeno il suo regista a sostenerla.

In tutto questo il dispiacere è grande, soprattutto in virtù della scelta e dell'impegno della sua interprete Milly Alcock, a differenza, ad esempio, di un Jason Momoa nel ruolo di Lobo, identico alle tante altre macchiette impersonate dal divo ultimamente. Pur più incisiva in quel piccolo frammento di presentazione apparso in Superman che in tutto Supergirl, l'attrice ci tiene alla protagonista e avrebbe meritato una sceneggiatura e un'attenzione all'apparato supereroistico (tecnico, visivo e registico) capaci di sostenerla diversamente.

Una sceneggiatura che le concedesse di esprimersi al meglio nei panni di Supergirl, che tornerà nel prossimo Man of Tomorrow, ma di cui resta l'amarezza di vedere come abbia perso, col suo primo cinecomic stand-alone, la possibilità di rendere giustizia al proprio ruolo e a quello di tante altre supereroine.

Continua a leggere