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5 cose per cui ricorderemo il Gucci di Alessandro Michele

Tra massimalismo, liberazione dei corpi e citazioni

5 cose per cui ricorderemo il Gucci di Alessandro Michele Tra massimalismo, liberazione dei corpi e citazioni
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20

Quando, nel 2015, Marco Bizzarri ha nominato Alessandro Michele direttore creativo di Gucci era sembrata la scelta interna - Michele era già capo accessori da Gucci - più naturale per il brand. La prima collezione di debutto del designer era in realtà una reinterpretazione lampo - 5 giorni per riorganizzare ogni singolo dettaglio dello show - del testamento creativo di Frida Giannini. Eppure, le note stampa lasciavano già presagire che un cambiamento fosse ben radicato nell’aria: anticonformista, romantico, intellettuale si leggeva fra le righe. E di quel Gucci, in effetti, ne abbiamo visto infinite declinazioni.

Una formazione da designer e costumista maturata presso l’Accademia di Costume & Moda di Roma, un’esperienza nel campo degli accessori acquisita da Fendi e una carriera da Gucci iniziata nel 2002 sono stati gli elementi chiave del suo percorso professionale. Il Gucci che Alessandro Michele si preparava a rimodellare era soprattutto stanco e privo di una visione comunicativa d’impatto. C’erano stati gli intrighi di una famiglia complessa e (dis)unita, la sensualità spinta di Tom Ford e il glamour più taciturno di Frida Giannini a definire l’immaginario estetico del brand. In questo magma indefinito Alessandro Michele è stato chiamato a dire la sua sul monogram GG, con l’aggravante di dovere dare una nuova direzione a Gucci. 

La risposta è stata più che positiva: non c’è stato magazine, celebrity o persona esterna ai meccanismi della moda che non fosse a conoscenza dell’hype creato intorno al brand. Per una ciclicità interna ai prodotti umani in generale, probabilmente, era prevedibile che prima o poi che persino una visione creativa apparentemente inscalfibile sorretta, peraltro, da fatturati altrettanto eclatanti sarebbe andata incontro a una naturale crisi. Crisi su cui il gruppo Kering ha deciso di intervenire nella maniera più immediata e rapida possibile: la sostituzione. Ma riavvolgendo il nastro di una direzione creativa in cui i confini della moda (e non) sono stati scomposti e ridefiniti senza sosta, abbiamo provato a individuare cinque elementi chiave del manifesto poetico di Alessandro Michele.

 

La moda genderless 
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20
Gucci FW20

Negli anni in cui spopolava l’estetica metrosexual, Alessandro Michele ha intercettato la potenza sovversiva associata al genere: i suoi abiti e i suoi styling hanno usato il corpo come ipertesto narrativo e descrittivo per liberarlo da forme di stereotipi secolari. Emblematica, in questo caso, la collezione FW20 in cui le uniformi scolastiche e il kidswear hanno funzionato da pretesto per parlare di mascolinità tossica, patriarcato e teoria queer. La moda, nell’accezione personale di Michele, può e deve superare il binarismo di genere per offrire una dimensione che tenga conto di uno spettro umano complesso e altamente variegato. Quasi tutte le sue collezioni, neanche a dirlo, hanno messo in discussione la categorica separazione tra maschile e femminile.

Gli show teatrali 
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20
Gucci SS20

Più che un designer, Alessandro Michele si è sempre definito un archeologo della moda. La sua passione per il costume, il teatro e l’arte ha trovato negli show per Gucci un’estensione fisica e narrativa del sui processo creativo. Basti ricordare l’apertura della collezione SS20 dove i modelli, in camicie di forza bianche, camminavano come se anestetizzati su un tapis roulant. La riflessione con la quale Alessandro Michele è partito per comporre questa collezione arriva direttamente da Sorvegliare e punire, il saggio in cui Michel Foucault ha analizzato il sistema di controllo attraverso il quale il potere trasforma tutto in Panopticon, l’occhio in grado di controllare il movimento di tutto e di tutti. 

L’importanza del celebrity system

Un altro dei suoi meriti è quello di aver intuito che i brand, per poter risultare efficaci e aspirazionali, hanno bisogno di circondarsi di persone come casse di risonanze semantiche dei propri valori. Harry Styles, Billie Eilish, Jared Leto, Lana Del Rey o Florence Welch sono solo alcuni dei nomi a cui Alessandro Michele e Gucci si sono profondamente legati. La sua forza attrattiva, inoltre, ha permesso al brand di includere nel suo parterre di adepti rapper, attori e persino ricercatori accademici come Paul Preciado.

Il valore delle collaborazioni

A cavallo tra l’esplosione dello streetwear e il fenomeno delle collaborazioni, Alessandro Michele è stato forse il primo a mettere in discussione l’idea di autenticità e di valore hackerando - questo il termine diffuso dall'ufficio stampa del brand - i codici estetici di un altro marchio, Balenciaga, per festeggiare il centenario di Gucci. Senza dimenticare, ovviamente, le collaborazioni consumate nel mondo dello streetwear con The North Face o il recente esperimento con Palace.

La creazione di un microcosmo pop

A definire ancora di più l’operato di Alessandro Michele da Gucci è stata la capacità di creare spazi di riflessione comunitaria in grado di unire commerciabilità e visione creativa: Gucci Garden Galleria, il Museo di o Vault sono vere e proprie piattaforme estensive del progetto di Alessandro Michele e Marco Bizzarri. Ne è nato un microcosmo che, molto probabilmente, sarà sempre legato alla legacy del suo creatore - «che possiate sempre vivere delle vostre passioni, sospinti dal vento della libertà» ne è il sigillo finale condiviso ieri sull'account Instagram dell'ex direttore creativo di Gucci.